Quasi la metà dei ragazzi cinesi si considera “web-addicted”

D@di per Downloadblog.it

Ci siamo spesso occupati, negli ultimi tempi, delle problematiche legate alla censura e all’utilizzo di internet in Cina. E qualche giorno fa è stata diffusa una notizia abbastanza singolare, di cui in pochi si sono occupati.

Secondo uno studio condotto dalla IAC/InterActiveCorp e dall’agenzia pubblicitaria Jwt, circa il 42 per cento dei ragazzi cinesi dai 16 ai 25 anni si dice “web-addicted”, cioè dipendente dalla Rete, per quanto riguarda esperienze, socializzazione, informazione, scambio di opinioni.

La ricerca è stata condotta su circa 2.100 ragazzi e gli elementi che stupiscono sono due: il primo è che negli Stati Uniti solo il 18 per cento si definisce “pazzo per il Web”, il secondo è che in Cina molti siti non sono raggiungibili per via della censura governativa.

All’interno della ricerca si legge anche che circa il 25 per cento degli intervistati non sarebbe capace di restare un giorno intero senza collegarsi alla rete (assurdo!), mentre per la quasi totalità (il 77 per cento) internet è fondamentale per trovare nuovi amici e socializzare.

Che la Cina sia un’economia in forte crescita che sta facendo una forte concorrenza alle aziende e agli stati occidentali è indubbio; ma che i ragazzi fossero così attaccati alla tecnologia almeno per me è stata una scoperta.

Troppe teen-ager in dolce attesa? Colpa di internet

Sempre più ragazze molto giovani in dolce attesa? “È colpa di internet”. Almeno secondo il governo cinese. Non a caso, secondo una ricerca, la metà delle teen-ager residenti a Shangai e rimaste incinte avrebbero conosciuto il proprio partner grazie a internet.

L’indagine, molto curiosa ma che fa riflettere, è stata commissionata da un’associazione che sostiene le ragazze in dolce attesa. Singolare che questo fenomeno si verifichi più che mai in un paese, la Cina, dove il controllo delle nascite e quello di internet sono molto stretti.

“Molti neo-papà non sono contenti di sapere che la propria partner aspetta un bambino – ha dichiarato Zhang Zhengrong, uno dei responsabili dell’associazione – e addirittura molto spesso ammettono di non sapere nemmeno nome della ragazza”. Zhang, in particolare, critica molto l’attuale situazione, in cui per colpa della rete i giovani vengono sempre più a contatto con siti per adulti e si appella a genitori, educatori e istituzioni affinché prestino più attenzione all’educazioone sessuale.

Secondo l’inchiesta, infatti, solo il 7,9 per cento degli intervistati ha ricevuto un’educazione sessuale da parte dei genitori mentre quasi l’ottanta per cento ha dichiarato che tutto quello che sa sul sesso lo deve a internet. È finita, dunque, l’era in cui si sbirciavano di nascosto, nel bagno della scuola, le riviste per adulti dei fratelli maggiori?

Scuola, un calcio alla violenza. Ecco il decalogo dei campioni

Il programma di educazione contro la violenza presentato dai ministri Fioroni e Melandri. Tra gli ospiti il capitano della Roma, il ct Donadoni e i tecnici Spalletti e Rossi. “Riportiamo la gente allo stadio”

Totti & C. danno un calcio al bullismo
“Lo sport a scuola per far vincere la vita”

di DANIELE SEMERARO

ROMA – “Gli stadi a porte chiuse? Una sconfitta per tutti, sia per i giocatori che per il pubblico. Ora vogliamo riportare solamente le famiglie sugli spalti e vedere bambini e ragazzi felici che si divertono guardandoci”. Nelle parole di Francesco Totti, capitano della Roma, il pensiero dei giocatori e di tutto il mondo del calcio, che questa mattina, in un affollatissimo ministero della Pubblica Istruzione, ha incontrato il mondo della scuola per riflettere sulle importanti opportunità che può offrire il potenziamento dell’educazione fisica.

Una giornata, dal titolo “Più sport a scuola e vince la vita”, che ha visto protagonisti principali i bambini e i ragazzi che hanno potuto dialogare con i propri beniamini dello sport, ponendogli domande e interrogativi sul perché di tanta violenza negli stadi.

I giocatori. “È giusto ricominciare a giocare subito – ha spiegato Totti, letteralmente sommerso da decine di telecamere e numerosi giornalisti, alcuni anche stranieri – perché non possiamo darla vinta ai violenti: il calcio è divertimento e purtroppo loro pensano ad altro. Quando mio figlio sarà più grande spero di non dovergli raccontare di questi episodi, ma di un calcio più bello. Da parte nostra – continua – cercheremo di portare questo spirito allo stadio. Lasciamo fuori la violenza e la politica, che non c’entrano nulla e cerchiamo di rigenerare l’ambiente”. “Il calcio ha un forte impatto a livello mediatico – ha detto poi il ct della Nazionale, Roberto Donadoni – e dobbiamo sfruttare quest’impatto per promuovere le immagini della vera sportività: speriamo, anche con il nostro lavoro, di portare avanti qualcosa di costruttivo”.

Le parole forse più toccanti all’indirizzo di bambini e ragazzi sono quelle di Luciano Spalletti, allenatore della Roma: “È un momento di svolta e di grande responsabilità, per questo dobbiamo cominciare a comportarci in maniera più corretta. Vedo questi ragazzi e penso ai miei figli: loro hanno voglia di diventare subito grandi, ma se posso darvi un consiglio – continua, davanti a un’attenta platea – vi dico di continuare ad essere bambini, orgogliosi di giocare e divertirvi. Diventare grandi significa anche dire no a chi vuole inquinare i vostri sogni con la violenza o col fumo, così come rispettare i diversi”.

Sulla stessa linea anche il difensore della Lazio, Guglielmo Stendardo: “Ai ragazzi dico che è stato giusto fermarsi, e che spero finiscano al più presto le rivalità tra tifoserie. Che il tifo torni quello di una volta, più famiglie e più bambini allo stadio”. Delio Rossi, allenatore dei biancocelesti, aggiunge poi che “più che parlare bisognerebbe agire, ognuno nell’ambito del proprio ruolo. La scuola è fondamentale, deve influenzare positivamente e educare i bambini e soprattutto i genitori. Giocare a porte chiuse sarà aberrante, ma era una passo che si doveva fare. Lo stato d’animo di tutti noi è d’amarezza per quello che è successo, speriamo si possa ripartire da zero per riprendere credibilità”. Alla giornata ha partecipato anche il campione di ginnastica Jury Chechi, che ha letto un appello “a giocare pulito e in modo corretto”, nella speranza che l’educazione allo sport trovi uno spazio e una diffusione sempre più vasta. L’appello è stato firmato, tra gli altri, da numerosi campioni come Debora Compagnoni, Stefania Belmondo, Giuseppe e Carmine Abbagnale, Andrea Lucchetta, ma anche calciatori come Cannavaro, Gattuso, Materazzi, Perrotta.

