La piaga dei falsi click sulle pubblicità e altre storie

Google AdSense, uno dei sistemi pubblicitari più diffusi sul web, perderebbe circa un miliardo di dollari americani ogni anno per falsi o invalidi click. E le aziende, che si affidano a “Big G” per pubblicizzare su internet i loro prodotti corrono all’attacco, chiedendo maggiore trasparenza e metodi più sicuri nel riconoscimento dei click invalidi. È indubbio che il servizio si basa sulla fiducia dei publishers, che inseriscono gli annunci nei propri siti e che poi, però, non devono fare click (o non devono dire ai propri amici di farlo) per guadagnare qualche soldino in più. La piaga, però, esiste e almeno per il momento è incontrollabile, nonostante le norme anche troppo dure (di cui parleremo più avanti) inflitte da Google.

Il tasso di click non validi, spiega l’azienda, dal momento del lancio di AdWords nel 2002 non è mai salito al di sopra del dieci per cento del numero globale di click. Ogni punto percentuale di click invalido, però, rappresenta per Google 100 milioni di dollari all’anno in potenziale guadagno volato via, spiega alla testata canadese Cbc Shuman Ghosemajumder, business product manager di Google. Ma cosa accade quando si fa click su link invalidi? Chi paga? Come fa ad accorgersene la compagnia? E soprattutto: perché sempre più spesso webmaster assolutamente in buona fede si sono trovati di punto in bianco esclusi dal programma pubblicitario?

I click invalidi, attualmente, non vengono pagati dai publishers a Google, e ad andarci di mezzo – in effetti – risulta solo il motore di ricerca. Per questo la protezione dei click fraudolenti è un argomento che sta molto a cuore ai tecnici di AdWords, che stanno compiendo numerosi sforzi per creare sistemi trasparenti. I risultati, al momento, dimostrano che le azioni di prevenzione, forse fin troppo eccessive, stanno però dando buoni risultati.

Proprio lo scorso anno Google ha lanciato l’AdWords Report Center, servizio che mostra agli advertiser quanti click vengono esclusi. La compagnia ha spiegato che riesce a determinare i click invalidi attraverso un sistema di tre passaggi: un primo passaggio è automatico, un secondo manuale e poi ancora un terzo misto manuale-automatico (solo lo 0,02 per cento arriva fino a questo stadio).

Purtroppo, però, ce lo avete scritto spesso tra i commenti o le e-mail ed è capitato a una marea di persone in giro per la rete, capita che webmaster completamente in buona fede si vedano annullati i propri contratti senza giustificazione. Copio/incollo un caso abbastanza emblematico. Ci scrive Antonello:

“Sono il proprietario del sito www.stivalebucato.it, un sito di satira tirato su insieme ad alcuni amici con tanta fatica. Ovviamente lo facciamo per hobby, ma quei pochi soldini che arrivavano dalla pubblicità di Google ci facevano comodo. Un giorno, durante un aggiornamento, il sito si vedeva male ed era disallineato, e così abbiamo dovuto fare numerosi refresh. Qualche giorno dopo Google ci ha scritto dicendo – senza voler sapere ragione, anche dopo numerose lettere di protesta e spiegazioni – che il nostro account era stato disabilitato. Ovviamente abbiamo perso tutti i soldi accumulati fino a quel momento e ora non guadagnamo praticamente più niente. Un problema tecnico (e non una frode) che ci è costata moltissimo”.

Questo – dicevamo – è solo uno dei tanti esempi. Dunque credo che sia arrivato il momento di trovare un metodo di selezione dei click validi/invalidi più sicuro e funzionale. Assurdo che una società democratica e “progressista” come Google si autodefinisce sia costretta, suo malgrado immaginiamo, a dover fare “la parte del cattivo” nei confronti dei propri utenti.

Giornalismo che cambia: il sito del New York Times diventa gratuito

“Non so davvero se stamperemo ancora il Times tra cinque anni, e, se vuole proprio saperlo, non me ne importa. Internet è un posto meraviglioso e noi lì siamo leader. Quello che conta davvero è la capacità di produrre informazione di qualità. La vera sfida è l’impegno con cui facciamo il giornalismo”.

Lo aveva annunciato qualche mese fa il presidente ed editore del New York Times Arthur Sulzberger Jr, dichiarando anche che la fusione tra redazione “cartacea” e “web” stava per avere inizio.

Nell’ottica di questo rinnovamento il New York Times ha annunciato che entro breve non farà pagare più l’accesso per leggere “alcuni articoli”, facendo sostanzialmente un passo indietro nei confronti di un piano di marketing iniziato due anni fa. Il motivo della decisione è che aprire l’accesso ad articoli e commenti permetterà una maggiore raccolta pubblicitaria.

