Da Sarahah a Thiscrush, l’estate dei social anonimi

Sono sempre più le applicazioni per cellulare che permettono di inviare messaggi in maniera del tutto anonima. E, come spesso accade, servizi nati per giocare e divertire finiscono per destare molta preoccupazione

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Italia: la disperazione di un’intera generazione

Un paio di mesi fa ho fatto una chiacchierata con una collega dell’agenzia di stampa tedesca Dpa, Stefanie Stahlhofen, che stava cercando informazioni sul precariato e il rapporto dei giovani con il lavoro in Italia. Ne è scaturito un bell’articolo, ripreso dal quotidiano “Die Welt” che pubblico di seguito. Qui l’articolo originale “In Italien verzweifelt eine ganze Generation”

 

Quasi un terzo della popolazione giovane in Italia non trova lavoro e rimane in famiglia. E già si parla di generazione perduta

“Ci si sente depressi perché nonostante si abbia un ottimo curriculum nessuno è pronto a chiamarti”. Daniele, di Roma, è rimasto senza lavoro per ben nove mesi. 29 enne, giornalista professionista, lavorava presso una testata televisiva dopo anni di stage non pagati e collaborazioni. Dopo due anni l’azienda avrebbe dovuto assumerlo. “Per riasparmiare ti mandano a casa e cercano qualcun altro da impiegare, una persona nuova e inesperta” spiega Daniele, disilluso. Che aggiunge: “Un contratto a tempo determinato o un contratto a progetto non danno la sicurezza per potersi construire un futuro”.

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Gli italiani e il Crocifisso

Dopo alcuni giorni fuori città lontano dalle notizie dell’ultim’ora, dalla spicciola polemica politica e dall’aggiornamento continuo delle notizie tipici di una giornata per me normale torno e trovo (ieri mattina, 4 novembre) che l’attenzione mediatica è tutta spostata verso la decisione della sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’uomo di Strasburgo, che ha accolto l’istanza di un genitore italiano contro il Crocifisso nelle aule scolastiche. E vedo – come sempre in questi casi – la grande crociata della Chiesa italiana (giustamente, è il suo “lavoro”) ma anche di politici dei più diversi schieramenti contro l’Unione Europea. Tutti – anche quei politici che vanno a donnine o che bestemmiano tutto il giorno e non vanno mai a Messa – a difendere il Crocifisso, uno dei valori fondanti del nostro Paese e della nostra cultura.

D’accordissimo col fatto che il Crocifisso sia un simbolo importante per il nostro Paese. Ma perché tanto scalpore, perché ha così tanta importanza? Non ha molta più importanza il fatto che le generazioni di bambini e ragazzini che il nostro Paese sta tirando su a forza di X Factor e Grande Fratello siano sempre più povere culturalmente? Quanti politici pensano che i ragazzini a scuola guardino in continuazione il Crocifisso? Per molti – a cui non viene spiegato il significato – è solo una decorazione, e poco altro. E allora perché non pensare di eliminare l’ora di religione – che francamente non serve assolutamente a niente – e inserire invece un’ora di studio delle religioni?

Ho frequentato la Lumsa, e ricordo con molto piacere che tra i quattro esami obbligatori di Teologia ce n’era uno (il primo) in cui venivano illustrate tutte le religioni e le varie differenze tra di esse. L’ho trovato un esame molto molto interessante che mi ha dato le basi per iniziare a capire le altre culture e le altre religioni, e quindi a rispettarle. Tra l’altro, guardandola da un altro punto di vista: perché obbligare i bambini “stranieri” (ma spesso del tutto italiani) di altre religioni ad adeguarsi a noi?

Allora, a mio sommesso avviso, l’ora di religione potrebbe essere sostituita con un’ora di studio della società. Studio delle religioni, studio della Costituzione, studio della legalità, studio – insomma – del buonsenso e del modo di comportarsi e di stare al mondo. E poi un ultimo consiglio (non richiesto, è chiaro) alla nostra classe politica, sempre più lontana dai bisogni veri della gente. Parlate di come uscire dalla crisi che ha lasciato sul marciapiede tanti giovani bravi e preparati. Affrontate i problemi della società e delle famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese. Affrontate il problema dei tanti ragazzi che scappano e vanno a lavorare all’estero. Perché questi problemi – Crocifisso o no, e lo dice un cattolico – sono sempre lì.