Sport a scuola. Al loro arrivo in sala, Giuseppe Fioroni, ministro dell’Istruzione, e Giovanna Melandri, ministro delle Politiche giovanili e attività sportive, sono stati accolti da decine di bambini che indossavano magliette bianche con la scritta “Raciti sei sempre con noi”. Prima di iniziare la conferenza stampa i bambini hanno cantato l’inno nazionale gridando in coro “Abbandoniamo la violenza”.

“La scuola – spiega il ministro Fioroni – è l’unica centrale educativa che può risolvere i problemi. Per questo abbiamo emanato una serie di normative per incentivare la pratica dello sport nella scuola, una grande opportunità per i giovani”. In Italia, ha sottolineato il ministro, ci sono 27mila insegnanti di educazione fisica, e siamo uno dei pochi paesi dell’Unione Europea dove l’educazione fisica è una materia curriculare: per questo “dobbiamo rilanciarla, affinché i ragazzi abbiano consapevolezza della solidarietà e del fare gruppo”.

Il programma presentato (vedi scheda) prevede dieci punti che andranno ad rivoluzionare lo sport a scuola, in modo che l’educazione fisica diventi anche educazione civica. Tra i provvedimenti, un tirocinio per i docenti, finanziamenti per attività motoria nella scuola primaria, supporto agli insegnanti, sport contro il bullismo e la violenza nelle aree a rischio . Per Giovanna Melandri “si tratta di una vera svolta nel rapporto tra scuola e sport nel nostro paese. Abbiamo investito risorse aggiuntive della Finanziaria proprio per questo. L’Italia deve colmare un ritardo culturale che ci vede indietro rispetto ad altri paesi: vogliamo stadi per famiglie, è un cammino delicato ma non impossibile”.

(Nella foto: Totti, Spalletti, Melandri, Fioroni, Rossi)

Usa, tutti i lunedì mattina test anti-alcol nelle scuole

L’iniziativa del distretto scolastico del New Jersey: stanziati 120mila dollari
“Ogni anno muoiono più ragazzi per problemi legati all’alcol che soldati in Iraq”

Test delle urine il lunedì mattina
Scuole Usa contro l’alcolismo

Ma le associazioni per i diritti civili protestano: “Così si vìola la privacy”

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Il lunedì mattina, per tutti gli studenti del mondo, è il giorno più odiato della settimana. I ragazzi del distretto scolastico del New Jersey, negli Stati Uniti, però, potrebbero temere il lunedì mattina anche per un altro motivo. Nelle scuole di tutto lo stato, Stato infatti, il lunedì verranno effettuati esami delle urine a campione per verificare se i ragazzi hanno fatto uso esagerato di bevande alcoliche (oltre i due bicchieri) durante il week-end.

La prima scuola che inizierà, già da lunedì prossimo, ad effettuare i test sarà la Pequannock Township High, 800 studenti. Poi seguiranno la Middletown High e tutte le altre. “Quello dell’alcolismo in età giovanile è un grosso problema negli Stati Uniti”, spiega il sovrintendente scolastico Larrie Reynolds, uno degli artefici della singolare iniziativa. “Basti pensare – continua – che ogni anno muoiono più ragazzi per problemi legati all’alcol che soldati in Iraq”. La stima, più che sconvolgente, basta a far capire la gravità della situazione.

Il test andrà a caccia dell’etil-glucuronide (EtG), che compare nel sangue e si ritrova nelle urine man mano che l’alcol bevuto scompare. Il costo di ogni controllo è di 20 dollari (l’equivalente di circa 15 euro), e per i prossimi tre anni le autorità locali hanno stanziato 120mila dollari, pari a seimila test. Niente paura, però: se le analisi dimostrassero la positività dell’allievo, questi non sarà sospeso o cacciato dalla scuola, anzi. “L’unica cosa che accadrà – spiega il sovrintendente – è che i genitori saranno informati e il ragazzo riceverà sostegno da parte di psicologi e medici”.

L’iniziativa potrebbe essere un importante deterrente per le migliaia ragazzi che spesso durante i party del sabato sera si ubriacano con birra e superalcolici. Non tutti, però, sono d’accordo con il test delle urine a scuola. In primis le associazioni che difendono i diritti civili, che parlano di palese violazione della privacy: “Quando si entra nella sfera della salute e delle cure mediche – spiega Deborah Jacobs, direttore esecutivo dell’American Civil Liberties Union – le autorità scolastiche non devono intervenire: la cosa deve rimanere tra genitori e figli”.

Non è la prima volta che il distretto scolastico del New Jersey adotta leggi così singolari. Già dal 2005, infatti, i ragazzi che hanno la patente e vanno a scuola in auto e coloro che partecipano agli sport o ad altre attività extracurriculari si sottopongono costantemente a test antidroga. La decisione venne presa, due anni fa, dopo la morte di un ragazzo per overdose.

(1 febbraio 2007)

Quando l'Europa è senza frontiere. Vent'anni in giro con l'Erasmus

Il programma per gli universitari ha già portato in giro per la Ue oltre un milione e mezzo di studenti, fino a ispirare film e racconti. Oggi il via alle celebrazioni. Leggi su Repubblica.it l’inchiesta di Federico Pace. Di seguito il mio approfondimento sulle storie degli studenti.

Tra esperienze indimenticabili e problemi pratici della vita di tutti i giorni
Una delle prime borsiste: “Sono passati 19 anni, mi sembra ancora ieri”

Gli studenti Erasmus raccontano
“Un viaggio che apre la mente”

Le tante storie dall’Europa. E c’è chi, per caso, è finito a lavorare nell’ufficio di Napolitano

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Lasciare famiglie e amici, conoscere coetanei di tanti paesi, affrontare situazioni difficili in una terra straniera, vivere esperienze indimenticabili. Tutto questo è l’Erasmus e tutto questo l’hanno vissuto, dal 1987, anno di nascita del programma, circa un milione e mezzo di studenti in tutta l’Unione Europea. Un progetto che all’inizio riguardava poche persone, ma che poi negli anni Novanta, e soprattutto dopo il boom del film “L’appartamento spagnolo”, è diventato quasi un “must” tra gli studenti universitari più meritevoli.

