Il maltempo flagella l’Italia. Il mio servizio per Sky Tg24

 

La situazione è particolarmente difficile in Piemonte, Lombardia e Liguria: 1000 i chilometri di rete autostradale imbiancata nel Nordovest. Durante la giornata di oggi neve, pioggia e vento si sposteranno verso le regioni orientali.

Tremila computer galleggianti per prevedere i cambiamenti climatici

D@di per Geekissimo.com

Per prendere un po’ di respiro voglio parlarvi di un bel progetto, chiamato Argo, che attraverso l’utilizzo di circa tremila computer dislocati nei mari e negli oceani del mondo aiuta i ricercatori a studiare i cambiamenti climatici, monitorando costantemente la temperatura delle acque e le correnti oceaniche.

Il progetto, come vedete nella foto, utilizza migliaia di piccoli apparecchi galleggianti che forniscono ai server informazioni in tempo reale anche dalle parti più remote degli oceani. Nato nel 2000, Argo ha un costo abbastanza elevato: circa 17 milioni di Euro l’anno spesi soprattutto per la manutenzione degli apparecchi. Il lavoro di ogni singolo computer, capace di galleggiare e nuotare, è di fluttuare nelle acque a varie profondità misurando la temperatura, la salinità e la velocità delle correnti.

La temperatura, in particolare, è cruciale per misurare la crescita del livello del mare (e, quindi, prendere precauzioni per tempo per evitare che zone della Terra vengano lentamente sommerse col passare degli anni). Ogni apparecchio, che raggiunge profondità anche di duemila metri, ogni dieci giorni risale in superficie per inviare via satellite le informzioni raccolte. Un “computer nuotante” è costituito da un’antenna satellitare con i propri circuiti di trasmissione, un termometro, un disco di stabilità, un piccolo motore, una batteria e varie pompe idrauliche; pesa 25 chilogrammi ed è alto 2 metri circa.

Ogni apparecchio costa quasi 21mila Euro ed è in grado di compiere un ciclo intero (immersione, raccolta dati, emersione) circa 150 volte. Per il posizionamento e l’invio di informazioni vengono utilizzati sia i normali satelliti (Gps) che quelli Iridium e Orbcomm. Un’altra piccola dimostrazione di come, utilizzando la tecnologia per scopi benefici, è possibile tentare di salvare il mondo dall’aggressione umana.

Il clima in testa alle paure degli italiani. Preoccupa più di terrorismo e droga

Presentato il rapporto di Legambiente sulla percezione dei problemi climatici
Tutti pronti a risparmiare, ma solo se non s’intaccano le comodità quotidiane

Il clima in testa alle paure degli italiani
Preoccupa più di terrorismo e droga

di DANIELE SEMERARO

ROMA – I problemi ambientali? Preoccupano più di terrorismo e droga. Finalmente, soprattutto nell’ultimo anno, si registra una forte attenzione dell’opinione pubblica nei confronti dei cambiamenti climatici causati dal surriscaldamento del Pianeta e della situazione, grave, in cui esso si trova. Una situazione che, se non si mettono in atto politiche atte a contrastare l’inquinamento e l’emissione di sostanze nocive nell’ambiente, potrebbe in un futuro non troppo lontano diventare irreparabile. Il clima sta cambiando, la natura a volte si comporta in modo inaspettato e così, anche grazie all’interesse dei media, la percezione che i cittadini hanno del problema è diventata molto alta.

Dopo la disoccupazione, al secondo posto tra le paure degli italiani (prima ancora di terrorismo e droga) compare l’inquinamento, seguito a non molta distanza dall’effetto serra. Problemi temuti da quasi il sessanta per cento della popolazione (che, però, come vedremo, spesso si tira indietro quando il risparmio energetico intacca le comodità personali).

A rivelarlo è la ricerca “Effetto ambiente: come cambia il nostro stile di vita?” condotta da Lorien Consulting in collaborazione con la rivista “Nuova ecologia”, il quotidiano di Legambiente, e presentata questa mattina a Roma all’interno del forum “Qualenergia?”, una giornata di dibattito per dare una risposta agli interrogativi legati ai problemi energetici. Un rapporto che punta l’attenzione sulla percezione che i cittadini hanno riguardo agli equilibri climatico-ambientali, l’utilizzo di risorse naturali critiche (come ad esempio l’acqua) e l’impegno di privati e istituzioni per preservare macroequilibri ad oggi in serio rischio.