Perché oggi parteciperò alla manifestazione sulla libertà d’informazione

  • Perché nel nostro Paese c’è bisogno non di libertà d’informazione, ma di una maggiore qualità dell’informazione;
  • Perché non è più accettabile che – come minimo – cinque delle sette maggiori reti televisive nazionali siano controllate direttamente o indirettamente dal presidente del Consiglio e dal Governo;
  • Perché il principale telegiornale italiano, pagato da tutti gli italiani, non può continuare a nascondere notizie di fondamentale importanza per l’opinione pubblica;
  • Perché non è possibile che in uno dei Paesi che, nel passato, è stato simbolo di cultura e pensiero illuminato in tutto il mondo, la maggior parte delle persone si faccia un’opinione solo guardando quegli stessi telegiornali pilotati;
  • Perché sui disastri (molti dei quali annunciati) che accadono in Italia il Governo non può farsi bello, sempre grazie all’utilizzo spregiudicato delle televisioni, con la ricostruzione e l’aiuto alla popolazione, quando centinaia di morti possono essere evitate utilizzando le risorse economiche per la prevenzione e la messa in sicurezza delle abitazioni e del nostro territorio, sempre più martoriato dall’abusivismo;
  • Perché il giornalismo dev’essere, come accade in tutti gli altri paesi industrializzati, il cane da guardia del potere: deve poterlo ammonire, massacrare, fare a pezzettini, e non – al contrario, come accade da noi – essere il cane ammaestrato, corrotto, indifeso e assoggettato;
  • Perché certi giornalisti assoggettati e corrotti non meritano di portare con sé il tesserino che in tanti abbiamo sudato e con con il quale ogni giorno teniamo fede alla nostra promessa di raccontare in modo imparziale il mondo che ci circonda;
  • Perché nel nostro Paese X-Factor e Grandi Fratelli vari stanno rendendo imbecille la classe più giovane della popolazione, sempre più disinteressata al bene comune e alla cosa pubblica, e sempre più interessata solamente al proprio orticello;
  • Perché dobbiamo vergognarci, come italiani, a ogni uscita pubblica del nostro presidente del Consiglio;
  • Perché a un governo scandaloso che premia i malfattori e i ladri non c’è da nessuna parte alcuna forza credibile di opposizione, capace di prendere in mano la situazione e riformare la classe politica attuale;
  • Perché sto vivendo in prima persona, insieme a tanti altri ragazzi della mia età, una crisi economica e una carenza di occupazione in un mondo del lavoro in cui la bravura e il merito sembrano non contare affatto;
  • Perché con tutto quello che sta succedendo da qualche anno a questa parte è sempre meno difficile dirsi orgogliosi di essere italiani.

Ti sei mai “sballato” con la “cyber-droga”? Secondo la Guardia di Finanza si tratta di un fenomeno molto pericoloso

L’ultima moda del momento? Secondo molti giornali e soprattutto secondo la Guardia di Finanza sarebbe la “cyber-droga”. Si tratta di file mp3 contenenti particolari onde sonore (comprese tra i 3 e i 30 Hertz, ovvero le frequenze percepite dal cervello umano) in grado di innescare le più diverse reazioni e sollecitare in maniera intesa l’attività cerebrale. Secondo la Guardia di Finanza, che ha annunciato di monitorare, da tempo, un fenomeno che potrebbe rapidamente dilagare, sarebbero già centinaia le pagine Web dedicate a questo sballo con migliaia di appassionati che si scambiano impressioni e consigliano modalità e tecniche di somministrazione. Tra i siti più gettonati (ma per carità, statene alla larga!) ci sarebbe www.i-doser.com.

A differenza delle “normali” cocaina ed eroina, il cyber-sballo è accessibile a tutti e i file sono scaricabili gratuitamente o comunque dopo il pagamento di una piccola cifra di denaro. Il capo del Nucleo Speciale della Guardia di Finanza che si sta occupando della problematica, Umberto Rapetto, ha spiegato all’agenzia Ansa che ci sono particolari onde, come le onde alfa (dai 7 ai 13 Hertz), ad esempio, che hanno un potenziale effetto rilassante, ma ce ne sono altre che ottengono l’effetto opposto, cioè euforizzante o eccitante. Addirittura, all’estero questo particolare tipo di ultrasuoni viene utilizzato dalle forze dell’ordine per “calmare gli animi” in situazioni complicate; inoltre, sembra che l’uso di questa tecnica sia “documentato storicamente anche in campo militare”.

