di Daniele Semeraro
“Ho spesso ripetuto che in un’altra eventuale vita terrena avrei fatto l’ufficiale di marina. Ebbene, era solo una battuta: farò di nuovo il giudice”.
Si conclude con queste parole “Un Giudice – Cinquant’anni al servizio dello stato” (Schena Editore, 195 pagine, 18 euro), il primo libro di Cataldo Gigantesco, presidente onorario aggiunto della Corte di Cassazione. Un’analisi di una brillante carriera giudiziaria da poco conclusa, per racchiudere i ricordi di cinquant’anni di attività e tirare le somme di una vita sempre al servizio della Giustizia e dello Stato, tra piccole e grandi soddisfazioni, piccole e grandi delusioni.
Una carriera che parte dalla cancelleria del Tribunale di Brindisi per arrivare alla presidenza del Tribunale di Taranto, passando per la Banca d’Italia, le preture di Bari, di Gioia del Colle e di Putignano, la Corte d’Appello di Lecce (dove Gigantesco ricopre la carica di consigliere) e la procura di Bari (dove ricopre il ruolo di sostituto procuratore generale). E che viene interrotta solamente da una legge di degradazione – l’unica mai emanata in 150 anni di storia repubblicana – con cui molti magistrati “anziani” (ma spesso ancora “giovani” dentro e con tanta voglia di continuare a servire la Giustizia) sono stati letteralmente “rottamati”.
“Un Giudice” è un libro da cui traspare tutto l’amore per una professione dura, difficile da intraprendere, a volte anche pericolosa, in cui spesso per giorni e giorni si devono mettere in secondo piano affetti e passioni. È stato scritto, oltre che per tirare le somme di una carriera e per raccontarla a parenti e amici spesso lontani, anche per chi oggi desidera “ancora” diventare giudice. “E poi – si legge nella prefazione – potrebbe interessare anche chi, al di là delle scarne e a volte imprecise o faziose notizie di stampa, desidera approfondire la conoscenza del vero ‘mestiere del giudice’, approfittando dell’esperienza vissuta di un testimone affidabile”. Ma anche per riordinare i ricordi, per rendere omaggio “a chi (sono tanti) mi ha aiutato, stimato e voluto bene, e in definitiva per sperare di convincermi che non sono vissuto invano”.
Il voler riordinare i ricordi emerge fortemente soprattutto nella prima parte del libro, in cui vengono passati in rassegna compagni di scuola e professori, situazioni personali e dettagli anche forse di scarso interesse per il lettore che non conosce personalmente Cataldo Gigantesco o la Taranto degli anni Cinquanta.
I capitoli che invece, a mio giudizio, interessano di più sia il lettore “casuale” che lo studioso o l’appassionato di diritto sono certamente i racconti di alcuni episodi e situazioni che il giudice si è trovato a trattare nel corso della sua lunga carriera. Come quando fu convocato all’alba dai carabinieri per un incidente mortale avvenuto in fase di atterraggio a un aereo Nato all’aeroporto militare di Gioia del Colle: Gigantesco provvide a far sequestrare il relitto dell’aereo e a ipotizzare responsabilità dei militari italiani addetti alla torre di controllo (“Un generale dell’Aeronautica non riusciva a comprendere come fosse possibile che un magistrato così giovane potesse, sia pure temporaneamente, bloccare l’inchiesta avviata dall’Aeronautica con ben altri mezzi a disposizione”).
Encomiabile anche il lungo lavoro e l’interesse verso un fenomeno, quello dello sfruttamento minorile, molto vasto in Puglia, regione in cui Cataldo Gigantesco ha svolto interamente il suo lavoro. Particolarmente comune era la consuetudine, ad esempio, di far accompagnare i cortei funebri dei più facoltosi da gruppi numerosi di “orfanelle”: “Sotto la pioggia, con il vento e i rigori dell’inverno di quella città collinare (Putignano, ndr) ho visto personalmente infreddolite e pallide bambine intorno ai dieci anni vestite con identici abiti scuri, seguire da presso il caro funebre”.
Altro tema molto sentito era quello degli infortuni sul lavoro: era raro trovare, almeno negli anni Settanta, nelle attività di costruzioni di edifici ponteggi a norma, e quindi sono stati frequenti i sopralluoghi per accertare, con la polizia giudiziaria, che le norme venissero rispettate: gli infortuni mortali ebbero una notevole diminuzione statistica, tanto che ne venne fatta apposita menzione nella relazione di inaugurazione dell’anno giudiziario 1976.
