Ciao Corrado

Oggi è scomparso Corrado Sannucci, giornalista di Repubblica che da tempo combatteva con una brutta malattia. Voglio ringraziare Corrado per quello che mi ha insegnato quando, diversi anni fa, condividevamo la stessa stanza in redazione. Io apprendista giornalista, e lui che si divertiva a raccontarmi aneddoti e a prendermi in giro per la mia competenza tecnologica da lui ritenuta “eccessiva”.

Osservarlo lavorare è stato per me di grande insegnamento: da come telefonava ai contatti, come da una notizia che reputavo insignificante riusciva a tirar fuori un grande pezzo, come preparava i suoi viaggi all’estero. Ancora ricordo quando mi chiese d’insegnargli a utilizzare un piccolo lettore Mp3 e a come gli insegnai a importare i cd, lui così esperto del mondo e così “imbranato” con la tecnologia.

Ciao Corrado!

Di seguito, il ricordo di Fabrizio Bocca su Repubblica di oggi.

ROMA – Adesso che Corrado se ne è andato, non è il vuoto che si sente, non ancora – la sua scrivania è qui davanti ricolma di libri – ma la disperazione quella sì. Ci aveva davvero convinto che ce l’avrebbe fatta e che anzi alla fine del suo viaggio avrebbe indicato la strada a tutti quanti. Ci ha scritto un libro di successo sopra: “A parte il cancro tutto bene” (video). Un titolo volutamente ottimista, ma anche sarcastico come lo era lui. Quel titolo lo aveva rubato a un simpatico ragazzo del bar sotto casa dove andava a prendere il cappuccino tutte le mattine. E a cui Corrado si era affezionato per la sua bonarietà: “Allora dotto’, che si dice oggi di questa Roma?”. Messo al corrente però di quanto gli stava accadendo, il barman aveva sorriso e risposto così, cercando di fargli forza alla sua maniera: “Beh, a parte il cancro tutto bene, no?” “Beh… sì, a parte questo tutto bene”.

Per Corrado fu quasi un’illuminazione, ci aveva visto una profonda filosofia di vita e la sintesi perfetta della sua stessa storia. In quella singolare frase, così piena di vita, e nella sua famiglia, la moglie Maresa e soprattutto l’adorata piccola Olimpia – cui un giorno raccontò che i suoi globuli rossi avevano cominciato a starnutire e che pertanto non poteva più viaggiare… – aveva trovato la forza di lottare e di affrontare il cammino che lo aspettava.

Corrado Sannucci aveva cinquantanove anni – era nato nel 1950 a Roma – troppo pochi per andarsene. Ma aveva già vissuto tre vite: il cantautore, il giornalista, lo scrittore. E continuava a passare da una vita all’altra con la stessa naturalezza e velocità con cui raccontava una partita di calcio in notturna. Prima trascorreva tutto il tempo a commentare a voce alta le azioni, con giudizi spesso caustici, e poi in dieci minuti ecco l’articolo da trasmettere al giornale. Quasi sempre usciva dallo stadio scuotendo la testa: “Mamma mia, che spettacolo”. Ha visto e raccontato così centinaia e centinaia di avvenimenti – non solo calcio – in qualunque parte del mondo. A Repubblica cominciò con i Mondiali di calcio a Mexico ’86. E così è andato avanti fino a ieri. Non aveva voluto nemmeno negarsi le Olimpiadi di Pechino, a costo di fare lì, sul posto, una trasfusione di sangue. “Accidenti questi cinesi, sono stati perfetti, ti farei vedere che posto all’avanguardia: sto benissimo adesso ci scrivo un articolo sopra. E poi si va a mangiare cinese”.
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Corrado aveva una cultura sterminata, un paio di armadi pieni di volumi rari, almanacchi, vecchie riviste. Sempre con un quotidiano aperto sotto il naso, divorava un giornale sportivo dalla prima pagina all’ultima breve. E commentava: “Ma guarda questo che tempo sui 400 ostacoli”. Sannucci è stato uno storico dello sport, conosceva personaggi e storie incredibili, andava a caccia, che so, dei sopravvissuti al Mondiale del 1930. E più si andava indietro nel tempo, più lui sapeva. Bolt come Dorando Pietri. Sulla sua scrivania ha lasciato di tutto, anche i volumi “The complete book of Olympics” sempre pronti a essere consultati.

