La Ue e le lingue straniere: "L'Italia, che delusione"


La Commissione Europea s’impegna, per la prima volta, a migliorare la conoscenza delle lingue. Dopo una indagine, pesante per il nostro Paese

Multilinguismo, chance per l’Italia
documento-appello della Ue

di DANIELE SEMERARO

ROMA – In base all’ultima indagine Eurobarometro, i Paesi europei che possono vantare cittadini almeno bilingui (in grado, cioè, di conversare in un’altra lingua rispetto alla propria) sono il Lussemburgo (99%), Lettonia e Malta (93%) e la Lituania (90%), mentre Francia (45%), Spagna e Italia (36%) e Inghilterra (30%) si distinguono per un diffuso monolinguismo e quindi si trovano nettamente sotto la media (che, per l’Europa a 25, è del 50%).

Non è tutto: tra le lingue che più vengono utilizzate a livello europeo, oltre all’Inglese (parlato come lingua madre dal 13% dei cittadini e come seconda lingua dal 34%), al tedesco e al francese, l’italiano è parlato dal 13% dei cittadini come prima lingua, ma solamente dal 2% come seconda lingua. Una situazione che fa della lingua del Belpaese una Cenerentola europea, seguita solo dal Polacco e dall’Olandese.

Per far fronte a queste grandi disparità, l’Unione Europea ha elaborato un primo documento ufficiale sulle politiche linguistiche, “A new framework strategy for multilinguism. Al motto del proverbio slovacco “Più lingue conosci, migliore diventi”, per la prima volta l’Europa s’impegna a migliorare la comunicazione tra i cittadini europei e le istituzioni.

L’aumento della mobilità e della cooperazione nel nostro continente, infatti, rende indispensabile la buona conoscenza di più idiomi. Senza dimenticare che le competenze linguistiche, oltre a favorire gli scambi culturali e sociali, sono alla base del mercato globale, delle strategie commerciali, della società dell’informazione e della comunicazione tecnologica.

L’Unione Europea, si legge nel documento, fondata sull'”unità nella diversità” (diversità di culture, di costumi, credenze) deve fare qualcosa per migliorare la propria situazione. Tale diversità, in effetti, è ben chiara se si guarda all’ambito linguistico: in Europa convivono oltre 20 lingue ufficiali, almeno 60 regionali e una moltitudine di lingue minoritarie che i vari sistemi scolastici affrontano con esiti di vario tipo.

E proprio dopo aver preso in considerazione gli allarmanti dati di Eurobarometro, la Commissione lancia l’allarme: gli stati membri devono far di tutto per migliorare la propria situazione interna (in campo linguistico, è chiaro) e devono attuare misure per promuovere l’espansione del multilinguismo in una società che rispetti tutte le identità linguistiche dei cittadini.

Per come l’intende l’Ue, il multilinguismo si riferisce dunque sia all’abilità del cittadino di utilizzare più lingue per comunicare, sia la coesistenza di idiomi diversi in una determinata area geografica. Nel documento, in particolare, il termine è utilizzato per descrivere il nuovo campo della politica dell’Unione per promuovere un clima che può favorire la piena espressione di tutte le lingue.

Lo scopo dell’iniziativa è triplice: innanzitutto, incoraggiare l’apprendimento delle lingue e promuovere le diversità; promuovere, poi, una florida economia basata sul multilinguismo e fornire aicittadini l’accesso alla legislatura dell’Unione Europea, alle procedure burocratiche e alle informazioni nella loro stessa lingua.

“Il multilinguismo – si legge – è allora essenziale per far funzionare senza intoppi l’intera Unione: aumentando la competenza linguistica dei cittadini, infatti, si potranno raggiungere obiettivi sempre maggiori, e in particolare si potrà fronteggiare una competizione globale sempre crescente e si potrà migliorare il potenziale dell’Europa nei confronti uno sviluppo sostenibile e migliori condizioni di lavoro”.

E, forse, proprio grazie al riconoscimento e alla valorizzazione dell’identità nazionale anche l’Italia potrà spingere la propria lingua oltre quel drammatico 2% di diffusione che la relega al penultimo posto tra le lingue studiate in Europa.

(8 marzo 2006)

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