Italia: la disperazione di un’intera generazione

Un paio di mesi fa ho fatto una chiacchierata con una collega dell’agenzia di stampa tedesca Dpa, Stefanie Stahlhofen, che stava cercando informazioni sul precariato e il rapporto dei giovani con il lavoro in Italia. Ne è scaturito un bell’articolo, ripreso dal quotidiano “Die Welt” che pubblico di seguito. Qui l’articolo originale “In Italien verzweifelt eine ganze Generation”

 

Quasi un terzo della popolazione giovane in Italia non trova lavoro e rimane in famiglia. E già si parla di generazione perduta

“Ci si sente depressi perché nonostante si abbia un ottimo curriculum nessuno è pronto a chiamarti”. Daniele, di Roma, è rimasto senza lavoro per ben nove mesi. 29 enne, giornalista professionista, lavorava presso una testata televisiva dopo anni di stage non pagati e collaborazioni. Dopo due anni l’azienda avrebbe dovuto assumerlo. “Per riasparmiare ti mandano a casa e cercano qualcun altro da impiegare, una persona nuova e inesperta” spiega Daniele, disilluso. Che aggiunge: “Un contratto a tempo determinato o un contratto a progetto non danno la sicurezza per potersi construire un futuro”.

La storia di Daniele non è un caso unico. Giovane, altamente qualificato e disoccupato. Una situazione in cui, secondo i dati dell’Istat, si trovano quasi 1,2 milioni di italiani. Chi invece riesce a trovare un’occupazione si ritrova spesso senza contratto o con un contratto a progetto, viene per lo più sottopagato ed è, in molti casi, altamente qualificato.

Questa è la situazione in cui si ritrovano moltissimi italiani, che hanno davanti a sé un futuro incerto. Il quotidiano romano “La Repubblica” li identifica come generazione perduta. Una tendenza destinata a peggiorare: nel mese di marzo il 28,6 per cento dei ragazzi tra i 14 e i 24 anni era disoccupato. E tra coloro che sono alla rircerca di lavoro da più tempo, il 40 per cento è formato da minori di 25 anni, che cercano addirittura da più di un anno.

Paragonata agli altri paesi europei, l’Italia si ritrova al secondo posto dopo la Repubblica Slovacca. Non sono solo i giovani a soffrire questa situazione, ma anche le loro famiglie, che devono mantenere i figli sempre più a lungo. Sul quotidiano “La Stampa” una madre racconta la storia del proprio figlio. Nonostante le eccellenti conoscenze dell’inglese e del francese è da mesi alla ricerca di un lavoro che possa adattarsi alla sua formazione e che sia adeguatamente pagato. Ma il ragazzo riceve solo offerte miserabili. Lo stipendio? Buoni pasto da cinque euro. “Mamma ci distruggono”, continua a dire il figlio.

Le condizioni sembrano decisamente pessime. I giovani non ce la fanno più: manifestano per le città per un miglioramento delle loro condizioni e contro i contratti a progetto. Il loro motto: “Se non ora quando, il nostro tempo è adesso, la vita non aspetta”.

A causa di questa triste realtà i giovani non solo sono costretti a riversarsi per le strade, ma addirittura a trasferirsi in altri paesi. Secondo gli ultimi sondaggi l’università italiana non attira più nessuno. Poco da stupirsi se si guarda come si sviluppano poi le carriere degli studenti: il 29 per cento degli addetti ai call center si è laureato all’università.

Angela, dalla Puglia, lavora senza contratto come guida turistica nonostante la laurea e ottime conoscenze linguistiche. Non riesce a trovare altri impieghi fissi. È convinta che la politica non faccia nulla o comunque faccia molto poco per i giovani. Il ministro per la Gioventù Giorgia Meloni pretende più contratti a progetto e meno tirocini.

Anche il premier Berlusconi, durante un incontro di neo-laureati, ha dato consigli ai giovani che hanno concluso gli studi con il massimo dei voti. E ha consigliato loro. E poi ha ammonito: non abbinate mai scarpe marroni a completi blu.

Daniele ha invece ben altri pensieri. Nel frattempo ha trovato lavoro in un sito internet, ma non sa ancora come si evolverà il suo futuro, e per quanto tempo ancora lavorerà.

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