Lauree umanistiche, si lavora dopo 5 anni, ma i posti sono precari e gli stipendi bassi

Indagine del consorzio AlmaLaurea sulla situazione dei laureati umanisti
Aumentano stage e fuori corso, ancora limitate le esperienze all’estero


Precarietà e stipendi modesti
Ma dopo cinque anni si lavora

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Quanto sono appetibili, al giorno d’oggi, le facoltà di Lettere e Filosofia? E quali sono le caratteristiche e le condizioni occupazionali dei laureati, ad esempio, in Lingue, Scienze della comunicazione, Filosofia, Dams, Storia, Lettere, Conservazione dei beni culturali? A queste domande rispondono due indagini del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea presentate questa mattina a Palermo.

Tra i dati più significativi c’è da notare che l’affacciarsi all’università di giovani provenienti da fasce di popolazione meno favorite non si riscontra nei corsi umanistici, mentre emergono aspetti non incoraggianti: l’accentuarsi del fenomeno dei fuori corso, la limitata partecipazione alle esperienze di studio all’estero e la quota elevatissima di chi vuole continuare la formazione anche dopo la laurea. Aumentano, e qui c’è qualche buona notizia, anche gli studenti che frequentano le lezioni, che fanno esperienze di tirocini e stage e che hanno conoscenze informatiche e della lingua inglese maggiori rispetto ai colleghi che li hanno preceduti.

Frequenza alle lezioni. A Scienze della comunicazione, unica branca di Lettere e Filosofia, si allarga la fascia di ragazzi che provengono da famiglie dove la laurea non è mai entrata. Non è così, invece, negli altri percorsi di studio “dove probabilmente – si legge nel rapporto – una famiglia più attrezzata culturalmente alle spalle agevola scelte formative che hanno esiti occupazionali rinviati nel tempo”. La frequenza alle lezioni non è molto alta, anzi è tra le più basse rispetto alla media nazionale di 52,5 per cento: si va da circa 41 laureati su 100 che hanno frequentato almeno i tre quarti degli insegnamenti previsti al Dams a 55 su cento per Lingue.

Età dei laureati. Curioso vedere come, per i ragazzi del vecchio ordinamento, l’età media dei laureati metta in luce un considerevole divario tra i più veloci (i laureati in Scienze della comunicazione che si laureano a 25,5 anni, ben al di sotto della media nazionale) e i più lenti (i laureati in Storia, che conseguono il titolo a 30,5 anni e quelli in Filosofia, che escono dall’università a 29,3 anni). Per quanto riguarda il voto di laurea, si passa, per i laureati del vecchio ordinamento, da un minimo di 105,8 (Scienze della comunicazione) ai massimi di 109,1 e 109,2 (Storia e Filosofia).

Sbocchi occupazionali. Ciò che emerge con più evidenza è che, trattandosi di lauree generaliste, gli sbocchi occupazionali sono apprezzabili nel medio periodo, quindi dopo circa cinque anni. Rimane per una quota rilevante di laureati, soprattutto per quelli che hanno trovato sbocco nel pubblico impiego, il problema cruciale della precarietà e la difficoltà dovuta a bassi guadagni. Generalmente, le lauree umanistiche sono considerate deboli dal punto di vista del mercato del lavoro: nel contesto occupazionale del nostro paese, infatti, gli umanisti avvertono più difficoltà, più che nella ricerca del lavoro, nella stabilità del posto e nello stipendio.

A un anno dalla laurea lavora il 52,4 per cento dei laureati. I percorsi che più danno lavoro immediato sono il Dams, Storia, Lingue e Scienze della Comunicazione, anche se c’è da dire che i laureati in Storia, Filosofia, Dams e Lettere conoscono il mondo del lavoro già durante gli studi universitari.

“Il profilo che ne esce – commenta Andrea Cammelli, direttore del Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea e docente all’università di Bologna – è quello di un laureato più impegnato negli studi, che ha nel proprio bagaglio formativo esperienze di stage e tirocini, con maggiori conoscenze delle lingue e dell’informatica, ma anche un laureato che sta accumulando ritardi e che è più esigente nei confronti dell’offerta formativa dell’università riformata”.

“Nel medio periodo di cinque anni – continua Cammelli – la condizione occupazionale è migliore di quella solitamente associata alle lauree deboli. Certo, rimane il problema della precarietà, dovuto agli sbocchi prevalenti nell’insegnamento e nel pubblico impiego, e di stipendi modesti”.

“Il tema del senso e della funzione dei saperi umanistici in un momento di grave crisi dell’Università – spiega Giovanni Ruffino, preside di Lettere all’ateneo di Palermo – è al centro del convegno “I saperi umanistici nell’Università che cambia” al quale prendono parte in questi giorni grandi personalità tra cui filosofi, storici, sociologi, studiosi di letterature e beni culturali, storici dell’arte e archeologi”.

L’indagine AlmaLaurea, nella parte prettamente accademica, ha coinvolto oltre 32mila persone laureatesi nel 2005 in 38 atenei e rappresenta circa il 70 per cento dei laureati umanisti nell’intero sistema universitario italiano. Per quanto riguarda la parte del lavoro, invece, sono stati interpellati 13.617 laureati con il vecchio ordinamento e 2,769 laureati del nuovo.

Lascia un commento