Particolarmente sentita la difesa dei più deboli, come quell’esperienza “amara e al tempo stesso esaltante” avvenuta da pretore di Putignano. Una donna nubile, facoltosa proprietaria terriera, era stata rinchiusa in manicomio da oltre 14 anni per volere del fratello che non intendeva dividere con lei l’eredità dei genitori. La signora, ancora lucida, pur vivendo in un ospedale psichiatrico, continuava a lamentare di essere stata segregata senza necessità e solamente per volontà del fratello e riuscì, dopo numerosi tentativi, a suscitare l’attenzione della magistratura: Gigantesco prese a cuore la questione, provvide ad organizzare una nuova perizia psichiatrica che non rivelò elementi che potessero condurre a una malattia mentale, e la donna fu “liberata”. “Prima di lasciare questa vita, così ingrata con lei – racconta Gigantesco – volle ancora vedermi per rinnovare la sua gratitudine (ma io avevo fatto solo il mio dovere) e mi fece dono di uno scialle di lana fatto da lei all’uncinetto. Non ritenni di poter rifiutare, e quel dono così particolare lo conservo ancora tra le cose più care”.
Un giudice, un po’ come un giornalista, deve occuparsi in continuazione di argomenti diversi. E così dall’anziana segregata si passa a tematiche del lavoro o della sanità. Di fondamentale importanza, ad esempio, la scoperta dell’impiego irregolare di liquami e di fanghi di fogna in agricoltura. Da un’indagine, infatti, emergeva che molti ortolani pugliesi utilizzavano abusivamente le acque di fogna, prelevandole dai canali di scolo, per irrigare ogni genere di ortaggi, sia da consumarsi crudi che cotti. Alla fine dell’indagine vennero distrutte tonnellate di ortaggi su circa 10 ettari di terreno e vennero denunciati 23 produttori e rivenditori: “Ho ancora impressa nella memoria – si legge – l’immagine dei trattori che, per un’intera giornata, rivoltarono nel terreno ortaggi di ogni genere, in prevalenza da consumarsi crudi”. La scoperta, tra l’altro, ha permesso di invertire un trend che cresceva esponenzialmente: quello delle malattie di tifo, paratifo ed epatite virale.
Non solo diritto nudo e crudo. Perché Gigantesco nel corso dei suoi tanti incarichi si è trovato anche a dover svolgere mansioni che, comunemente, non si pensa siano tipiche di un giudice. Come quella di predisporre un impianto di riscaldamento (com’è successo alla pretura di Gioia del Colle) o di riorganizzare in toto il Tribunale di Taranto (venne soprannominato il presidente “capo cantiere”), a partire dalla riprogettazione architettonica fino all’abbellimento con quadri, fontane e opere d’arte: “Ho sempre ritenuto che un ufficio giudiziario, destinato a prestare un servizio essenziale ai cittadini – racconta Gigantesco – deve essere non soltanto funzionale ma anche gradevole e quasi elegante, per rendere meno penoso il lavoro degli addetti e al tempo stesso per accogliere al meglio possibile la numerosa utenza”.
Abbiamo parlato di una carriera brillante e spesso ricca di soddisfazioni. Come in tutte le cose ci sono però anche aspetti meno positivi, come qualche delusione e un po’ di paura in determinati casi. Come in quello, uno dei pochissimi citati all’interno del libro, in cui attraverso lo spioncino di casa Gigantesco vede un uomo che sembra conoscere passeggiare insistentemente attorno alla sua abitazione: si tratta di uno dei criminali più pericolosi della zona. Così chiama in tutta fretta la scorta e si fa accompagnare nel minor tempo possibile in tribunale: “In auto con il tenente ed altri due carabinieri notammo una grossa autovettura con varie persone a bordo che ci seguiva. Sia l’ufficiale che io estraemmo le pistole, temendo un attentato, e la nostra auto, a sirene spiegate e con la paletta di segnalazione, raggiunse a tutta velocità il palazzo di giustizia”. Gigantesco girava spesso armato per difesa personale, e addirittura in uno dei momenti più delicati della sua carriera (il periodo di lavoro alla Corte d’Appello di Lecce) esauriti i processi più gravi dovette chiedere un breve periodo di congedo straordinario per motivi di salute.