Il vecchio programma, chiamato TimesSelect, chiedeva ai lettori di pagare 49.95 dollari all’anno (o 7.95 al mese) per leggere i commenti e le opinioni dei principali commentatori e opinionisti del giornale. Ora, invece, tutto il sito sarà fruibile gratuitamente, compreso l’archivio con gli articoli dal 1987 ad oggi e dal 1851 al 1922.

Il programma fino ad ora ha raccolto più di dieci milioni di dollari all’anno, ma, spiegano dall’ufficio marketing, il futuro ci dice che sempre meno gente vuole pagare per leggere ciò che può trovare gratuitamente altrove, mentre invece la pubblicità in rete è in forte crescita. In questo modo gli introiti, oltre da un maggior numero di pagine viste, potranno arrivare anche da link da altri siti o da motori di ricerca.

Il New York Times era rimasto ormai praticamente l’unico giornale a far pagare ai propri lettori per leggere su internet i commenti e gli articoli principali. Il mondo, invece, va nella direzione opposta, con gli incrementi pubblicitari in continua ascesa. Tanti quotidiani si stanno attrezzando nella stessa direzione. Anche il CdR di Repubblica, solo per citarne uno, poco tempo fa ha dichiarato che redazione del giornale cartaceo e redazione web dovranno per forza unirsi, perché è lì che si andrà a finire entro breve.

Ci voleva Google per dare la caccia ai delinquenti?

Probabilmente, negli ultimi mesi, avrete sentito notizie del genere: “Evasori fiscali beccati grazie a Google Maps”, “Con Google Earth si contrasta l’abusivismo edilizio”, e così via. Da qualche tempo, infatti, le autorità di tutto il mondo hanno iniziato ad utilizzare i servizi di mappe forniti da Google&co. per gli usi più disparati.

L’ultima notizia in ordine di tempo viene dal Wisconsin, negli Stati Uniti, dove grazie alle mappe di Google la polizia ha scoperto che un uomo stava coltivando ettari di marijuana all’interno del proprio terreno. Almeno per ora è impossibile dire quante autorità utilizzino ogni giorno Google Earth, ma una cosa è certa: questo tipo di servizi non costa praticamente nulla ed è più conveniente (in termini di denaro e anche di comodità) che prendere elicotteri o noleggiare costosissimi aerei. In tempi di ristrettezze economiche succede anche questo.

L’utilizzo di questo servizio si sta rivelando utile proprio per le dispute agrarie, per “beccare” coloro che denunciano “una piccola porzioncina di terra” e poi magari hanno chilometri e chilometri quadrati di campi oppure, come nel caso sopra descritto, per scovare coltivatori di sostanze illegali. Anche se, bisogna ammetterlo, spesso le mappe sono vecchie di mesi. Ma allora cosa succederà quando, in un futuro non troppo lontano, la cartografia sarà aggiornata magari ogni settimana?

Essere spiati da un occhio elettronico per di più gratuito certo non fa piacere a molti (soprattutto, ovviamente, a chi manda avanti progetti illeciti), ma come sempre si apre il dibattito tra favorevoli e contrari. Contrari perché ovviamente si va a minare la privacy di quello che ogni individuo può fare all’interno delle proprie “mura domestiche”; favorevoli perché ovviamente in questo modo si combatte ancora meglio il crimine.

Google vuole unificare le diverse regole mondiali sulla privacy

Unificare le regole che, nei diversi paesi del mondo, disciplinano la privacy. Un sogno di molti che però si è, fino ad ora, rivelato solamente un’utopia. E se a riuscirci, invece, fosse il gigante Google? Ne parla approfonditamente un articolo del quotidiano spagnolo El Mundo che spiega come tre paesi su quattro non abbiano alcuna legislazione sulla tutela dei dati personali online, mentre le norme del restante 25 per cento dei paesi sono riduttive o insufficienti a far fronte alla continua crescita della rete.

Per questo motivo Google, società vista da molti come un “Grande Fratello” per la quantità di informazioni private che deve trattare ogni giorno, ha iniziato una campagna per cercare di convincere i governi di tutto il mondo a creare uno standard globale sulla privacy. La notizia è passata un po’ sotto silenzio, ma i primi contatti sono già avvenuti.

