La Ap cambia le regole per l’utilizzo nei blog delle proprie notizie. E impazza la polemica

È polemica nella blogosfera, soprattutto quella americana, per la decisione dell’Associated Press (Ap), una delle più importanti agenzie di stampa del mondo, di stilare delle linee guida per l’utilizzo dei suoi articoli all’interno di siti e blog. La decisione, unica nel suo genere, vuole stabilire per la prima volta e in maniera chiara quanta parte di articoli è possibile riprodurre liberamente e gratuitamente senza andare a infrangere i copyright.

La Ap, un po’ come l’Ansa in Italia, è una cooperativa di circa 1.500 aziende editoriali di tutto il mondo (tra queste c’è anche il New York Times, solo per fare un esempio) e fornisce ai propri abbonati (l’abbonamento costa migliaia di dollari l’anno) notizie in tempo reale su quello che accade in tutto il mondo. Perché giornalisti e aziende editoriali devono pagare così tanto, e i blogger invece possono pubblicare liberamente tutto ciò che vogliono? Questo, un po’, il ragionamento dei vertici dell’agenzia.

“Tagliare e incollare lunghe porzioni di testo scritte dai nostri giornalisti non è quello che vogliamo vedere – spiega un responsabile dell’Ap – e a chi ci dice che questa è lo spirito di internet, noi rispondiamo che lo spirito di internet in realtà è linkare ai contenuti originali, in modo che le persone possano leggere i contenuti laddove sono stati scritti”.

Insomma, in attesa che l’Ap decida esattamente quali saranno le linee guida per citare i suoi articoli, sono moltissimi i blogger (famosi e no) che stanno protestando per la decisione. Come TechCrunch, ad esempio, dove è stato deciso che se la situazione rimarrà tale non saranno postate più notizie che provengono dalla Ap.

“Eccola la nostra nuova politica sulle notizie della Ap – si legge in un post molto polemico che ha fatto il giro del mondo – per noi non esistono. Non le vediamo, non le citiamo, non le linkiamo. Sono escluse dal nostro sito fino a quando non abbandoneranno questa strategia, e incoraggiamo anche gli altri a fare lo stesso finché questi tentativi ridicoli di evitare la diffusione d’informazioni in rete non cesseranno.

Che ne pensate? Libertà d’informazione più totale o rispetto per le regole del copyright?

Viacom-YouTube, la causa giudiziaria miliardaria che spaventa il Web

→ D@di per Geekissimo.com

Sta suscitando enormi polemiche la causa miliardaria che Viacom ha intentato contro YouTube “per non essere stata capace di tenere fuori dal popolare sito di video-sharing i materiali protetti da copyright”. Viacom, in particolare, avrebbe identificato sul sito di proprietà di Google almeno 150mila clip non autorizzate. Google, dal canto suo, si difende spiegando che questa causa sta minando uno dei fondamenti di internet, e cioè “minaccia il modo in cui centinaia di milioni di persone ogni giorno si scambiano legittimamente informazioni”.

I legali di Big G, inoltre, hanno assicurato che YouTube si è da subito adeguata ai dettami del Digital Millennium Copyright Act del 1998, e che va molto oltre il suo ruolo, aiutando anche le società detentrici di copyright a identificare e rimuovere i contenuti considerati illegali. Viacom, da parte sua, attacca spiegando invece che è stato fatto “pochissimo” per combattere il fenomeno illegale. In particolare, la Viacom si riferisce ai molti spezzoni di film e programmi televisivi postati sul sito e visti ogni giorno da migliaia di persone. Tra questi, nella causa si parla di South Park, SpongeBob SquarePants, Mtv Unplugged o il documentario “An inconvenient truth” visto più di 1,5 miliardi di volte.