Non solo calcio. La sua grande passione era il rugby, praticamente lo portò di prepotenza a Repubblica, imponendolo. Cominciò a raccontarci le avventure del Sei Nazioni, i Mondiali in Sud Africa. E allo stesso modo amava la pallavolo eroica del periodo di Velasco, e la grande atletica. Gli piaceva raccontare le star ma anche e soprattutto le giovani speranze. “A Rieti ho visto un simpatico ragazzo che si chiama Howe, forte mi dicono. Ci facciamo un pezzo?”. Era appassionato di scacchi: “Ma lo sai che in Ungheria c’è un ragazzo italiano che è un fenomeno? Che faccio, scrivo?”. Ha scritto fino a poche ore fa: l’ultimo articolo per Repubblica un pezzo su Hiroshima e le Olimpiadi della Pace. Sul sito, ancora ieri, un intervento originalissimo sulla nazionale: una Cassaneide. “E mercoledì ne mando un altro”.

Ma la prima vita di Corrado è stata quella di cantautore. Faceva parte della generazione impegnata degli anni 60 e 70, pensava davvero che con la chitarra si potesse cambiare il mondo. E lo credeva ancora. Da giovane aveva prodotto e composto Lp. Tanti pezzi che cominciò a cantare nel famosissimo Folkstudio di Roma; insieme a lui Pietrangeli, De Gregori, Venditti, Locasciulli. Il suo brano più famoso “La Caffettiera” dedicata al femminismo: una coppia sessantottina litiga per chi deve fare il caffè. Alla fine marceranno entrambi in corteo verso la cucina. La chitarra non l’aveva mai lasciata, continuava a scrivere e a fare progetti con Giovanna Marini. Una notte di tanti anni fa, chiuso il giornale, finimmo tutti in un buco trasteverino a bere e cantare: lo costringemmo a venirci dietro e cantare una canzonetta stupida, “Tropicana Ye” del Gruppo Italiano. Alla fine manca poco ci sfascia la chitarra in testa. La sua cassettiera è piena di cd e prove in studio.

Collezionava francobolli, controllava la posta di tutti a caccia di buste dove il timbro postale avesse mancato la mira. E quando accadeva restituiva la busta col buco. Sapeva scrivere bene, certo, e aveva una calligrafia ancor più bella. Aveva scoperto internet e il rapporto diretto con i lettori lo divertiva: tanti gli scrivevano mail e qualcuno lo raggiungeva direttamente al telefono.

Quando Sannucci non scriveva per il giornale o componeva musica, allora scriveva libri. Cominciando dal suo impegno politico. Uno su Lotta Continua, uno sulla decadenza del calcio italiano( La Notte del Calcio) affrontata in maniera molto singolare: all’uscita di Corea del Sud-Italia ai Mondiali del 2002 il protagonista si imbatte nella notte in un ubriaco con cui comincia a vagare e perdersi per Seoul. E poi l’ultimo libro: “A parte il cancro, tutto bene” era praticamente una missione. Il suo telefono in redazione non smetteva mai di squillare, tanta gente nelle sue stesse condizioni lo chiamava per avere un consiglio, per sapere come affrontare il percorso. Gli ospedali gli chiedevano conferenze, i convegni medici volevano che partecipasse. Nel libro racconta di essersi fatto fare da un gioielliere una piccola spilletta che riproduceva il minuscolo congegno di plastica che gli iniettava il medicinale. “Una delle più incredibili invenzioni dell’uomo. Tutte le persone nelle stesse condizioni dovrebbero portare questa spilletta. Per riconoscersi”. Considerava la malattia quasi un club esclusivo. Da cui uscire a tutti i costi, ovviamente. Ma il sapere di poter aiutare gli altri era una cura a sua volta, non l’abbiamo mai visto una volta piangere o disperarsi o abbandonarsi. Tutti quando lo vedevano gli dicevano “Allora Corrado, ce l’hai fatta”. E lui non disilludeva mai nessuno, forse nemmeno se stesso.

A maggio aveva voluto salutare tutti, alla sua maniera, allegramente, nella sua bella casa romana prima di fare un altro pezzo di strada del suo viaggio. Sembrava davvero indistruttibile. “A parte il cancro, tutto bene” davvero.

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