Venerdì Peter Fleischer, consigliere della privacy di “Big G” ha affrontato il problema in una visita alla sede dell’Unesco a Bruxelles, spiegando che è importante creare standard minimi affinché le informazioni dei cittadini di tutto il mondo che utilizzano internet siano sempre e da tutti tutelate. All’iniziativa, almeno per il momento, è difficile che seguano azioni concrete. Il gesto, in ogni caso, è servito a riportare l’attenzione nei confronti di un problema, quello della privacy, a cui gli utenti della rete fanno sempre più caso.

Già verso la fine degli anni Ottanta l’Ocse aveva pubblicato una guida sulla protezione della privacy e del “flusso transnazionale di dati personali”, con delle regole che ancora sono vigenti (ma che, aggiungiamo noi, forse andrebbero un po’ aggiornate). Il problema, in ogni caso, sta diventando sempre più serio: basti pensare che una normale transazione con carta di credito può arrivare a coinvolgere numerosi paesi (il proprio, quello dove si trova il server, quello dove si trovano il servizio clienti e il magazzino, e così via).

Che ne pensate della scelta di Google? Un modo per spostare l’attenzione sui “troppi dati personali” che spesso è accusata di conservare… oppure una vera crociata a favore della sicurezza dei propri utenti?

I documenti scritti con Google Docs? "Big G" può farci ciò che vuole

Adorate Google Docs&Spreadsheets, o, come è stato tradotto in italiano, “Google Documenti e Fogli di lavoro”? Lo utilizzate sempre per scrivere i vostri documenti perché ne apprezzate il fatto che sia gratuito, accessibile da ogni dove o la possibilità di collaborare con altri?

Bene, forse non sapete, però, che da contratto Google può disporre come vuole dei vostri elaborati. Avete capito bene. Utilizzando e inserendo contenuti all’interno dei servizi di Google, si legge nei termini di utilizzo, garantite al fornitore del servizio la licenza di riprodurre, adattare, modificare, pubblicare in tutto il mondo i vostri contenuti a fini promozionali.

Ciò vuol dire, in poche parole, che se Google volesse potrebbe ad esempio, nel pubblicare degli screenshot, utilizzare proprio il foglio di calcolo o la pagina di testo da voi appena scritta.

Certo, è molto improbabile che questo accada. Però non è impossibile. Google Australia, interpellata proprio in merito, ha risposto che mai verranno utilizzati i contenuti degli utenti per fare promozione, anche se – dobbiamo ammetterlo – dal quartier generale di “Big G” non è arrivata alcuna smentita ufficiale.

Certamente Google non utilizzerà mai i contenuti degli utenti. L’argomento, però, s’inserisce a pieno nella polemica tra Microsoft e Google, di cui vi abbiamo parlato pochi giorni fa, proprio sui temi della privacy e sull’opportunità, per un’azienda, di affidarsi ai servizi offerti – seppur gratuitamente – dal motore di ricerca.

"Hai installato Linux? La garanzia decade"

La denuncia arriva a Slashdot.org da un utente inglese e fa davvero riflettere. “Oggi – si legge nella lettera – sono tornato a Pc World, il negozio dove cinque mesi fa avevo acquistato il laptop, perché avevo un problema con il display. In particolare, la copertura di plastica stava iniziando a rompersi”. Un normalissimo problema che si sarebbe risolto in pochi giorni, considerato che il computer era ancora in garanzia.

La riparazione, invece, è stata rifiutata dai tecnici del grande magazzino perché l’utente aveva disinstallato Windows Vista (sistema operativo con il quale il computer era stato venduto) installando la distribuzione Gentoo di Linux. La disinstallazione di Windows, secondo i tecnici, aveva portato al decadimento della garanzia.

Versione confermata anche dal direttore del negozio, che spiega: “Per ordini superiori non possiamo riparare i computer dei quali il sistema operativo originale è stato modificato”. Si apre qui in realtà un bel problema, in cui potrebbero incappare molti di noi che abbiamo preferito installare un sistema operativo diverso. È possibile che la garanzia decada se si toglie Windows?

Agli occhi di molti, questa sembra essere una scusa bella e buona: cambiare sistema operativo, infatti, significa agire nella maggior parte dei casi solo a livello software. Posso capire se il ragazzo avesse perso dati importanti in seguito a una formattazione o a uno sbagliato partizionamento dell’hard-disk: in quel modo sì che i tecnici avrebbero dovuto rifiutare la riparazione/sostituzione.

Il problema serio è che la maggior parte dei computer attualmente continuano ad essere venduti con un sistema operativo preinstallato. Il mondo, invece, sta andando in un’altra direzione: sempre più persone preferiscono infatti sistemi “alternativi” gratuiti e facili da usare (uno su tutti, Ubuntu) a fronte di software professionali (grafica, audio o video-editing) costosissimi.

