"Yahoo!" si piega a Pechino, un altro blogger in manette


Per la seconda volta in meno di sei mesi la multinazionale americana
collabora con gli investigatori per far arrestare un dissidente

Cina, un altro blogger in manette
Arrestato dopo una “soffiata” di Yahoo!

Ultimamente anche altri colossi come Microsoft e Google
hanno accettato di collaborare con il governo di Pechino

È destinato a far discutere il nuovo caso di censura del governo cinese nei confronti di un sito internet di un dissidente, provocato da una “soffiata” di una multinazionale delle comunicazioni. Per la seconda volta in meno di sei mesi, infatti, il motore di ricerca Yahoo! è stato accusato, da Reporter Senza Frontiere, di “collaborare con il governo cinese nella repressione del dissenso”.

L’ultimo caso, che risale a pochi giorni fa, è stato denunciato riprendendo un articolo pubblicato su internet dallo scrittore Liu Xiaobo. Yahoo! Inc., infatti, avrebbe cooperato con gli investigatori fornendo le informazioni che hanno portato all’arresto del dissidente Li ZXhi. Li è stato condannato a otto anni di reclusione per “sovversione”, dopo aver tentato di aderire al Partito Democratico Cinese.

Nel primo caso, denunciato a settembre, Yahoo! è stato accusato di aver fornito alle autorità cinesi il nome e l’indirizzo di Shi Tao, un giornalista che è stato condannato a dieci anni di reclusione per aver diffuso in rete la circolare con la quale il governo ha vietato ai giornali di parlare del quindicesimo anniversario del massacro di piazza Tiananmen. L’articolo di Liu Xaobo è basato sulla memoria difensiva degli avvocati del dissidente, e mette in evidenza che il caso risale al 2003, circostanza che dimostra come Yahoo! stia collaborando con le autorità cinesi già da “molto tempo prima” che scoppiasse il caso di Shi Tao.

“Nella maggior parte dei Paesi, i governi non sono tenuti a spiegare perché richiedono una certa informazione”, si è giustificato un portavoce della società statunitense. L’osservatorio dei media Reporter Senza Frontiere, invece, ha risposto che l’argomentazione secondo cui Yahoo! esegua solamente un ordine nel rispondere alle richieste delle autorità non basta: “Certamente si sapeva – accusano – che si stava contribuendo all’arresto di dissidenti politici o di giornalisti, non di criminali comuni”.

In entrambi i casi sotto i riflettori è l’ufficio di Yahoo! di Hong Kong, che è stato la fonte delle informazioni. Interventi (anonimi) apparsi su alcuni blog cinesi, però, tendono a minimizzare il ruolo di Yahoo!, affermando in sostanza che le principali prove di accusa contro Li sono state le testimonianze di due agenti di polizia che si erano finti emissari del Partito Democratico. Come a dire che il dissidente sarebbe stato condannato anche senza l’intervento del motore di ricerca.

Negli ultimi mesi anche altre grosse compagnie, tra cui Google e Microsoft, hanno accettato di sottomettersi alle regole della censura di Pechino, suscitando aspre polemiche. Il nuovo caso Yahoo! coincide con un intensificarsi delle iniziative dei cosiddetti “attivisti”, cioè gli esponenti della nuova generazione di dissidenti che, soprattutto da siti internet “candestini”, predicano il rispetto della legge e ricorrono ad azioni non violente.

(9 febbraio 2006)

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