La causa va avanti già da un anno, ma ora gli avvocati di Viacom hanno presentato un’ulteriore istanza: “Non vogliamo fare solo i nostri interessi – ha spiegato l’amministratore delegato di Viacom Sumner Redstone – ma vogliamo aiutare tutti coloro che hanno dei copyright e vogliono che questi rimangano protetti. Non possiamo tollerare alcuna forma di pirateria da nessuno, e nemmeno da YouTube. Non possono passarla liscia se rubano i nostri prodotti”.

Sono già moltissimi i siti specializzati, gli analisti e i blogger – famosi e no – che si stanno schierando contro questa limitazione della libertà personale. Immagino che siate d’accordo con me: se una persona è regolarmente abbonata a un canale satellitare o via cavo, perché non può registrare un prodotto (regolarmente pagato) e condividerne una parte con gli amici, o con gli utenti del Web? Non è questa la filosofia della rete? Fatemi sapere cosa se siete d’accordo.

La battaglia di Emi contro i servizi di “online storage”

→ D@di per Downloadblog.it

Gli utenti di MP3Tunes.com, popolare sito di music backup e online storage, si sono visti recapitare in questi giorni, da parte dell’amministratore delegato Michael Robertson, un’e-mail con la quale si chiede di diffondere il più possibile la notizia che il sito è stato citato in giudizio dalla casa discografica Emi.

Motivo: la major non vuole che gli utenti conservino la musica online, accusando MP3Tunes di violare le regole sul copyright. Tra l’altro MP3Tunes è davvero un sito in cui conservare i propri files Mp3, e non è un servizio di file-sharing. “I file – spiega Robertson – non sono di proprietà di MP3Tunes, così come il contenuto delle cassette di sicurezza non è di proprietà della banca.

Il sito si limita a offrire dello spazio che poi gli utenti gestiscono come vogliono”, sottolineando tra l’altro che la società è molto attenta anche a garantire i massimi livelli di sicurezza.

Probabilmente, a mio avviso, Robertson ha ragione e la Emi, come tante case discografiche ultimamente, sta facendo di tutto – anche mosse apparentemente incomprensibili – per fermare la piaga della pirateria musicale. Unico dubbio: avrà fatto bene il Ceo di MP3Tunes a mandare questa lettera a tutti i propri utenti?

PicMarkr, e inserisci un watermark facilmente nelle immagini su Flickr

→ D@di per Downloadblog.it

Per gli appassionati di fotografia Flickr è sicuramente un ottimo posto per archiviare e condividere i propri scatti. A volte, però, l’indicazione del copyright o le specifiche Creative Commons non bastano, e capita spesso che qualcuno rubi i nostri lavori senza attribuirci il giusto merito.

Con questa premessa nasce PicMarkr, una Web-app gratuita che inserisce in filigrana nella foto il nostro copyright. È possibile scegliere qualsiasi immagine già presente su Flickr oppure immagini che abbiamo sul computer; una volta applicato il “watermark”, l’utente potrà decidere se mandare su Flickr la nuova versione della foto, oppure se scaricarla sul computer.

Ovviamente l’applicazione Web va autorizzata dall’interno di Flickr (il tutto, in ogni caso, è molto semplice): una volta ottenuta l’autorizzazione potremo sfogliare le nostre collezioni di immagini già presenti online e scegliere tra diversi tipi di marchio (grafico o testuale) da inserirvi.

Antigua vince il diritto alla pirateria. Parola del Wto

Oggi vi racconto di una stranissima decisione del Wto (l’Organizzazione mondiale del Commercio, che ha lo scopo di supervisionare gli accordi commerciali tra i suoi 150 stati membri – praticamente quasi tutta la Terra): Antigua, la nazione caraibica, ha vinto il diritto di violare le protezioni di copyright imposte dagli Stati Uniti su film, software e musica. Un riconoscimento che vale più di 21 milioni di Dollari.