Non tutti, ovviamente, credono nella potenza di questo nuovo tipo di droghe. Secondo il neurofarmacologo Felice nava, direttore del Comitato scientifico nazionale di Federserd, “non ci sono studi scientifici o report anche aneddotici che possano far pensare che alcune musiche possono determinare fenomeni neurobiologici del tutto simili a quelli prodotti dalle più pericolose sostanze d’abuso”. Secondo il neurofarmacologo, insomma, si tratterebbe esclusivamente di una trovata commerciale “ideata da astuti e loschi personaggi, con il solo scopo di arricchirsi sfruttando la credulità e la voglia di sballo a ogni costo di alcuni ingenui giornali cibernauti”.

Sarà: in ogni caso secondo altri, invece, le “cyber-droghe sono destinate ad avere una diffusione di massa e non è escluso che in futuro i programmi si perfezionino e le droghe virtuali diventino più potenti”. Secondo Daniele La Barbera, direttore della clinica psichiatrica dell’università di Palermo, le droge virtuali non hanno lo stesso effetto su tutti i consumatori, ed è quindi impossibile, per ora, dire se queste causino dipendenze. Non ci sono, insomma, casi su cui basarsi e probabilmente non c’è nemmeno un vero alto livello di pericolosità reale. Eravate a conoscenza di questa “nuova moda”? E secondo voi ci sono possibilità che diventi la droga del futuro? Io sono assolutamente scettico.

Secondo una ricerca i cosiddetti “giovani” sarebbero “molto felici” di pagare per scaricare musica legalmente

→ D@di per Geekissimo.com

Premesso che io odio la parola “giovani”, oggi parliamo di una statistica inglese che farà molto parlare di sé e di conseguenza discutere: da un sondaggio fatto tra ragazzi e ragazze che hanno tra i 14 e i 24 anni è emerso che la fascia più giovane non disdegna pagare per ottenere file musicali… l’importante però è che col pagamento se ne ricevano anche tutti i diritti illimitati di utilizzo. Il sondaggio è stato commissionato dalla British Music Rights, l’equivalente dell’italiana Siae.

Tra i risultati colpisce il fatto che l’80 per cento degli utenti di programmi peer-to-peer (come il pluripremiato eMule, solo per fare un esempio) si è detto disponibile a pagare affinché il file-sharing sia legalizzato. Il problema è che tutto questo esiste già, almeno per quanto riguarda la musica. Basti guardare iTunes o altri “negozi online” di mp3, che non costano poi molto (un euro per un brano, dieci euro per un album circa); il problema però, come al solito, sono i Drm, e cioè le limitazioni a copiare il brano scaricato sui computer o i lettori musicali degli amici. Insomma: ragazzi e ragazze vogliono possedere e controllare la propria musica.

Secondo i responsabili di British Music Rights “l’industria musicale dovrebbe essere molto sollevata da questo sondaggio. Innanzitutto, è chiaro che i giovani sono molto molto interessati alla musica e alle sue evoluzioni, ma la cosa ancora più importante – continuano – è che al contrario di quanto si potrebbe credere, sono preparati anche a pagare, ma solo ad alcune condizioni”.

Dunque il fatto che i ragazzi siano disposti a pagare per la propria musica è un fatto sicuramente positivo, che potrebbe portare alla lunga a ridurre (non ad annullare, ma almeno a ridurre) il fenomeno della pirateria. A patto ovviamente di ottenere tutti i diritti di possesso e copia. E voi, cosa ne pensate? Se siete utilizzatori di programmi di file-sharing, sareste disposti ad abbandonare tutto per privilegiare i download legali a pagamento?

“In internet ci sono troppe distrazioni, e in questo modo non stiamo preparando i nostri figli per il futuro”

Ogni giorno se ne sente una, dal punto di vista del comportamento delle persone in rete. Questa volta partiamo da un articolo abbastanza particolare, che spiega come i servizi del Web 2.0 portino molta distrazione, soprattutto a chi dovrebbe utilizzare la rete per studio o lavoro. Secondo un gruppo di ricercatori, facciamo notte per studiare, frequentiamo tutti i corsi all’università, ci facciamo il mazzo… ma poi ci perdiamo in un bicchiere d’acqua utilizzando YouTube, Facebook, Digg, Neatorama, eBay, Flickr, Amazon (e così via). Per non parlare dei siti porno o dei giochi online.