Ma ci sono, lo dicevamo, anche piccole e grandi delusioni. Come quella dell’Albania: il Paese era da poco diventato una repubblica democratica e aveva necessità di riorganizzare le sue strutture giudiziarie avvalendosi dell’esperienza italiana. Nacque così l’idea di inviare una delegazione di giudici italiani per sostenere le riforme e per fornire informazioni dettagliate sul sistema giudiziario. Un’iniziativa che trovò il pieno consenso dell’allora procuratore generale e che prevedeva una visita presso i tribunali di Valona e Tirana. Con grande entusiasmo Gigantesco organizzò il viaggio nei minimi particolari e raccolse moltissimi libri e materiale di studio, con il plauso anche del ministro della Giustizia, del Csm e dell’ambasciatore italiano in Albania. A soli tre giorni dalla partenza, l’iniziativa – “totalmente disinteressata e di sincera solidarietà” – venne annullata, forse con l’intento di evitare iniziative isolate e di mantenere i rapporti tra i due paesi soltanto nell’alveo istituzionale.
Ma la delusione più grande, e volgo al termine della mia recensione, è stata la legge di rottamazione dei magistrati del 30 luglio 2007, che non ha avuto neanche una giusta e importante eco sulla stampa nazionale. “Nei 150 anni di storia del nostro Paese – spiega Cataldo Gigantesco – non è mai stata emanata una legge di ‘degradazione’ in massa di funzionari pubblici. L’unica eccezione ha riguardato i magistrati dirigenti ed è contenuta nella ‘riforma Mastella’ dell’ordinamento giudiziario (legge n.111 del 30 luglio 2007)”. Nella legge, in particolare, si legge che “decorso un periodo di otto anni coloro che hanno superato il termine massimo per il conferimento delle funzioni senza che abbiano ottenuto l’assegnazione ad altro incarico o ad altre funzioni decadono dall’incarico restando assegnati con funzioni non direttive né semidirettive nello stesso ufficio”. In pratica dopo otto anni in funzioni direttive si retrocedeva alle funzioni iniziali dei rispettivi uffici. La drastica riforma, secondo Gigantesco, era finalizzata a svecchiare i ruoli dei dirigenti e a rimuovere eventuali “ma non provate” incrostazioni del potere direttivo. Le intenzioni nella teoria sembravano buone, ma vi è da chiedersi se, a distanza di alcuni anni, sono stati prodotti risultati positivi. “La verità è – si legge nel libro – che non volendo o non sapendo affrontare difficoltà vere quali l’insufficienza degli organici, la povertà dei mezzi strutturali, l’oscurità e l’eccessiva proliferazione di norme che rendono il processo un percorso ad ostacoli, il problema viene spostato su cause diverse e presunte”.
In seguito all’emanazione della legge vennero presentati centinaia di ricorsi al Tar del Lazio, tutti respinti “con insolita rapidità”. La riforma entrò in vigore il 30 giugno 2008 e da presidente del Tribunale di Taranto Gigantesco retrocedette di due gradi, diventando giudice del Tribunale che aveva diretto per 12 anni. La brutta delusione lo portò a chiedere il pensionamento, e così il 30 dicembre 2008 il Consiglio Superiore della Magistratura accetta le sue dimissioni conferendogli il titolo onorifico di presidente aggiunto della Corte di Cassazione.
“Bisognava imparare un nuovo mestiere, quello del pensionato, e non è stato facile e indolore”. Un mestiere in cui il telefono inizia a non suonare più, i rapporti con i colleghi si fanno più rarefatti, ma si riscoprono gli amici veri, gli affetti della famiglia e le passioni. Come quella – mai accantonata – della barca, o quella più recente della comunicazione e dell’informatica. Accettare di dover essere obbligati a lasciare il lavoro di una vita è certamente duro, ma è un momento che arriva per tutti. Cataldo Gigantesco, Dino per i parenti e gli amici, non deve abbattersi: ha svolto un lavoro importante e di grande valore sociale. “L’uomo – si legge nella presentazione di Paolo De Stefano, docente di Letteratura Italiana all’università di Bari-Taranto – ha realizzato in onestà e disciplina e zelo di impegno professionale la serenità impagabile della più significativa esistenza: esempio che lascia ai giovani. E la presenza dei suoi ricordi oltre e fuori da ogni retorica vuole testimoniare un valoroso passato e la speranza che quel passato sia, per coloro che sono o verranno, la propellente forza di una tradizione di nobili virtù e di disinteressati intenti”.
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la recensione è ottima in ogni senso: chiarezza manzoniana; completezza degli argomenti rilevanti; assenza assoluta di errori, sbavature, ripetizioni, aggettivi inutili; sintesi eccellente in relazione ai tanti argomenti trattati.
insomma: una lezione di giornalismo e di italiano.
complimenti…