La storia è più o meno questa: Washington, secondo il Wto, è colpevole di aver impedito ai consumatori americani di poter utilizzare i servizi di gambling online (quindi casino, scommesse, etc) con base nell’isola, permettendo però allo stesso tempo agli statunitensi di scommettere sui cavalli e sui siti americani. Antigua e Barbuda, così, sentendosi danneggiati hanno chiesto 3,44 miliardi di Dollari di danni: basti pensare che l’industria delle scommesse online è la seconda più grande, dopo il turismo, dell’isola. Fin qui una disputa tra due paesi.

In realtà, però, il Wto ha messo in atto una regola fino ad ora poco utilizzata: dando ragione ad Antigua e non sapendo come sanzionare gli Stati Uniti, permetterà ad Antigua di sospendere i suoi obblighi (dettati dall’appartenenza al Wto) nei confronti degli Stati Uniti. Questo significa che Antigua potrà liberamente violare copyright, marchi registrati e altre forme di proprietà intellettuale. Una bella vittoria di Davide contro Golia, insomma, e sicuramente una decisione molto più punitiva, per gli Usa, di una semplice multa.

Il problema, ora, è che questa legge può diventare un precedente al quale appellarsi per tutti quei paesi che si sentono vittime del protezionismo statunitense. Una decisione che potrebbe creare moltissimi problemi soprattutto all’industria della musica, del software e del cinema (perché i cd sono sicuramente uno dei supporti più semplici da “clonare”, e soprattutto perché questi stati lo farebbero senza violare alcuna legge). La questione, ovviamente, è spinosa e molto probabilmente non finira qui: staremo a vedere.

YouTube e il grande problema del copyright

Daniele per Geekissimo.com

Oggi vorrei proporvi una riflessione sull’importanza di YouTube e l’annoso problema dei diritti d’autore. Un argomento talmente vasto che si potrebbe scrivere una tesi di laurea. Noi, ovviamente, ci limiteremo a darvi degli spunti di discussione. Partiamo da un principio: sappiamo tutti che su YouTube è possibile caricare solo materiale originale oppure video dei quali si detiene il copyright. Ma se vi dicessi che il 90 per cento delle clip presenti sul più grande sito di video-sharing vìola il diritto d’autore?

Non è uno scherzo, è proprio così. Ad annunciarlo un articolo uscito su un blog statunitense e ripreso da Internazionale. Partiamo da un principio: quando effettuiamo un upload su YouTube dobbiamo accettare le regole di comportamento che invitano a “non caricare nessuno spettacolo televisivo, video musicale, concerto o spot pubblicitario senza permesso, ammesso che non consista interamente di materiali creati da te”. Facciamo ora un passo indietro e pensiamo agli ultimi video che abbiamo visto, magari durante questa settimana: quanti sono coperti da diritto d’autore?

Moltissimi. Perché “qualunque cosa abbia un minimo d’interesse su YouTube, è coperto da copyright”. Fino ad ora il motto di YouTube è stato una specie di “vivi e lascia vivere”: gli utenti caricavano il materiale e i gestori del sito si fidavano, non controllando se questi fossero coperti da copyright o meno. I video, infatti, rimanevano visibili online fin quando il detentore dei diritti non protestava. Una grande ipocrisia, dunque, soprattutto da parte delle major, che decidevano di volta in volta quali video lasciare (per evidenti esigenze di marketing) e quali rimuovere.

Da alcuni giorni Google ha però annunciato un nuovo servizio, che permetterà alle case di produzione televisive o cinematografiche di costruire un database dei video considerati “vietati”: il sistema sarà in grado di scandagliare tutti i video aggiunti a YouTube e, se questi fanno parte della black-list, verranno automaticamente cancellati. A me sembra che la situazione stia prendendo sicuramente una brutta piega. YouTube è il più grande archivio libero di filmati esistente al mondo. Contiene clip storiche e video interessantissimi (anche tante schifezze, per carità) e la paura di molti è che inserendo questo nuovo tipo di censura, YouTube possa cambiare e non essere più come prima (andando ad alimentare, di conseguenza, il “mercato parallelo” della pirateria). Cosa ne pensate?