Secondo l’articolo, insomma, ogni volta che stiamo lavorando e che ci sentiamo stressati o oberati dal lavoro, ecco che con pochi click capitiamo quasi senza volerlo su siti assolutamente inutili che sono divertenti ma ci fanno perdere un mucchio di tempo. Secondo questa scuola di pensiero, “internet è uno strumento incredibile per quanto riguarda la produttività e offre l’accesso a una mole immensa di informazioni. Ma distrae troppo. E rende la concentrazione sul lavoro sempre più difficile da ottenere”.

La distrazione, si legge ancora, non è come un ostacolo che possiamo evitare quando siamo in macchina; ma è come un batterio resistente alle medicine: appare e riappare senza che possiamo fare niente. Il problema è che non solo questa “scuola di pensiero” si rivolge agli adulti, ma anche ai più piccoli. Secondo loro, infatti, tutti pensano a preparare i figli per il loro futuro donando loro computer o portandoli in scuole dove viene insegnata l’informatica.

Ma poi spesso i ragazzi si distraggono e iniziano a guardare siti che con la scuola c’entrano poco, oppure iniziano a giocare. Insomma, cosa bisognerebbe fare, allora? In nome di questa “distrazione” dovremmo vietare a bambini e ragazzi di utilizzare il computer? Questo – a mio giudizio – li porterebbe ad avere poi un enorme digital dvide sul mondo del lavoro. Che ne pensate? Notate anche in voi e nei vostri figli questa particolare distrazione?

Il Wi-Fi è molto popolare tra i più giovani; il backup no

→ D@di per Downloadblog.it

Tutti ci colleghiamo alla stessa internet, ma spesso il nostro approccio è completamente differente per quanto riguarda i modi di connessione e le misure di sicurezza che tendiamo a intraprendere. È la conclusione di un rapporto commissionato da Accenture, che mette in evidenza come le differenze principali dipendano dal posto in cui si vive e dall’età della persona.

Secondo i risultati, anticipati da Ars Technica, circa il 90 per cento degli intervistati crede che prevenire i furti d’identità sia una responsabilità personale. Il problema, però, è che vengono usate le stesse password addirittura per quattro o cinque account alla volta (operazione, sappiamo, sconsigliata da tutti gli esperti in sicurezza). Se, invece, si utilizzano password diverse, è difficile poi associarle poi ai servizi Web: e così si tende – altra tendenza sbagliata – ad appuntarle su fogli di carta.

In generale, inoltre, solo il sette per cento degli intervistati cambia regolarmente le password dei servizi più importanti, così come consigliato.

La ricerca guarda anche all’uso delle connessioni Wi-Fi, considerato che queste sono più difficili da tenere in sicurezza. Poco più della metà della popolazione intervistata usa il Wi-Fi a casa, e i fan del mezzo sono sicuramente i più giovani. Il problema è che molti si fidano troppo della sicurezza delle reti senza fili, e utilizzano i servizi bancari e i pagamenti con carta di credito anche quando si trovano su reti non protette (una piccola curiosità: gli uomini “rubano” connessioni a internet Wi-Fi non protette il doppio di quanto facciano le donne).

La ricerca scandaglia anche i sistemi anti-virus: mentre praticamente nessuno si sogna di utilizzare il computer senza una protezione, in pochi però tengono questa protezione aggiornata; inoltre, solo un terzo degli intervistati effettua un backup su base settimanale.

A prestare grande attenzione alla sicurezza e ai backup, soprattutto le fasce più anziane e più ricche della popolazione.

L’età media dei partecipanti al sondaggio, svolto prevalentemente in Inghilterra e Stati Uniti, è di 46 anni; il margine di errore è del 3,5 per cento per il totale degli intervistati.

I giovani della “generazione Google”? Sono impazienti e intolleranti verso il Web

→ D@di per Geekissimo.com

I giovani della “generazione Google” sono impazienti e intolleranti verso internet. Parola dello University College di Londra, che ha svolto una ricerca sull’utilizzo della rete da parte dei ragazzi di oggi. Ventenni che sicuramente si trovano a proprio agio con il computer come nessuna delle precedenti generazioni, ma che forse proprio perché si trovano troppo a proprio agio, si trovano sempre più a commettere degli errori.