Racconta Giovanna Graziani su un sito internet interamente dedicato al progetto Erasmus che lei è stata una delle prime studentesse italiane a partire per un’esperienza di studio in un paese straniero: “Era il 1987, studiavo Lingue all’università di Pisa e per un anno sono stata all’università di Tübingen, in Germania. L’accordo prevedeva la frequenza di un determinato numero di seminari e il superamento dei relativi esami, che poi sarebbero stati riconosciuti dal Consiglio di facoltà italiano. Quell’anno ha segnato la mia vita, e ne vivo ancora un ricordo fortissimo, continuo. Quando sono partita avevo più o meno in testa quello che tutti i ragazzi e le ragazze di vent’anni si prefiggono: imparare la lingua, conoscere nuova gente, nuovi ambienti e divertirsi il più possibile. Il tutto condito da una bella dose di paura per il mondo ‘straniero’ che ci aspetta e che ci metterà alla prova. E poi – si legge nella sua lunga lettera – la realtà, le difficoltà di ambientamento, le prime lezioni incomprensibili”.

“Io – racconta – vivevo in un villaggio studentesco, e dovevo condividere la cucina con due tedeschi (una dell’Est, che allora era ancora Ddr), due americani, una vietnamita, un peruviano e un colombiano. E ad altri piani c’erano turchi, e addirittura un israeliano e un palestinese insieme. Dopo un anno all’estero si torna con dei legami più o meno forti, ma soprattutto con la sensazione che di quel paese straniero abbiamo fatto parte anche noi. Adesso sono una ‘brava impiegata’, sposata con due bambine. Ma quell’anno in Germania resta una parte di me”.

Partire di punto in bianco, andare in una città a migliaia di chilometri di distanza lasciando genitori, amici e la vita tranquilla non è cosa semplice, racconta Giulia, studentessa romana che sta studiando all’università di Friburgo, in Germania: “Sono partita all’inizio di settembre ed ero molto contenta, desideravo questo viaggio da anni. Andare via significava mettermi alla prova e vedere come avrei reagito in una situazione totalmente diversa dal solito. Da studentessa di lingue, la prima cosa che ho pensato è stata quella di eliminare qualsiasi contatto con la lingua italiana. La Albert-Ludwigs-Universität di Friburgo è molto grande, ma purtroppo s’incontrano moltissimi ragazzi provenienti dall’Italia. Così innanzitutto mi sono cercata un appartamento con una ragazza tedesca, in modo da essere costretta a parlare tedesco in ogni situazione, e poi ho cercato di inserirmi in diversi corsi, da quello teatrale al coro dell’università a quello di balli latino-americani”.

“Riuscire a frequentare tutte le lezioni – continua – è molto difficile, soprattutto perché il monte ore di lezione dei corsi tedeschi è inferiore a quello dei corsi italiani, e così noi studenti stranieri siamo spesso costretti a salti mortali pur di vederci convalidati gli esami al ritorno nelle nostre città. L’esperienza però è bellissima, sto facendo tante amicizie e soprattutto credo di aver assunto una padronanza della lingua che non avrei mai potuto avere studiando solamente in Italia. Le difficoltà – aggiunge – non mancano: io, per esempio, ho avuto un problema di salute e sono dovuta ricorrere a uno specialista. Era uno dei primi giorni, e mi sono trovata a dover parlare di malattie e termini medici in una lingua straniera”.

Di storie di ragazzi Erasmus ce ne sono tantissime: da quella di Line, una ragazza olandese che ha studiato per un anno all’università di Valladolid, in Spagna, e che ha fondato, insieme a coetanei di altri paesi, un gruppo jazz che ora è diventato famoso a quella di Gianna, 24 anni e laureata in Scienze internazionali e diplomatiche che ha fatto l’Erasmus a Bruxelles e dopo pochi mesi è tornata nella capitale belga per uno stage all’Unione Europea, il sogno di tanti suoi colleghi. Ci sono poi le storie di Lucia, che dopo un periodo di studio in Svezia si è trasferita lì con un contratto a tempo indeterminato in una società informatica e quella di Michele, che dopo l’Erasmus a Berlino ha fatto una tesi di laurea proprio sulla capitale tedesca ed è rimasto a lavorare lì come guida turistica.

Federica, 21 anni di Gaeta e studentessa di Scienze Politiche a Siena, ha invece avuto un’esperienza molto particolare: “Ho fatto l’Erasmus a Strasburgo, all’Institut d’Etudes Politiques nel 2000. Era un anno molto particolare, l’anno della Conferenza intergovernativa di Nizza, che avrebbe portato al trattato di Nizza in vista dell’allargamento ad est dell’Unione del 2004. Durante la mia permanenza, un po’ come tutti, sono andata a ‘bussare’ a tante porte per cercare stage e esperienze lavorative. Alle tante mi ha risposto l’assistente di Giorgio Napolitano, allora presidente della Commissione Affari Costituzionali del Parlamento Europeo, che mi ha proposto uno stage presso la segreteria della Commissione. Chi l’avrebbe detto – continua – che avrei lavorato per il futuro presidente della Repubblica!”.

I paesi che vanno nella maggiore sono quelli più vicini a noi: Spagna, Francia, Germania, Inghilterra. Ma c’è anche chi ha scelto di andare più lontano. È il caso di Silvia, studentessa di Economia e commercio all’università di Perugia, che ha vissuto cinque mesi a Czestochowa, in Polonia: “Volevo fare un’esperienza diversa – racconta – e ho scelto di andare a studiare per alcuni mesi in un paese dell’Est europeo. Sono capitata in una città non molto grande, ed eravamo in tutto in dieci a fare un’esperienza del genere, per questo ho vissuto sempre insieme ai ragazzi polacchi. All’inizio – continua – ho avuto qualche problema, soprattutto con la lingua: l’inglese non lo sanno in molti, e per necessità ho dovuto imparare a parlare qualche parole di polacco. E poi faceva molto freddo, mi chiedevo continuamente dove fossi capitata. Dopo poco, invece, ho conosciuto tante persone simpatiche, e alla fine non volevo più andar via”.

Soldi e sicurezza, i sogni dei giovani studenti

L’indagine Almalaurea su 159mila ragazzi traccia il profilo della popolazione studentesca
Gli interessi maggiori restano la sicurezza contrattuale, la carriera e il guadagno

Università, identikit della matricola
venti su cento lasciano al primo anno

Boom di contatti sul sito Repubblica.it per il questionario di autorientamento: sfiorata quota 200mila

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Su cento studenti che s’iscrivono al primo anno di università, la maggior parte è interessata alla sicurezza contrattuale più che all’indipendenza e alla flessibilità nel mercato del lavoro ed ha una propensione per statistica, ingegneria e economia. Peccato che poi venti, di questi cento, abbandonino i libri prima del secondo anno. Sono alcuni dei risultati che emergono da uno studio condotto dal consorzio interuniversitario AlmaLaurea su un campione di oltre 159mila studenti e che verranno discussi domani, martedì 5 dicembre, presso l’aula magna della facoltà di Economia dell’Università di Bologna in un convegno dal titolo “Costruire il futuro: l’orientamento alla scelta degli studi universitari”.