“È coscienza diffusa – spiegano i ricercatori – che la risoluzione delle problematiche ambientali chiami in causa un insieme di attori, come privati cittadini, istituzioni, agenzie di formazione, che sono corresponsabili nel cercare di evitare ulteriori amplificazioni del problema. Questo si accompagna, tuttavia, a un giudizio di bocciatura trasversale per l’operato insufficiente di tali soggetti”. La valutazione, in particolare, è critica soprattutto “verso l’inattività di enti locali e governo centrale, sia globalmente che nel dettaglio dei singoli interventi”.

Il dato principale della ricerca è che tre cittadini su quattro ritengono “fondamentale” il rispetto delle norme ai fini della tutela climatico-ambientale. Tra questi, la metà crede che il livello di rispetto sia rimasto inalterato rispetto al passato; l’altro cinquanta per cento, invece, è diviso in parti uguali tra chi denuncia un minor rispetto della normativa e chi, invece, considera tale livello aumentato. La metà degli italiani ritiene di possedere un livello di conoscenza elevato della problematica ambientale (solo un venti per cento ammette una conoscenza limitata del problema) e sono quasi tutti d’accordo che la responsabilità della situazione attuale è da attribuire a fattori umani, tra cui principalmente traffico, impianti industriali, riscaldamento domestico.

Secondo lo studio, gli italiani sarebbero “molto disposti” a mettere in pratica alcune regole elementari per il risparmio energetico, a cominciare dalla raccolta differenziata dei rifiuti, da un comportamento responsabile nei consumi domestici e dall’installazione di lampadine a basso consumo. Alta, inoltre, la disponibilità all’adozione di pratiche quotidiane volte a ridurre gli sprechi d’acqua (la cui scarsità è un problema percepito dalla quasi totalità del Belpaese).

La propensione a risparmiare, però, inizia a calare quando si deve mettere mano al portamonete o si devono limitare le proprie comodità giornaliere: scende, ad esempio, se si inizia a parlare di spostamenti con i mezzi pubblici, di utilizzo di capi d’abbigliamento realizzati con fibre naturali e di abbassare la temperatura del riscaldamento nelle abitazioni. Crollo di consensi, poi, nei confronti della limitazione dell’uso dell’auto privata, la tassazione dei parcheggi auto in proporzione alle emissioni inquinanti e, soprattutto, verso il pagamento di un ticket per circolare nei centri cittadini.

In un momento di crisi della politica, anche la soddisfazione nei confronti dell’operato dei governi in tema di ecologia non è molto alta, e si attesta intorno al cinquanta per cento (rappresentando, in piccolo, la spaccatura politica italiana). Pareri positivi si riscontrano soprattutto per l’uso di fonti rinnovabili e verso gli incentivi e le detrazioni per l’acquisto di elettrodomestici più efficienti, auto Euro 4 o Euro 5 e carburanti “verdi”. Più scetticismo, lo dicevamo, per un’elevata tassazione dei veicoli che inquinano di più (come i Suv) e dei voli aerei.

"Fa più caldo e piove meno". 200 anni di clima in Italia


La ricerca dell’Istituto di studi sul clima del Cnr di Bologna
Negli ultimi 200 anni la temperatura è cresciuta di 1,7 °C

“Adesso fa più caldo e piove meno”
Com’è cambiato il clima in Italia

Recuperata un’enorme serie di parametri meteorologici
L’anno più bollente? Il 2003: estate con 4 gradi sopra la media

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Il 2003, con un’estate che ha fatto segnare oltre 4 gradi sopra la media, è stato l’anno più caldo degli ultimi duecento anni. Il 1816, invece, noto alle cronache come “anno senza estate” e preceduto da una lunga serie di eruzioni vulcaniche (tra cui l’esplosione del Tambora, in Indonesia), è stato l’anno più freddo. Sono i dati più interessanti che emergono dal quadro del clima del nostro Paese negli ultimi due secoli tracciato da un team di scienziati dell’Isac-Cnr di Bologna, in collaborazione con l’Università di Milano.

Per arrivare al bilancio delle variazioni meteorologiche in Italia negli ultimi due secoli infatti, il team di ricercatori per la prima volta è riuscito a recuperare, digitalizzare e correggere le più lunghe serie strumentali di parametri meteorologici, pari ad oltre un centinaio, esistenti in Italia. Ed è riuscito a scoprire che in Italia fa più caldo e piove di meno.