È quasi ovvio che i ventenni di oggi diano “del tu” al computer molto più che i ventenni di cinque o dieci anni fa. Poi, però, se leggiamo bene tra le righe della ricerca, capiamo che utilizzare di più il computer non significa essere più inclini all’uso del computer, anzi. “Gli studenti di oggi – si legge – passano molto più tempo al computer, ma mostrano anche un’incredibile impazienza verso la ricerca e la navigazione, e tolleranza zero nei riguardi di qualsiasi ritardo o problema che impedisca loro di soddisfare entro pochi secondi i propri bisogni di ricerca”.

Il Web come sappiamo bene è una grandissima risorsa per cercare informazioni e documentarsi; sembra, invece, che soprattutto i ragazzi di oggi non si soffermino sugli articoli, ma li selezionino secondo chissà quale criterio (probabilmente quello della fretta) scegliendo solo quelli della prima pagina del motore di ricerca. Questo fenomeno l’ho notato anch’io nei confronti di tanti coetanei e ragazzi anche molto più giovani di me, che dicono di “non aver trovato niente” su internet solo perché si sono limitati a guardare la prima pagina dei risultati di Google o ad aver fatto una ricerca semplice su Wikipedia.

Mentre noto, al contrario, che molte persone in avanti con l’età che si accostano a internet, vedono il Web come un libro o come un giornale, e quindi tendono a leggere tutte le righe di tutto quello che gli capiti davanti. Ovviamente non è positivo né il primo comportamento né il secondo; ma chiaramente poi il tempo e la pratica sono gli unici maestri della navigazione e della ricerca in rete. Oggi (per altri motivi) ho visitato per lavoro una scuola elementare di Roma con una splendida aula d’informatica: la mia speranza è che insieme alle “periferiche di input e di output” i bambini e i ragazzi imparino anche come utilizzare e sfruttare al meglio la rete. Avete degli esempi da portarmi? Che ne pensate?

“Volete usare Google o Wikipedia? Allora non frequentate il mio corso”. Parola di docente

“Servizi come Wikipedia e Google sembrano vogliano togliere il lavoro a noi docenti. Per questo se volete usarli, non frequentate le mie lezioni“. Suona più o meno così l’ultimatum dato da Tara Brabazon, docente all’università di Brighton, ai propri studenti, troppo abituati secondo lei a consultare la rete, senza approfondire, quando si tratta di studiare. Eliminare dalle nostre vite (o da quelle degli studenti) le ricerche su internet o sui wiki mi sembra al giorno d’oggi una cosa impossibile. Eppure la professoressa Brabazon non è l’unica a pensarla così: capita ormai sempre più spesso che specialisti di un determinato settore (come possono essere i docenti di storia, leteratura, scienze e così via) vedono il Web come uno spazio aperto e infinito con troppe variabili e troppo pericolo di perdere la bussola.

Per questo, probabilmente, dopo aver speso anni e anni sui libri preferiscono i buoni e vecchi metodi d’insegnamento e apprendimento più che quelli nuovi e ufficialmente “non approvati” dagli enti universitari. Ciò che probabilmente dovrebbero capire, invece, è che i processi di insegnamento e la condivisione di conoscenza si stanno espandendo senza limiti dalla nascita del World Wide Web, con un conseguente enorme afflusso di dati sui computer degli utenti. Sta divenando abbastanza impossibile, quindi, da parte degli studenti accettare quello che chiede la professoressa, senza se e senza ma.

Wikipedia, ad esempio, non è da demonizzare, perché è vero che molti termini non sono esatti al 100 per cento e possono essere di parte, ma è sempre un ottimo punto di partenza per le proprie ricerche e per i propri approfondimenti. Per citare quello che dicono in continuazione alcuni, “è un ottimo esperimento democratico e sociale fatto interamente dagli esseri umani, e così come gli esseri umani non sono perfetti, anche Wikipedia non è perfetta“.

Avevamo già affrontato il problema dell’utilizzo di internet a scuola, e sinceramente mi sembra strano che anche certe rappresentanze del mondo accademico (mondo nel quale, ricordiamocelo sempre, è nata la Rete) si oppongano a internet senza voler sentire ragioni. Non sarebbe meglio – lo andiamo dicendo da tempo, ormai – insegnare agli studenti come fare una buona ricerca, anche con l’utilizzo di internet? Magari spiegandogli come scremare i risultati “utili” da quelli superflui e di parte? Fatemi sapere se siete d’accordo e se vi capita mai, a scuola o all’università, di sentire cose simili: si tratta di un tema molto interessante su cui si deve poter discutere.