“L’ingresso in università – spiega il direttore di AlmaLaurea, Andrea Cammelli – spesso disorienta la giovane matricola. La recente riforma degli orientamenti didattici universitari ha rappresentato un ulteriore elemento di incertezza in virtù della moltiplicazione dei corsi di studio introdotti. Anche se la riforma ha contribuito a ridurre gli abbandoni, purtroppo oltre venti matricole su cento si ritirano dopo il primo anno: un costo sociale, familiare e personale davvero troppo elevato”.

Secondo le stime di AlmaLaurea, il maggior numero di abbandoni, con quasi il 27 per cento di studenti del primo anno che non s’iscrivono a quello successivo, si verifica nell’ambito geo-biologico. A seguire, quello scientifico (23,8 per cento) e giuridico (23,1 per cento). Record positivo, invece, per l’ambito psicologico: solo il 9,8 per cento non prosegue oltre il primo anno.

Grazie al boom di contatti del test di autorientamento realizzato da AlmaLaurea in collaborazione con il nostro sito (il questionario è stato compilato da quasi duecentomila studenti con una media di 1200 persone al giorno e più di un milione di pagine visitate), il consorzio, avvalendosi di alcuni psicologi, è riuscito a stilare un’indagine sui desideri e i profili dei ragazzi che si sono iscritti a settembre, o che si iscriveranno l’anno prossimo, a un corso di studi universitario.

All’interno del test erano presenti domande sul funzionamento del sistema accademico e quesiti che permettevano ai giovani di valutare le proprie attitudini e capacità di studio e di conoscere gli sbocchi occupazionali alla luce delle scelte compiute da laureati in anni precedenti.

Alla fine del test, per ogni studente è stato possibile tracciare un profilo personalizzato più o meno distante da uno dei dieci profili base, divisi per lavoro svolto e percorso formativo scelto. Per raffigurare le varie tipologie sono stati scelti degli “animaletti”, ognuno con caratteristiche diverse: dal “lupo d’appartamento” al “leone rampante”, dalla “formica ambiziosa” al “gatto sornione”.

“In linea di massima – spiegano gli psicologi – chi esprime competenze ‘elevate’ in merito a uno dei profili, tende a distinguersi positivamente anche negli altri. È particolarmente forte, ad esempio, l’associazione tra la focalizzazione degli obiettivi e l’efficacia del metodo di studio. In secondo luogo, la consapevolezza delle proprie preferenze e interessi esprime un legame debole con le altre competenze e gode di una certa autonomia rispetto ad esse”.

Entrando in particolare nel merito delle risposte relative alle aspirazioni e ai valori degli studenti spicca, ad esempio, che la maggior parte dei ragazzi (il 70 per cento) ha una forte consapevolezza delle proprie preferenze e interessi; ancora, il 66 per cento dà un valore elevato alla formazione, contro il 29 per cento che ne dà un valore medio e una piccola parte (5 per cento) che pensa che essa non sia fondamentale per assicurarsi un futuro. La stragrande maggioranza, inoltre, è disponibile nei confronti delle novità. Risultati diversi, invece, sulla capacità di affrontare gli imprevisti: si sentono sicuri solo 40 ragazzi su 100.

L’analisi di queste competenze trasversali, spiegano da AlmaLaurea, ha permesso di individuare cinque gruppi distinti e stabili di giovani: il primo gruppo è quello degli eccellenti, che incidono del 22 per cento sul totale. La maggior parte di essi proviene dal liceo classico, è di sesso femminile, risiede al Sud ed è relativamente giovane. I ragazzi di questo gruppo hanno manifestato un livello di conoscenza del sistema universitario e del mercato del lavoro relativamente elevato.

Il secondo gruppo è quello degli “ottimi un po’ mediani”, che incidono per il 16 per cento e si caratterizzano per le elevate competenze in merito al metodo di studio, alla focalizzazione sugli obiettivi e ai risultati scolastici, per una relativamente scarsa consapevolezza delle proprie preferenze e interessi per il futuro formativo e professionale e per un profilo intermedio per quanto riguarda l’apertura al nuovo. Hanno maggiore probabilità di provenire da un liceo scientifico, di essere di sesso femminile e vivere al nord.

Ci sono poi i “medi operativi”, categoria in cui ricade la maggioranza degli studenti italiani: si distinguono per le elevate competenze in merito alla disponibilità al nuovo, per i risultati scolastici e la consapevolezza delle proprie preferenze e interessi. Hanno maggiori probabilità di provenire da un liceo linguistico o da un istituto tecnico industriale e di vivere al nord. In loro si può notare anche un orientamento pratico connotato da un certo ottimismo verso il mercato del lavoro con una tendenza a valutare positivamente l’efficacia del tirocinio formativo come canale d’inserimento occupazionale.

Quarto gruppo è quello dei “volenterosi” (19 per cento del totale), cui appartengono ragazzi che si distinguono per bassi livelli di competenza in generale, ma alta capacità di analisi. Hanno maggiori probabilità di provenire da un istituto tecnico commerciale, di essere maschi, di vivere in Italia centrale e di essere relativamente adulti (quindi in ritardo negli studi). Ultimo gruppo è quello dei “deboli” (8 per cento): si distinguono per bassi livelli di competenza in generale. Hanno maggiori probabilità, così come il gruppo precedente, di provenire da un istituto tecnico commerciale, di essere maschi, di vivere nel Nord-Est e di avere poche conoscenze sul sistema universitario e i suoi legami col mondo del lavoro.

Parlavamo prima degli animaletti con cui sono raffigurati i profili dei ragazzi. Ebbene, quello che rappresenta la maggior parte degli studenti italiani che stanno per iscriversi al primo anno di università è quello della “formica ambiziosa”. I ragazzi di questo profilo, spiegano i resposabili della ricerca, cercano la stabilità del lavoro, la coerenza tra questo e gli studi universitari compiuti, la possibilità di acquisire professionalità, fare carriera e guadagnare. Allo stesso tempo, però, la formica non è appagata dalla possibilità di essere autonomi e indipendenti, dalla flessibilità dell’attività lavorativa, dal coinvolgimento nelle decisioni aziendali, dalla possibilità di svolgere un lavoro utile per la società.

“La formica ambiziosa”, e così dunque la maggioranza degli studenti italiani, ha una propensione per il settore economico-statistico e l’ingegneria; l’ambito lavorativo in cui
trova generalmente lavoro è nel credito e nelle assicurazioni, nella metalmeccanica, nella chimica, nella manifattura o nell’informatica. Il guadagno mensile netto a cinque anni dalla laurea è di poco superiore alla media (1430 euro contro i 1300), con tempi di attesa inferiori rispetto alla media.