“Dall’analisi del database – spiegano i ricercatori – si è osservata una crescita della temperatura media dell’ordine di 1,7 °C nell’arco degli ultimi due secoli. Il contributo più forte è dato dagli ultimi cinquant’anni, per i quali l’aumento è stato di circa 1,4 °C. Studiando l’andamento delle temperature minime e massime giornaliere – continuano – si è osservato un aumento più forte nelle prime rispetto alle seconde. Se però si considerano solo gli ultimi cinquant’anni, la situazione è capovolta, con le temperature massime che crescono più delle minime”. E questo significa un aumento dell’escursione termica giornaliera nell’ultimo mezzo secolo. Per quanto riguarda le precipitazioni si è registrato un leggero calo nella quantità totale annua, dell’ordine del 5% ogni cento anni. Una diminuzione più evidente nell’Italia peninsulare.

Spiegano ancora Teresa Nanni e Michele Brunetti, i ricercatori dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (Isac) del Cnr di Bologna, che hanno svolto la ricerca in collaborazione con Maurizio Maugeri dell’Università di Milano, che “fino a pochi anni fa non esisteva una banca dati climatologica di questo tipo per l’Italia, come lunghezza temporale e come disponibilità di dati. Nell’ambito di diversi progetti nazionali e internazionale, sfruttando principalmente gli archivi dell’Ufficio centrale di Ecologia Agraria e degli Istituti idrografici, sono state quindi recuperate e digitalizzate le più lunghe serie climatologiche esistenti nel nostro Paese.

Assieme ai dati, sono state raccolte anche tutte le notizie relative alla storia delle varie stazioni meteorologiche, quali spostamento delle stazioni, sostituzioni di strumenti o malfunzionamenti degli stessi. Informazioni queste che si sono rivelate di fondamentale importanza nella fase di ‘omogeneizzazione’ dei dati, necessaria per ‘ripulire’ le serie meteorologiche da tutti i segnali di origine non climatica”.

La ricostruzione del clima italiano, che verrà pubblicata anche sull’International Journal of Climatology, “proseguirà in futuro – assicurano dal Cnr – con la raccolta di nuovi parametri meteorologici quali la pressione atmosferica e la copertura nuvolosa, anche se qualche risultato preliminare è già stato ottenuto per il periodo più recente: gli ultimi cinquant’anni, infatti, sono stati caratterizzati da un aumento della pressione al livello del mare e una diminuizone della copertura nuvolosa, in accordo con quanto registrato per le temperature e per l’escursione”.

(27 febbraio 2006)

Il caldo record della Terra: "Mai così da 1200 anni"


La straordinaria scoperta è stata pubblicata sulla rivista Science
I climatologi hanno analizzato la crescita degli alberi secolari

Temperature, il record della Terra
“Mai così caldo da 1200 anni”

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Stiamo vivendo il periodo di caldo più intenso e prolungato degli ultimi 1200 anni. A rivelarlo è uno studio pubblicato sull’ultimo numero della rivista americana “Science”, secondo cui la Terra non conosce da diversi secoli un riscaldamento climatico così intenso e prolungato.

I climatologi Timothy Osborn e Keit Briffa, dell’Università inglese di East Anglia, hanno analizzato quattordici diversi siti nell’emisfero nord, misurando gli anelli di crescita annuale dei tronchi d’albero (la pratica si chiama, in gergo, “dendroclimatologia”), le carote di ghiaccio provenienti dai ghiacciai perenni ed altri campioni climatici significativi, come i sedimenti che inglobano fossili di conchiglie. Tali misurazioni, infatti, consentono di determinare con sufficiente precisione le temperature in diversi periodi.

Gli anelli di crescita annuale degli alberi secolari sono stati analizzati in Scandinavia, Siberia e nelle Montagne Rocciose. Uno spazio maggiore tra due anelli indica per quell’anno temperature più elevate, che hanno permesso al tronco una maggiore crescita.

E così, comparando tali dati con le temperature dal 1856 (anno in cui cominciarono ad essere misurate scientificamente) i climatologi hanno maturato la convinzione che l’attuale periodo di riscaldamento atmosferico è il più forte, ma anche il più lungo dal nono secolo a questa parte.