In Spagna Robin e il Messenger aiutano i giovani a parlare di sesso, droga e alcol

→ D@di per Geekissimo.com

In Spagna è stata lanciata un’interessante iniziativa congiunta governo-Microsoft per parlare ai ragazzi più giovani e ascoltare le loro problematiche in tema di sesso, alcol e droga. L’iniziativa è rivolta proprio a parlare la stessa lingua di ragazzi e ragazze, senza pregiudizi né vergogne, attraverso l’uso della chat, e in particolare di Msn Messenger. Dall’altra parte della chat, un robot, chiamato Robin, che riconosce le domande dei ragazzi (o almeno ci prova) e fornisce loro delle risposte.

Utilizzare il servizio è molto semplice (ma, ovviamente, bisogna conoscere lo spagnolo): basta inserire tra i propri contatti l’indirizzo di Robin (robin@msc.es) e subito si potrà iniziare a interagire con lui. Il robot è stato programmato per parlare di diversi argomenti delicati, dalla contraccezione alla prevenzione dell’Aids, dall’interruzione di gravidanza alla “pillola del giorno dopo” fino all’assunzione di alcol e droghe.

Purtroppo alcune prove effettuate da giornalisti e blogger denotano ancora una certa difficoltà di Robin a rispondere a delle domande che normalmente potrebbero essere poste da ragazzi tra i 12 e i 17 anni, tra cui quelle sulla masturbazione, sull’omosessualità, sulla “prima volta”, sul sesso anale. Ma probabilmente è solo questione di tempo, e il robot (e, ovviamente, il team di esperti tecnici-psicologi che gli stanno dietro) imparerà presto a rispondere anche a queste domande.

Cosa ve ne sembra dell’iniziativa? Sicuramente, se messa in funzione come si deve, si tratta di un ottimo strumento per riuscire a parlare con i ragazzi di problemi che li riguardano molto da vicino, senza ovviamente metterli in imbarazzo e con la riservatezza che la rete e la chat offrono. Mi rivolgo ai genitori: voi incoraggereste i vostri figli a utilizzare questo servizio? Oppure non vi fidereste delle risposte che potrebbero ottenere?

Un dominio .es gratis per ogni ragazzo spagnolo

A partire dal 15 gennaio, tutti i ragazzi spagnoli sotto ai trent’anni che ne faranno richiesta potranno avere, gratuitamente, un dominio .es. Avete capito bene: accade in Spagna, dove il Consiglio dei Ministri ha approvato un programma, chiamato “Jóvenes en Red”, giovani in rete appunto, che costerà circa tre milioni di Euro per il 2008, e poi un milione di Euro per gli anni successivi.

Il programma prevede, oltre alla registrazione del dominio, anche un serie di strumenti per creare il proprio sito o il proprio blog per un anno. Quindi pagine Web, album di foto, posta elettronica e anche a disposizione un nuovo social-network. Ovviamente, ogni ragazzo potrà registrare un solo dominio. L’iniziativa fa parte di un programma molto innovativo che tende a dare maggiore impulso, a partire proprio dai minori di trent’anni, alla società dell’informazione.

Il Consiglio dei Ministri spagnolo, inoltre, ha approvato la creazione di un’”Oficina de Seguridad del Internauta”, un ufficio di sicurezza dell’internauta, che gratuitamente darà informazioni e consigli sulla sicurezza in rete e su come comportarsi davanti a determinati pericoli. Credo che l’iniziativa del governo spagnolo sia davvero importante, e sicuramente – a mio parere – riuscirà a far nascere nei più giovani una consapevolezza dell’importanza del Web.

Il dominio gratuito e un social network controllato e creato appositamente sono sicuramente un modo molto intelligente, a mio parere, per insegnare ai ragazzi come utilizzare al meglio la rete e quali sono, invece, i pericoli dai quali è meglio stare lontani. In un articolo del Times di Londra di sabato 22, molto discusso in questi ultimi giorni, si legge che la Spagna ha superato di gran lunga l’Italia in quanto a innovazione ed economia. Mi sa che hanno ragione. Forse lo sconto per acquistare il computer che danno da noi ai liceali non basta più.