(4 dicembre 2006)

Il videogioco violento non piace più

Cambiano i modi di fruizione, cambia il pubblico e il mercato si adegua
Il docente: “Andiamo verso una dimensione pedagogica del videogame”

Il boom dei videogiochi intelligenti
Guerra e sangue? È acqua passata

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Giochi “sparatutto” pieni di scene di sangue e violenza? Armi letali ed eterna lotta tra terroristi e forze dell’ordine? Alieni che rapiscono bambini e che uccidono la popolazione terrestre? Niente di tutto questo. Da un po’ di tempo il mercato dei videogiochi, sia quelli su computer e consolle che quelli sviluppati appositamente per i telefoni cellulari, sta cambiando, con un pubblico sempre più maturo che inizia ad avere un certo interesse anche per i giochi pedagogici e d’intelligenza. Basti pensare che degli oltre 70 giochi in uscita sul mercato italiano tra il luglio del 2006 e l’inizio del 2007, 30 non contengono sangue né violenza.

Un tempo era Tetris, a cui si appassionarono persone di ogni età. Oggi ne sono testimonianza, oltre al successo straordinario di The Sims 2, in cui si gioca a far vivere i propri personaggi in un mondo reale, due titoli da poco usciti e che già hanno segnato un record di vendite: “Brain Training” targato Nintendo e “Brain Juice” di Digital Chocolate, un gioco per telefono cellulare scaricabile direttamente dagli operatori di telefonia mobile. Due videogame che si stanno facendo interpreti di una forma di videogioco socialmente utile, che ha come obiettivo quello di tenere in allenamento la nostra mente.

Cosa è cambiato rispetto agli scorsi anni? Innanzitutto il modo di fruizione di questi giochi, e poi, in parte, anche il pubblico. Con l’avvento delle consolle portatili e dei telefoni cellulari sempre più sofisticati, infatti, diviene naturale giocare anche quando si aspetta l’autobus alla fermata o tra una lezione e l’altra all’università. E così, per questo tipo di fruizione, si sceglie spesso qualcosa che faccia realmente distrarre. Giochi semplici e intuitivi che possano rilassare ma allo stesso tempo tenere in allenamento il cervello.

Non è tutto: negli ultimi anni si assiste a un allargamento sempre maggiore della base dei videogiocatori. Non più ragazzi giovani, ma anche professionisti e soprattutto donne. Secondo una recente ricerca di M: Metrics, infatti, le consumatrici sono aumentate in un anno di circa il 30 per cento, con una predilezione proprio per i giochi “intelligenti” e “da viaggio”. Non dimentichiamo che nel giugno scorso proprio una ragazza è arrivata tra le finaliste delle Olimpiadi dei videogames di Monza (dove, tra l’altro, in questi giorni si sono svolti i mondiali, con centinaia di appassionati provenienti da ogni parte del mondo).

Che cosa succede allora? “È come se stesse scattando – spiega Aldo Toscano, direttore del dipartimento di Scienze sociali all’università di Pisa – una dimensione etica che porta inevitabilmente verso una dimensione virtualmente pedagogica del videogioco. All’orrore – aggiunge – si contrappongono i buoni sentimenti, e il videogioco può così divenire un elemento strutturale alla didattica”, cercando di coinvolgere anche l’utenza normalmente esclusa.

Secondo un recente studio promosso dall’Aesvi (l’Associazione degli editori di software videoludico in Italia), il mercato dei videogiochi ha superato i 700 milioni di fatturato nel 2005: è come se quasi una persona su due videogiocasse. Ciò che spinge un individuo a cercare “conforto” in questi nuovi mezzi di svago multimediale, continua il docente – che oltre ad essere presidente del dottorato di ricerca in Storia e sociologia della modernità, si è occupato anche di comunità online – è un qualcosa di più complesso ed in parte è cominciato ancor prima dei videogiochi: “La caratteristica storica del concetto gioco è sempre stata, pur manifestandosi in varie forme, la presenza di una squadra-gruppo, un insieme di persone, dotate di una certa omogeneità, che si mobilitano. Il gioco, insomma, comporta delle istituzioni, cioè una serie di prassi comuni come possono essere le regole, il campo da gioco, le tenute e così via. Il passaggio dal gioco al videogioco – prosegue Toscano – comporta uno spostamento dall’asse gruppo all’asse individuale e singolare. Come riportano i dati Aesvi, è soprattutto il giocatore su Pc e cellulare a vedere nel videogioco la possibilità di esprimere la propria libertà e individualità. In tal caso questi media diventano un ‘confortò alla propria solitudine”. Ben venga, allora, il moltiplicarsi di rompicapo e quiz mentali: giochi adatti a tutte le età che offrono relax, stimoli e divertimento.

(26 ottobre 2006)

Mamma a 13 anni, agli esami col pancione

La storia, che ha fatto commuovere la città, accade nel rione Forcella
Anche il fidanzato, padre del bimbo, è minorenne: ha 15 anni

Napoli, mamma a tredici anni
farà gli esami col pancione

“Al bimbo non voglio rinunciare, è il mio unico raggio di sole”

di DANIELE SEMERARO

NAPOLI – È una mamma-bambina quella che fra qualche giorno sosterrà gli orali dell’esame di terza media. Accade a Napoli, nel rione Forcella, uno dei quartieri più difficili della città e dove si è costretti a convivere con le faide della camorra. E la storia di N. C., ha commosso tutti, anche per la difficile situazione in cui versa la famiglia della ragazzina che ha il padre ammalato in carcere e la mamma costretta a occuparsi a tempo pieno di tutto con pochissimi mezzi economici a disposizione.

La giovanissima, fidanzata con un futuro papà quindicenne, al bimbo non ha mai voluto rinunciare: “è il mio unico raggio di luce”, racconta al quotidiano Leggo. Prima di fare la mamma, a N. toccherà sostenere gli esami di terza media. Come prova d’italiano ha scelto quella di scrivere una lettera ad un amico. “Spero che vada tutto bene – ha detto – anche in matematica”.

(15 giugno 2006)

Sfortunata in amore? Prova con un sito internet

Una ragazza inglese ha aperto una pagina web per trovare un uomo alla sorella: raggiunti così tanti contatti che anche la mamma ne ha voluto uno

AAA cercasi fidanzato online
“Chi vuole uscire con mia sorella?”

di DANIELE SEMERARO

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ROMA – Gli “sfigati” in amore di tutto il mondo da oggi, grazie a internet, hanno un’opportunità in più per trovare una compagna o un compagno. Ma non si tratta dei soliti siti a pagamento per cuori solitari. Questa volta basta seguire i semplici consigli di una ragazza inglese, Georgia Edmunds, stanca di sentire la propria sorella Care lamentarsi di non trovare mai il fidanzato giusto.

Così, un giorno, quasi per scherzo, ha creato un sito dalla grafica molto semplice, “datemysister.co.uk”, che in italiano suona più o meno come “esciconmiasorella.it”. In pochi giorni la pagina web è stata raggiunta da migliaia di contatti tra Gran Bretagna e Stati Uniti.

