Quella linea interrotta tra università e imprese

Malgrado molte strade aperte il bilancio è deludente: atenei e aziende non dialogano. Un danno per la ricerca e lo sviluppo del Paese

Se gli atenei non sanno sentire
le richieste delle imprese

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Università e imprese non riescono a dialogare: come uscire dal labirinto? È una urgenza alla quale il mondo universitario sente di dover dare una risposta in tempi rapidi, anche perché riconosce la sua difficoltà a soddisfare le esigenze del mondo produttivo. La didattica, infatti, spesso appare isolata dal mondo del lavoro, e non svolge il ruolo critico e innovativo che le è richiesto. La ricerca, invece, anche se con punte di eccellenza, solo con estrema difficoltà riesce ad essere messa a sistema con il mondo imprenditoriale e la pubblica amministrazione.

All’interno delle università inglesi di Oxford o Cambridge (certo, sono punti di eccellenza, ma non farebbe male imitarli) c’è una funzione molto importante, che si trova al di sopra di quella del rettore: si tratta del cancelliere, una figura a noi sconosciuta. Il ruolo del cancelliere è proprio quello di stipulare rapporti di collaborazione e ricerca con le aziende del paese. In Italia, lo dicevamo, questo non esiste. Ma allora, come far dialogare il mondo dell’università con quello delle imprese, e cosa possiamo fare per migliorare la situazione di isolamento in cui i nostri atenei attualmente vivono? Lo abbiamo chiesto a quattro autorevoli esponenti che hanno partecipato ad un workshop internazionale, organizzato dall’Eiasm (l’Istituto europeo per studi avanzati in management), dalla Fondazione Giorgio Cini e dall’Università di Siena.

Partiamo innanzitutto dal mondo accademico. Il nostro sistema universitario, dicono le classifiche internazionali, non è competitivo, ha pochi fondi, investe poco in ricerca e solo in rare occasioni ha collegamenti adeguati con il mondo delle aziende. Certo, non è tutto nero: gli atenei italiani, soprattutto per alcune discipline come fisica matematica o chimica rappresentano a livello europeo delle punte d’eccellenza; se, però, andiamo a guardare ad altri settori, come le scienze sociali, ci accorgiamo subito che non c’è paragone nel confronto con le università del nord Europa.

“L’università ha molte importanti funzioni – spiega Angelo Riccaboni, preside della facoltà di Economia all’Università di Siena – tra cui la ricerca e la didattica. Ma non dobbiamo dimenticare che se vogliamo dare un contributo al Paese dobbiamo anche fare in modo che ricerca e aziende riescano a parlare fra di loro”. E la situazione attuale è che le piccole e medie imprese non fanno ricerca perché trovano grosse difficoltà a entrare in relazione con il sistema universitario. “Gli uffici che già esistono negli atenei – continua – sono sempre più segmentati per competenza e dovrebbero, invece, essere meglio integrati tra loro in modo da creare, così, un’interfaccia in grado di far dialogare le due complesse realtà”.

Dello stesso avviso Paolo Quattrone, ordinario di Management e Accounting all’Università di Oxford e visiting professor all’Università di Siena: “L’idea di creare un’interfaccia unica tra università e sistema territoriale mi sembra molto utile. Capita sempre più spesso infatti che imprese o anche associazioni come Confindustria o Confartigianato abbiano esperienze negative nei rapporti con gli atenei: nel nostro Paese in questo campo, infatti, spesso o quasi sempre non esistono sistemi integrati e ogni singolo dipartimento va a chiedere autonomamente finanziamenti e collaborazioni”.

E le imprese come vivono il difficile rapporto con gli atenei? Ne abbiamo parlato con Umberto Paolucci, vice presidente di Microsoft Corporation: “La sfida più grossa che un paese come l’Italia deve necessariamente affrontare è quella di far sì che anche le aziende più piccole possano trarre vantaggio da un miglioramento dei rapporti con gli atenei. Anche secondo me è importante che dal lato dell’università, facoltà per facoltà, sia costituita una strategia chiara di relazioni esterne, al fine di condividere risorse e interessi. Ormai – continua Paolucci – la misura del successo di un sistema universitario si misura con il numero di progetti di ricerca stipulati con le aziende. Questo in altri paesi crea una foresta di imprenditorialità, che invece da noi non esiste”.

Le iniziative di cui abbiamo parlato non sono solamente “virtuali”, ma in Italia sono già state messe in atto, come spiega Raffaele Liberali, direttore risorse umane, mobilità e azioni dell’Unione Europea: “Al Politecnico di Milano è stato creato un ufficio con lo scopo di riuscire a far dialogare università e imprese, e sta funzionando molto bene: i rapporti con il mondo industriale e con il territorio si sono infatti molto rafforzati. L’Unione Europea – continua – interviene nel settore della ricerca con finanziamenti, ricerche e stimoli politici. Questo nostro lavoro, però, non basta se non abbiamo una politica industriale che riesca a rendere le imprese interessate all’innovazione, e dall’altra parte un settore universitario che s’interessi del rapporto con le imprese”.

(5 maggio 2006)

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