Il sottosegretario Modica: "Così cambieremo la vecchia legge"

Intervista al sottosegretario all’Università e alla Ricerca Luciano Modica, che spiega i primi passi del nuovo ministero guidato da Fabio Mussi

“La riforma Moratti? La miglioreremo
Basta alle iniziative senza qualità”

di DANIELE SEMERARO

ROMA – A meno di dieci giorni dall’insediamento del nuovo governo, il nuovo ministero dell’Università e della Ricerca, guidato da Fabio Mussi, ha già iniziato a lavorare per “mettere una toppa” alla difficile situazione lasciata dal ministro uscente Letizia Moratti.

“Ho giurato sette giorni fa, per la precisione – racconta il nuovo sottosegretario all’Università e alla Ricerca, Luciano Modica – e in questa fase iniziale ci stiamo occupando principalmente di bilancio, servizi tecnici e tutte le faccende burocratiche. In ogni caso, però, abbiamo già iniziato a lavorare, dando dei ‘segni’ che indicano che non siamo più disposti a tollerare iniziative senza qualità”. Modica, senatore Ds, docente alla “Normale” di Pisa ed ex presidente della Crui, la Conferenza dei Rettori, racconta i primi passi del nuovo Ministero.

Innanzitutto come prima cosa avrete dovuto fare dei trasferimenti di sede…
“Dobbiamo ricordare che con la gestione Moratti, istruzione, università e ricerca erano accorpati in un unico ministero. Ora, invece, siamo ritornati come prima, con l’Istruzione da una parte, a viale Trastevere, e l’Università e la Ricerca all’Eur, dov’era la sede, per intenderci, dei ministri Berlinguer e Zecchino”.

È vero che siete ancora in una fase di assestamento, ma siete già intervenuti su tre decreti Moratti.
“Il ministro Mussi ha scelto d’intervenire in una maniera esemplare su alcuni temi particolarmente caldi, per dare il senso di indirizzo politico. Per prima cosa infatti abbiamo revocato il decreto d’istituzione della famosa università ‘Ranieri’ di Villa San Giovanni. In questo comune calabrese il signor Ranieri, infatti, già da tempo aveva chiesto di poter fondare un’università privata. In Italia, però, non esistono università private, ma esistono le ‘libere’, cioè in parte finanziate dallo Stato e autorizzate. La Moratti con un atto finale della legislatura, dopo le elezioni e quindi dopo il cambio di orientamento politico, aveva dato l’ok. Noi invece abbiamo bloccato questo decreto e quest’università non avrà mai luce”.

E invece, per quanto riguarda i decreti più “tecnici”?
“Ne abbiamo ‘messi in attesa’ due. C’è quello che dava attuazione alla riforma Moratti della didattica, quella della ‘Y’ che andava a modificare il 3+2, per intenderci. Su questo la nostra posizione è un po’ diversa dal governo precedente: il decreto è stato fermato perché conteneva alcuni punti dubbi, che erano stati segnalati anche dai rettori, dal Consiglio universitario nazionale e dal Comitato nazionale degli studenti unviersitari, e il ministro Moratti non ne aveva per niente tenuto conto. Non vogliamo cancellarlo, sarà però rivisto dai tecnici del Ministero e nell’arco di due o tre mesi sarà emanato. In questo decreto, tra l’altro, c’era anche una norma che permetteva la concorrenza sleale tra le università, dando la possibilità di iniziare i nuovi corsi di laurea già da settembre scorso. Il ministro Mussi, invece, ha comiunicato che quando il decreto partirà, dovrà partire lo stesso giorno per tutti”.

Per quanto riguarda il decreto sul piano triennale di spesa, invece?
“Il ministro Moratti con un altro atto di fine legislatura aveva dato il via al decreto che assegnava i fondi per lo sviluppo delle università per il triennio 2007-2009. Noi abbiamo trovato questo atto come sgarbato e ‘di guerra’, perché si sono voluti decidere i finanziamenti anche per gli anni futuri, quando invece siamo noi che dobbiamo stabilirli. Questi finanziamenti, inoltre, erano ripartiti in modo indistinto e automatico con formule e parametri che non descrivono perfettamente la realtà e avrebbe potuto causare quelli che il ministro Mussi ha definito “effetti collaterali indesiderati”: se si ripartiscono i finanziamenti e si ottengono risultati anormali, infatti, entra in crisi l’intero settore. C’era poi un’altra norma, molto ‘strana’, che attribuiva il 75% delle risorse al Nord lasciando il Centro e il Sud praticamente a bocca asciutta, e non si capisce il perché visto che al Sud ci sono molte situazioni di eccellenza. Anche in questo caso ci riserviamo tre mesi per ripensare bene il decreto”.

Per quanto riguarda, invece, la riforma Moratti della docenza universitaria, che ha fatto tanto discutere negli ultimi mesi, cosa farete?
“Non mi piace dire che l’abrogheremo: al suo interno infatti ci sono delle norme che vanno benissimo. Per quanto riguarda l’università la riforma è molto meno profonda di quello che si è voluto far credere, e quindi gli interventi non saranno distruttivi. Quello che vogliamo cambiare è la filosofia della riforma: vogliamo persone più giovani a fare i professori ed una carriera fatta in base al merito. Il problema infatti è quello di andare modificare le norme che noi riteniamo non essere adatte al corretto funzionamento dell’università. Posso fare due esempi: riteniamo che l’aumento delle posizioni dei ricercatori a tempo determinato non sia una buona norma, perché li minaccia sulla lunga distanza. Stessa situazione per i concorsi nazionali: non ci convincono. Li abbiamo sperimentati per 18 anni e non hanno mai funzionato bene. Non dico che quelli introdotti da Berlinguer sono migliori, perché non funzionano nemmeno quelli… però le cose che non vanno crediamo che vadano immediatamente cancellate. In ogni caso tengo a ribadire che i decreti sono ministeriali, ma per tutto il resto è il Parlamento, e non il singolo Ministero, che deve decidere”.

E per il settore della ricerca quali sono le priorità?
“Dobbiamo ridare dignità alla ricerca pubblica, che è stata un po’ abbandonata in questi anni. Abbandonata nei finanziamenti, abbandonata in blocco delle assunzioni, abbandonata in una gestione centralistica del potere. I ricercatori pubblici hanno diritto di poter disporre del loro tempo per le ricerche che ritengono utili al Paese. I giovani di talento scappano dall’Italia perché non trovano delle strutture, denaro per fare le ricerche e la possibilità di governare le strutture”

(26 maggio 2006)

(Nella foto: Il neo-sottosegretario all’Istruzione Luciano Modica)

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