Una volta entrati nel sito, oltre a diverse foto della ragazza appare subito una breve descrizione del suo carattere: “Mia sorella Corrie, ma se volete potete chiamarla Coco – si legge – ha 27 anni. Io sono la sua sorella più piccola, e ho costruito questo sito perché mia sorella è sfortunata in amore. Lei è una ragazza fantastica con un gran cuore, e si merita molto di più di quello che le è capitato fino ad ora. Così mi sono presa la responsabilità di trovarle un uomo. Se sei una persona genuina, per bene, continua a navigare nel sito. Se invece sei qui solo per farti una risata, allora lascia subito perdere. So come sono fatti gli uomini…”.

Le pagine seguenti sono dedicate al carattere della ragazza: le piace viaggiare, socializzare, frequentare festival, cinema, mangiare fuori, guardare film e ascoltare musica. Poi appaiono anche le preferenze di Corrie: in un uomo cerca, tra le altre cose, l’onestà, la spontaneità e la pazienza. Infine, dopo una breve descrizione della famiglia si passa alla pagina dei contatti, dove chi vuole può lasciare un messaggio e sperare di essere richiamato.

“Spero che questo sito – spiega la diretta interessata – mi dia la possibilità di conoscere qualche potenziale fidanzato, perché ho avuto un’eccessiva dose di ‘disastri’ sentimentali che mi bastano per tutta la vita”.

E il sistema evidentemente ha funzionato, considerato che ora Corrie ha un’ampia lista di ragazzi tra cui poter scegliere. Tanto che anche la mamma delle ragazze, Viky, ha chiesto alle figlie di aprire per lei un sito dello stesso tipo: “Mio marito è morto cinque anni fa – spiega – ed è ora di divertirsi un po’. Quando ho visto che il sito per Corrie funzionava, ho pensato: perché non può funzionare con me?”

E così, collegandosi all’indirizzo “datemymother.co.uk” si trova una pagina del tutto simile, con le foto, gli interessi e le aspirazioni della donna.

Ora bisognerà vedere se tutti coloro che si sono messi in contatto con le due “aspiranti fidanzate” fanno sul serio. Solo il tempo potrà dirlo. Intanto, chissà che questo stesso sistema non possa funzionare anche in Italia.

(1 giugno 2006)

Nella foto: Georgia, la creatrice dei siti (al centro), insieme alla madre Vicky (sinistra) e alla sorella Corrie (destra)

La maturità in stile James Bond. Tutti i trucchi per copiare agli esami

Meno di un mese all’esame di Stato per 400mila studenti delle superiori
Per la classica “sbirciatina” bignami e temari sostituiti da palmari e iPod

Se i “foglietti” vanno in pensione
trucchi hi-tech per la Maturità

E da una ricerca Usa emerge che due terzi degli studenti copia regolarmente

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Le fotocopie rimpicciolite dei testi scolastici e i bigliettini, da nascondere in ogni luogo immaginabile, sembrano andare sempre meno di moda. Ora, per copiare agli esami si utilizzano computer palmari, telefoni cellulari e, novità del momento, l’iPod. La Maturità si avvicina sempre più velocemente per circa 400mila studenti, e sono in molti coloro che iniziano a guardarsi intorno per cercare di trovare l’idea più geniale per “fregare” compagni e professori. D’altronde, sono d’accordo tutti, la Maturità è uno degli esami più importanti della propria vita, e nessuno può permettersi di sfigurare.

Per la prova d’italiano è difficile (ma non impossibile) indovinare la traccia esatta del tema, e la maggior parte degli studenti continuerà, anche quest’anno, ad affidarsi ai “temari”: libricini dal formato ultra-tascabile che offrono un’ampia rosa di temi già svolti.

Stessa situazione per la seconda prova (greco al Classico, matematica allo Scientifico, lingua straniera per il Linguistico), dove è ancora più difficile affidarsi alla tecnologia: gli studenti sfrutteranno soprattutto i vocabolari, all’interno dei quali si possono nascondere delle vere e proprie miniere d’oro, dai foglietti agli appunti scritti a caratteri minuscoli. Da poco tempo sono nati alcuni particolari servizi: mandando un sms con le parole iniziali della versione di latino (ad esempio “cum ergo tanta haec disciplina sit”) è possibile ricevere, sempre tramite sms, l’intera traduzione in italiano del brano. Peccato, però, che la seconda prova al liceo classico sia di greco…

Temari e fogliettini verranno nascosti in pantaloni larghi e con numerose tasche. Attenzione però a non sovraccaricare troppo gli indumenti: nell’alzarsi dalla sedia potrebbero accadere spiacevoli sorprese. E se il presidente della commissione, all’inizio della prova, chiederà a ognuno di depositare il proprio cellulare su un tavolo, si potrà aggirare il problema portando con sé due telefoni: uno da consegnare e uno (generalmente un modello piccolo) da tenere nascosto.

La tecnologia, infatti, già da diversi anni permette a chi ha un telefono cellulare di collegarsi (tramite Wap, Gprs o Umts) e scaricare (spesso e volentieri a pagamento) appunti e tesine per una consultazione “al volo”. Sempre più persone, poi, si affideranno ad amici e parenti: tramite la fotocamera (senza farsi scoprire) si può fotografare la traccia del compito e inviarla via Mms all’esterno, per poi ricevere successivamente la risposta al quesito o la traccia svolta.

Ma è nella terza prova, quella che prevede un numero di domande a risposta aperta o multipla elaborate dalle singole commissioni, che le “menti diaboliche” di ragazze e ragazzi andranno a cercare le più simpatiche soluzioni. E se fino a pochi anni fa si cercava di utilizzare computer palmari o calcolatrici scientifiche con memoria testuale riempiti con i propri appunti (in ogni caso ingombranti e facili da essere “scoperti”) la vera novità di quest’anno è l’iPod.

Non tutti sanno, infatti, che il lettore multimediale della Apple, diffusissimo tra i giovanissimi, ha una funzione chiamata “note”, che permette di trasferire dal computer (utilizzando programmi adatti: questo ad esempio è gratuito e molto utile) interi file di testo, come quelli scaricati dalla rete o redatti tramite software di videoscrittura come Microsoft Word. Così, soprattutto se si possiede un iPod Nano (9x4cm) dare una sbirciatina sarà un gioco da ragazzi.

E se in tutto il mondo gli studenti di ogni ordine e grado s’ingegnano per trovare soluzioni sempre più all’altezza di James Bond, negli Stati Uniti addirittura c’è un insegnante che al “problema” ha dedicato una ricerca. Da cui è emerso che tra 62mila studenti di 96 scuole, i due terzi degli intervistati ammettono di copiare per passare senza problemi compiti in classe ed esami.

