Harvard: "Embrioni umani contro i mali incurabili"

L’ateneo americano potrà utilizzare soltanto finanziamenti privati
Diabete, anemia, leucemia e altri malattie al centro della ricerca

Harvard creerà embrioni umani
“Combatteremo i mali incurabili”

di DANIELE SEMERARO

WASHINGTON (Usa) – Gli scienziati dell’Università di Harvard a Boston inizieranno a creare embrioni umani da cellule staminali. Questo non per produrre “individui fotocopia”, ma con la speranza di ottenere cellule “staminali bambine” e fare, così, progressi nella ricerca di cure per il diabete, l’anemia, la leucemia, il morbo di Lou Gehrig (sclerosi laterale amiotrofica) e altre malattie fino ad ora considerate incurabili.

L’annuncio è di quelli che faranno discutere, perché per aggirare i “paletti” imposti dalla legislazione americana (dopo il divieto del 2001 di erogare fondi pubblici a sostegno della ricerca sugli embrioni) verranno utilizzati soltanto finanziamenti privati. I ricercatori di Harvard, inoltre, sperano di vincere diffidenze e obiezioni di natura etica e religiosa. “Se i nostri sforzi avranno successo – spiegano – segneranno un grande passo in avanti nel trattamento delle malattie croniche”.

Gli studiosi hanno già avviato il loro progetto: “Dopo oltre due anni di revisione e discussione scientifica ed etica – spiegano dall’ateneo statunitense – l’Harvard Stem Cell Institute e i ricercatori dell’Harvard and Children’s Hospital di Boston hanno concordato di avviare esperimenti di clonazione terapeutica, con l’obiettivo di creare linee di cellule staminali specifiche per diverse malattie e di sviluppare nuovi trattamenti contro un’ampia serie di mali oggi incurabili”.

Per gli Stati Uniti, sottolineano i ricercatori, “si tratta della prima iniziativa non commerciale per l’uso di cellule staminali embrionali umane in test il cui principio è già stato dimostrato negli animali”. La metodica adottata è chiamata Somatic Cell Nuclear Trasfert: si tratta di un trasferimento nucleare, che consiste nel sostituire il materiale genetico di una cellula uovo (cioè la metà del patrimonio genetico di una normale cellula) con il Dna prelevato da una cellula adulta, come ad esempio una cellula della pelle. In questo modo, la cellula uovo si troverà ad avere un patrimonio genetico completo, potendo così dare il via a “cambiamenti chimici ed elettrici che innescano la divisione della cellula uovo, e quindi la creazione di un embrione geneticamente identico alla cellula che ha donato il Dna completo”.

Per creare le diverse linee di staminali embrionali verranno utilizzate cellule della pelle donate proprio da malati di diabete, con malattie del sangue o patologie neurodegenerative: ogni linea di cellule avrà così le stesse caratteristiche genetiche del malato, e potrà essere utilizzata in laboratorio per cercare una possibile cura. Lo studio servirà anche a osservare come le malattie si sviluppano nei primi stadi della vita umana, prima che i sintomi diventino evidenti.

La ricerca che coinvolge le staminali embrionali però, avvertono gli scienziati, non è esente da controversie: estrarre queste staminali dagli embrioni, infatti, “richiede la distruzione dell’embrione stesso. Chi si oppone a questo genere di ricerche sostiene che nessun potenziale beneficio medico può giustificare la distruzione di quello che loro considerano già una vita umana, se non già una persona”. “Ma tutte le cellule umane – aggiunge Douglas Melton, co-direttore dell’Harvard Stem Cell Institute – compresi gli spermatozoi e gli ovuli sono ‘vive’. La questione del quando inizia la vita è teologicamente e filosoficamente rilevante, ma dal punto di vista scientifico questo lavoro ha l’enorme potenziale di salvare vite, curare malattie croniche e migliorare la salute di milioni di persone. La realtà delle persone che soffrono ha maggior peso della potenzialità di un gruppo di cellule che potrebbero non essere mai impiantate in un utero per divenire persone, anche se noi non facessimo le nostre ricerche”.

“Il lavoro per adesso è ancora ai primi passi”, ha spiegato George Daley, direttore associato del programma cellule staminali del Boston Children’s Hospital. Harvard è il secondo ateneo americano a lanciarsi in questa sfida: il primo fu l’Università della California di San Francisco.

(7 giugno 2006)

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