Cercare foto su Flickr in base al colore

Se siete amanti delle fotografie e dei colori, allora questo sito fa per voi. Si chiama “Color Fields Colr Pickr” e permette, selezionato un colore, di ottenere delle immagini di Flickr in cui quel colore è dominante.

L’utilizzo è molto semplice: basta fare click su un colore, sceglierne l’intensità attraverso l’apposito bottone e, all’istante, appariranno fotografie della tonalità scelta.

Interessante vedere come se selezioniamo colori molto accesi o pastello otteniamo immagini della natura: il mare per le tonalità del blu, prati, boschi o colline per il verde, fiori per il giallo, il rosso e il viola. Se, invece, ci spostiamo verso la parte interna della ruota dei colori, allora otterremo immagini di oggetti o luoghi della terra.

Un servizio molto interessante se si vogliono trovare sfondi del desktop in tono con il proprio tema o immagini da inserire in un sito web con un colore dominante.

Un testo di esempio automatico in Word

Quante volte, nel progettare una pagina su Word, abbiamo avuto bisogno di inserire del testo di prova, per vedere se gli stili venivano applicati correttamente o solamente per cercare di capire se la grafica creata potesse essere accattivante?

Nel cercare il testo di prova o ci affidavamo al classico testo di prova “Lorem ipsum dolor sit amet…” oppure magari prendevamo il testo di un articolo di giornale o di un blog. In realtà c’è un “trucco” su Word per fare apparire del testo di prova. Vediamolo insieme.

Il trucco è davvero semplice. Basta inserire la stringa =rand() in qualsiasi posizione all’interno della pagina, e automaticamente Word inserirà del testo di esempio. In inglese inserisce il classico “The quick brown fox jump…”, mentre in italiano aggiunge “Cantami o Diva del pelide Achille l’ira funesta”. Provare per credere.

È possibile, inoltre, specificare anche il numero di paragrafi e di frasi in ogni paragrafo, utilizzando la stringa =rand(p,s) dove “p” è il numero di paragrafi e la “s” il numero di frasi per paragrafo.

Scarichi troppo? Ti sconnettiamo

È questo – più o meno – quello che si sono sentiti dire dal proprio provider di accesso alla Rete alcuni utenti internet statunitensi. Comcast, questo il nome del provider, ha deciso di punire chi utilizzava troppo la banda a propria disposizione, sostenendo che tramite quel comportamento gli utenti “si accaparrano la massima velocità della rete e abbassano, di conseguenza, la velocità di download per gli altri clienti”.

“Questo tipo di attività abusiva – ha spiegato il portavoce della società, Charlie Douglas – ha avuto un impatto notevole sull’esperienza di tutti gli altri clienti”. Secondo la voce ufficiale della società, in ogni caso, gli utenti disconnessi sarebbero stati “davvero pochi”. Ma è proprio questo il problema?

Facendo qualche ricerca qua e là, però, si è poi scoperto che per utilizzare la rete senza limiti gli utenti avrebbero dovuto acquistare un abbonamento a costo maggiore. Ecco svelato, così, l’arcano. Il “limite” da non superare si aggirerebbe intorno ai mille brani musicali o a quattro film al giorno.

Si difendono, però, gli utenti, spiegando che nel contratto stipulato con il provider non erano menzionati limiti. Non si tratta, in realtà, solo di grossi download di musica, software o film (legali o non). Ultimamente, soprattutto i servizi di televisione ad alta definizione e i giochi online stanno iniziando a saturare le reti, almeno quelle statunitensi, spiega la società di ricerche Abi.

E così i provider stanno iniziando a correre ai ripari, introducendo regole al limite della legalità. E in Italia qual è la situazione? Secondo voi potrebbe arrivare il momento in cui Fastweb o Alice, per citare due famosi gestori, decideranno di “staccare la spina” ai “forzati” del download?

Con Geekissimo.com inizia una nuova avventura

Inizia oggi una nuova avventura. Ho iniziato a scrivere, infatti, su Geekissimo.com, blog che tratta diversi ambiti della tecnologia: hi-tech, internet, download, software, hacking, etc. In particolare, mi occuperò di “sociologia della rete”: problematiche, nuove tendenze, iniziative, futuro della Rete e tanto altro.

Anche gli articoli scritto su Geekissimo saranno inseriti su questo blog/portfolio, preceduti da questa icona:

Come potete vedere, la mia firma sul nuovo blog sarà “Daniele”. Buona lettura.