(25 maggio 2006)

(Nella foto: La funzione “note” dell’iPod è uno dei metodi più semplici per consultare i propri appunti)

Lo strano caso del corsivo. Lo evita il 45% dei giovani

Giuliana Ammannati, pedagogista e insegnante, analizzando i propri studenti ha notato che “si nascondono dietro lo stampatello” per non esporsi

Corsivo, lo evita la metà dei giovani
“Mette a nudo paure e angosce”

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Un’alta percentuale di ragazzi tra i 14 e i 19 anni (circa il 40-45%) non sa scrivere in corsivo. La scoperta è emersa da una ricerca durata oltre 10 anni svolta da Giuliana Ammannati, pedagogista clinico che opera nelle zone di Pesaro e Urbino e che fa parte dell’Associazione Nazionale dei Pedagogisti Clinici guidata dal prof. Guido Pesci. Ammannati, che è anche docente di filosofia, psicologia, sociologia, pedagogia e metodologia della ricerca al liceo “Mamiani” di Pesaro, ha iniziato a studiare numerosi anni fa questo fenomeno, che riscontrava sempre più spesso nella correzione dei compiti dei propri alunni.

“Ho tentato più volte – spiega – di aiutare i ragazzi a uscire dal loro stampatello minuscolo, e ho sempre incontrato grandissime resistenze. La cosa incredibile è che i giovani mi hanno fornito moltissime motivazioni: la principale è che non riescono, dopo aver scritto in corsivo, a rileggere quello che hanno scritto. E allora, per evitare confusione, scrivono in stampatello. Altri, poi, non sanno trasferire lo stampatello in corsivo o non riescono a legare bene le consonanti”.

In realtà, spiega la professoressa, non si tratta di una questione prettamente stilistica, né di una crescente omologazione al modo di scrivere di alcuni giornali né, ancora, un’imitazione del tipo di scrittura degli sms. C’è, invece, una motivazione profonda: “L’espressività di questi giovani è parziale, la loro personalità in formazione è troncata e il rischio dell’omologazione è grande. Dovremmo cercare di mettere i ragazzi nella condizione di accogliere se stessi e gli altri, aiutandoli a non avere paura di rappresentarsi nel proprio spazio: devono poter esprimersi liberamente senza temere la propria diversità e le diversità degli altri”.

Il problema, infatti, è proprio che, per evitare di essere giudicati e non avendo abbastanza sicurezza per mettersi in gioco, i ragazzi “si nascondono dietro lo stampatello”. Il corsivo, insomma, essendo diverso da persona a persona, soprattutto quando deve essere letto da altri mette a nudo la propria personalità e le proprie insicurezze.

E a chi dice, come Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta e direttore dell’Istituto di Ortofonologia di Roma, che è colpa della scuola e degli adulti se i ragazzi abbandonano la scrittura in corsivo, la Ammannati è tassativa: “Non parlerei di colpe della scuola. Ci dev’essere, in ogni caso, una maggiore attenzione da parte dei docenti: questi, ad esempio, ricevono spesso produzioni in stampatello minuscolo e non fanno niente. Bisognerebbe, invece, incitarli a parlare con gli studenti per aiutarli a superare le difficoltà. Spesso i ragazzi che hanno riconquistato il corsivo mi spiegano di stare molto meglio perché è scattata una molla interna”.

L’importante, conclude, è dare ai giovani un’attenzione sufficiente: “Cerchiamo sempre, e mi rivolgo soprattutto agli educatori, di capire il soggetto, le resistenze psicologiche, le potenzialità inespresse: è nell’originalità, nella creatività e nel gusto estetico che si cresce”.

(24 maggio 2006)

Inghilterra, il bullismo uccide ancora. E in Italia il giudice: "Meglio il carcere"

In Inghilterra un giovane giocatore di football è stato ucciso da un coetaneo
In Italia la Suprema Corte ha confermato la detenzione per alcuni ragazzi

Bullismo, ragazzino muore a Londra
La Cassazione: è giusto il carcere

di DANIELE SEMERARO


ROMA – In Inghilterra il bullismo tra giovani miete, purtroppo, un’altra vittima, l’ultima di una lunga serie, mentre in Italia con una discussa sentenza la Cassazione ha stabilito che per i baby-bulli, in determinate situazioni, “il carcere è meglio della scuola”. Il fenomeno della violenza tra giovanissimi, dunque, continua ad essere all’ordine del giorno.

L’ultima vittima del bullismo nel Regno Unito è Kiyan Prince, un ragazzino di 15 anni, che è stato ridotto in fin di vita e ritrovato da alcuni professori vicino ai cancelli della propria scuola, la London Academy School di Edgware, periferia nord-ovest di Londra. Il ragazzino è morto due ore dopo al Royal London Hospital.

Steven Morgan, un ufficiale di polizia giudiziaria, ha spiegato che si è trattato di “un tragico incidente” (il ragazzo che lo ha ridotto in fin di vita, molto probabilmente, non voleva ucciderlo). Al momento della colluttazione, erano le 15.30, un sedicenne è stato visto allontanarsi correndo. Per ora la polizia non ha in mano altri indizi.

Kiyan, un promettente giocatore di football (militava nel settore giovanile dei Quenns Park Rangers), molto inserito e conosciuto nella scuola e nel quartiere, è stato probabilmente ridotto in fin di vita da un avversario per una lite sul campo di gioco. “Quando ho dovuto dare l’annuncio della sua morte – racconta il preside della London Academy Phil Heame – avevo vicino a me in lacrime tutti i membri del consiglio scolastico. Eravamo tutti scioccati, non riusciamo ancora a comprendere. Non sappiamo chi potesse avercela con lui, eppure ormai i ragazzi più ‘discoli’ li conosciamo molto bene”. La mamma del ragazzo è ancora all’ospedale, in stato di shock. “In questa stagione è rimasto per molto tempo infortunato – racconta un suo compagno di squadra – ma è rimasto in ogni caso il miglior giocatore under 16 di tutta Londra. Era un ragazzo meraviglioso, non aveva nemici”.

Questa è solo l’ultimo, lo dicevamo, di una lunga serie di reati tra giovani classificati sotto il termine di “bullismo”. E, tornando in Italia, è di ieri la notizia che la Cassazione, nell’affrontare il caso di un gruppo di studenti abruzzesi tra i 15 e i 16 anni che si sono resi protagonisti, a scuola, di una violenza sessuale di gruppo, ha deciso che è meglio il carcere della scuola: un ritorno sui banchi avrebbe “gettato nel panico la vittima e le altre minori dell’istituto”.

Secondo la Suprema Corte, anche se i ragazzi sono tutti minori, si sono “resi protagonisti di una violenza sessuale di gruppo” mostrandosi sordi “a tutti i richiami dei docenti”. La corte non ha accolto, così, le richieste della difesa di sostituire la custodia cautelare in carcere con misure meno afflittive, anche perché non si può rivendicare l’interruzione dei processi educativi nei confonti di ragazzi che mostrano “totale diseinteresse per lo studio”.