Nel cercare di capire se l’aumento delle temperature rifletta o meno una fluttuazione naturale del clima, gli scienziati hanno comparato l’ampiezza relativa del riscaldamento attuale nell’emisfero nord ad altri periodi di raffreddamento o di riscaldamento dall’anno 800. Per far questo, si sono basati su giornali, diari e altri documenti storici, dal Medioevo in poi, che testimoniano fenomeni climatici particolari, come la formazione di ghiaccio in alcuni canali dei Paesi Bassi.

Osborn e Briffa hanno potuto, così, accertare indizi che confermano per l’emisfero nord un importante periodo di riscaldamento nel Medioevo, tra l’890 e il 1170. Tra il 1580 e il 1850, invece, vi sarebbe stato un lungo periodo di raffreddamento del clima, noto comunemente come “mini-era glaciale”.

(10 febbraio 2006)

Cambia il clima, è allarme: "Specie animali a rischio"


Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature, evidenzia come
il riscaldamento del globo stia minacciando la biodiversità

Cambia il clima ed è allarme
“Molte specie animali a rischio”

Lo zoologo Bruce Young: “Ma ora abbiamo a disposizione armi
più adeguate per difendere le popolazioni animali minacciate”

di DANIELE SEMERARO

ROMA – “Il cambiamento nel clima globale sta causando l’estinzione di specie” e “le epidemie pilotate dal clima costituiscono una minaccia immediata alla biodiversità”. A lanciare l’allarme è una ricerca pubblicata questa settimana sulla prestigiosa rivista scientifica Nature condotta da un gruppo internazionale, coordinato da Alan Pounds, e svolta al Centro Monteverde di scienze tropicali di Puntarenas, in Costa Rica. La dimostrazione che il riscaldamento globale sta favorendo la diffusione di epidemie e malattie infettive arriva dalle piccole rane arlecchino (Atelopus) dai colori vivacissimi: il riscaldamento, infatti, sta provocando la scomparsa di intere popolazioni di anfibi, minacciandole di estinzione.

Per la prima volta, lo studio approfondisce i motivi della progressiva scomparsa di almeno i due terzi delle 110 specie di rane arlecchino registrata fra il 1980 e il 1990. Dati alla mano, risulta infatti che il clima più caldo ha favorito la comparsa di un fungo patogeno che cresce sotto la pelle degli anfibi (Batrachochytrium dendrobatidis) e che ha aggredito il 67% delle 110 specie di rana arlecchino, praticamente ormai scomparse dai territori dell’America centrale e meridionale, loro habitat naturale. “La malattia è il colpo di grazia per le rane, ma a premere il grilletto è il cambiamento climatico”, sottolinea Pounds nella ricerca, lanciando l’allarme: “Se non s’interverrà velocemente il riscaldamento globale provocherà una seria perdita della biodiversità”.

Nel Sudamerica il riscaldamento globale starebbe accelerando la formazione di nubi nella zona dei tropici, riducendo le temperature durante il giorno e aumentandole durante la notte. Queste condizioni climatiche, osservano gli studiosi di Puntarenas, non soltanto sono ottimali per la crescita del fungo (che nasce e si riproduce in modo ideale a temperature comprese fra i 17 e i 25 gradi), ma lo rendono ancora più letale. “Lo studio – si legge su Nature – dimostra che il riscaldamento globale sta portando anche all’estinzione di alcune specie e che le epidemie pilotate dai cambiamenti climatici costituiscono un’immediata minaccia per la biodiversità”.

Le preoccupazioni dei biologi non nascono adesso: gli studi, infatti, vanno avanti dal 1990, quando fu segnalata per la prima volta la progressiva decimazione delle popolazioni di anfibi. Per gli scienziati si spiega così una parte consistente dei dati internazionali (pubblicati nel 2004) relativi alle specie di anfibi minacciate di estinzione e secondo i quali è a rischio circa un terzo delle seimila specie di anfibi esistenti nel mondo (un numero decisamente più esteso rispetto a quello finora registrato in qualsiasi altra specie).

Ma dagl esperti arriva anche una buona notizia: spiega infatti lo zoologo Bruce Young (che ha partecipato alla ricerca) che aver compreso il meccanismo all’origine della scomparsa degli anfibi “permette di avere a disposizione armi più efficaci per difendere le specie minacciate”.

(11 gennaio 2006)

(Nella foto: la rana arlecchino)