L'arteterapia contro il bullismo. "Scommettiamo sulla fantasia"

Gli esperti del settore si confrontano in un convegno a Vicenza. L’uso delle nuove
tecniche per arginare i fenomeni della devianza giovanile: “Sfruttiamo l’immaginazione”

L’arteterapia contro il bullismo
“Proviamo a curarli con la fantasia”

di DANIELE SEMERARO

ROMA – C’è chi, come accade nelle scuole dello stato australiano di Victoria, per combattere il bullismo decide di impedire a tutti gli studenti di utilizzare YouTube, il più grande contenitore multimediale della rete, proprio quello nel quale sono andati a finire molti dei video girati anche nelle classi italiane. E chi, invece, da oltre vent’anni crede che per combattere i fenomeni di devianza giovanile si debba “cambiare musica”, cercando di parlare la stessa lingua dei giovani. Sono gli esperti di arteterapia, una vera e propria disciplina che utilizza i materiali, le tecniche e i criteri di decodifica dell’arte visuale per individuare e gestire al meglio il mondo emozionale della persona, con particolare attenzione alle problematiche del disagio psicologico e sociale.

Di disagio giovanile e arteterapia si parla questa mattina in un convegno organizzato alla Fiera di Vicenza che ripercorre tutte le problematiche della deviazione, dal bullismo all’anoressia, dal graffitismo alla pornografia e all’interno del quale intervengono medici, psicologi e psicoterapeuti. “Quello che da diversi anni stiamo cercando di fare – spiega Achille De Gregorio, direttore di ArTea (ArteTerapeuti Associati) e docente all’università di Milano – è capire cosa avviene nella testa del bullo, cosa condiziona e veicola la vita psichica del minore”. È indubbio che gli avvenimenti degli ultimi mesi, dai pestaggi agli stupri filmati col telefonino e poi pubblicati su internet, sono frutto di un’educazione contraddittoria e di una società problematica, con una famiglia che è cambiata e un mondo della scuola sempre più demotivato.

L’arteterapia, però, ha una visione differente della delinquenza e della criminalità giovanile, spiega De Gregorio: “Non vogliamo essere moralisti e nell’approccio con un ragazzo problematico crediamo che egli sia stufo di sentirsi dire cosa deve fare. Probabilmente avrà parlato, oltre che con i genitori, con psicologi, insegnanti, educatori. Noi, invece, cerchiamo un canale diverso, nuovo e probabilmente privilegiato, che è quello delle immagini”. Attenzione, però: l’arteterapia non va a mettere in contatto il ragazzo con l’arte dei musei, bensì con quella che gli è più vicina, dalla computergrafica alla pop-art, passando per la musica rap, i graffiti o anche i più tradizionali matite e pennarelli, andando a creare dei percorsi terapeutici che possono durare anche diversi anni e che, nella maggior parte dei casi, danno i loro frutti.

“È un lavoro psicosociale – continua De Gregorio – e non somministriamo né farmaci né diamo consigli. Cerchiamo invece, con questo canale privilegiato, di parlare la loro stessa lingua, di diventare complici. Alcuni anni fa con il ministero della Giustizia abbiamo mandato avanti un progetto che ha coinvolto due carceri e oltre trecento detenuti, e abbiamo ottenuto ottimi risultati proprio grazie a questa capacità delle immagini di poter bypassare la parola”

Parlando di bullismo, gli arteterapeuti hanno una sicurezza: basta con le dicerie comuni. Non è vero che di solito il bullo è figlio d’immigrati oppure che ha il papà alcolizzato, sono aspetti superati. La maggior parte dei comportamenti di devianza avrebbero invece a che fare con il desiderio: desiderio di farsi una carriera, di far soldi, di avere la macchina potente, di fare sesso. Quello dei “bulli”, insomma, è un agire che ha a che fare con i modelli d’identificazione proposti dalla società violenta, dalle mode, dai soldi facili, dal sesso pubblicizzato, dal bisogno di videofilmarsi.

È il desiderio, insomma, che spinge a forzature, e ultimamente i desideri dei giovani sono cambiati, così come la loro immaginazione. Ed ecco, appunto, che l’arteterapia cerca di lavorare proprio sull’immaginazione, sulle fantasticherie, su quello che passa per la mente al ragazzo. È come se si cercasse di fare luce su aspetti diversi, al di là degli aspetti sociali e di quelli dell’immigrazione. In modo pratico, di solito si incomincia con incontri individuali o di un piccolo gruppo. Si cercano dapprima i materiali e gli aspetti dell’arte intriganti per ogni singola persona: è il momento più delicato e importante, nel quale si crea un’empatia e un’alleanza basata sulla creatività.

Nelle sedute successive si cerca di dare al paziente spazio, lasciandolo da solo davanti a un foglio con i pennarelli o con una bomboletta spray e si vede in che modo reagisce, cercando poi di lavorare su ciò che emerge. Si fa in modo, insomma, di avvicinare il giovane all’immagine analizzandone la qualità simbolica e psicologica, proponendo poi percorsi di tranquillità o emancipazione. “È un’attività senza sconfitte: i giovani non scappano mai quando c’è da disegnare”.

In italia esistono cinque grosse associazioni che si occupano dell’arteterapia, che è una competenza in più che si studia solitamente dopo la laurea e si abbina a una professione esistente. La maggior parte degli studiosi sono neolaureati oppure educatori, psicologi, fisioterapisti, medici.

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