Ma se questo è un fatto molto grave, il problema del bullismo è assai diffuso e in Italia coinvolge, secondo i dati di Telefono Blu, almeno un minore su tre. Da una ricerca condotta su un campione di 3.453 adolescenti, infatti, risulta che circa il 35,4% è stato coinvolto in episodi di bullismo che, spiega l’associazione, è un fenomeno di prevaricazione e disagio molto diffuso tra i giovani nell’età evolutiva, soprattutto tra i 7-8 anni e i 14-16 anni.

(19 maggio 2006)

Sabato sera senza rischi? Basta usare il "Durmibus"


Si chiama “Durmibus” ed è stato progettato dagli studenti del Politecnico della Catalogna. Ha capsule per dormire, wc, doccia e “alti standard abitativi”

Dalla Spagna un bus per dormire
dedicato al nomadismo urbano

Il bus può essere utlizzato anche ad evitare le stragi dovute alla guida in stato di ebbrezza o ad accogliere i sopravvissuti di un disastro

di DANIELE SEMERARO

MADRID – Come evitare le stragi del sabato sera o accogliere i sopravvissuti di un disastro naturale? Gli studenti dell’Universitat Politècnica de Catalunya hanno avuto una singolare idea: quella di progettare un autobus, battezzato “Durmibus”, “dedicato a tutti quelli che vivono e praticano il nomadismo contemporaneo”.

Creato insieme agli architetti Veronica Santos Costa, Irving de la Rosa, Patricia Cocco e Beth Gali, l’autobus è costituito, al suo interno, da piccole capsule, del tutto simili ai micro-alloggi giapponesi, grandi come un loculo, in cui è possibile entrare solo per dormire, in uso nelle megalopoli del Sol Levante.

Le piccole capsule (ogni “Durmibus” ne contiene 22) permettono di riposare “comodamente” mentre l’autobus è in movimento. Non è tutto, perché, a detta degli studenti, assicurano buone condizioni di abitabilità: ognuna ha, infatti, un sistema di climatizzazione e illuminazione indipendente. Il bus, poi, ha un sistema di ventilazione e di isolamento acustico rispetto ai rumori esterni, con alti standard di pulizia e privacy. Al suo interno anche doccia, wc e uno spazio per guardare la tv o bere un caffè. Il mezzo, specificano gli studenti, può essere costruito sia partendo da pullman nuovi che da autobus pubblici non più in uso.

“Durmibus” può costituire un alloggio di fortuna (ed essere utilizzato, ad esempio, in aeroporti per accogliere i passeggeri di voli cancellati, o fuori dalle discoteche) ma si rivolge anche a chi pratica il “nomadismo estremo”: “Abitare in movimento – spiegano i progettisti – è un’opportunità che apre a una nuovo modo di vivere la città e si adatta a necessità e problematiche del nostro tempo attraverso l’applicazione e la riutilizzazione dei mezzi tecnologici attuali. La virtù di questa proposta – raccontano – sta nel fatto che ‘Durmibus’ non è un elemento statico: migra nella città, diviene movimento”.

(25 aprile 2006)

(Nella foto: l’interno di “Durmibus”)

Migliaia di giovani in corteo: "La mafia si può sconfiggere"


Migliaia di studenti manifestano contro la criminalità organizzata, che “soffoca la società”. Il messaggio di Ciampi: “Il loro sacrificio è la nostra eredità”

“Come se aveste colpito noi”
Di nuovo in piazza contro la mafia

La manifestazione pugliese nel nome di Giorgio Palazzo, il ragazzo ucciso a Sannicandro. Nel capoluogo piemontese l’appuntamento nazionale di Libera

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Gli studenti sono in piazza, ancora una volta, per manifestare contro tutte le mafie, proprio nel giorno in cui un messaggio di speranza arriva dall’arresto, in Calabria, dei killer di Francesco Fortugno.
Gli appuntamenti di oggi erano annunciati, ma vengono a coincidere con l’assassinio a Sannicandro Garganico di Giorgio Palazzo, un ragazzo di diciotto anni da sempre in prima fila contro la mafia morto dilaniato da un pacco bomba destinato al padre.

“Vogliamo un’Italia senza più mafie”, ripetono i ragazzi nei cortei: “La rete della criminalità organizzata che avvolge e soffoca la società civile del nostro meridione, ma non solo, in una spirale di terrore, violenza e sopraffazione è qualche cosa che ci fa urlare tutta la nostra rabbia”.

Le manifestazioni si svolgono a Torino, dove al corteo organizzato da Libera si contano oltre ventimila persone, a Napoli, dove i manifestanti protesteranno contro la camorra, e a Foggia. Nel capoluogo piemontese migliaia di ragazzi sfilano indossando una maglietta arancione con la scritta “Non li avete uccisi. Le loro idee camminano sulle nostre gambe”. A scandire il passaggio del corteo è la lettura di quasi settecento nomi di persone uccise dalla mafia. A Napoli gli oltre cinquemila studenti che sono scesi in piazza hanno attraversato il quartiere di Forcella con le mani intrise di pittura colorata e hanno lasciato le proprie impronte sui muri, un segno di riscossa della città contro la camorra.

Proprio alla manifestazione di Torino il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha inviato un messaggio: “Il loro esempio – scrive Ciampi, riferendosi alle vittime della mafia – continua a rafforzare la volontà comune per l’affermazione di valori che sono a fondamento della convivenza civile: l’eguaglianza, la giustizia, i doveri di solidarietà. La cultura della legalità è l’eredità morale che siamo chiamati a raccogliere: questi uomini valorosi con generosità, passione e tenacia hanno contribuito a rendere più salda la democrazia, ad assicurare alla nazione un costante cammino di progresso e di civiltà. La loro testimonianza – prosegue Ciampi – ha fatto nascere nelle coscienze degli italiani un più intenso modo di avvertire e praticare i doveri verso lo Stato e verso la collettività. Dobbiamo continuare ad operare per consilidare un sentimento di fiducia condivisa, rendere sempre più saldo il legame fra cittadini e istituzioni”.

A Foggia la manifestazione è dedicata a Giorgio Palazzo: “Lo conoscevamo Giorgio, era in piazza con noi il 18 febbraio – ripete Gianni Cotugno dell’UdS di Foggia – per dire no alle mafie. Il suo ricordo ci rafforza nel nostro intento, siamo indispensabili in questa battaglia culturale. Noi ragazzi di Sannicandro siamo in piazza a Foggia e avremo dalla nostra parte non solo con la rabbia per una morte assurda. Noi vogliamo, tutti insieme, costruire una cultura di giustizia e legalità che si opponga alla cultura della sopraffazione, dell’illegalità e della violenza”.

“Questa volta – gli fa eco Fausto Raciti, portavoce nazionale degli Studenti di Sinistra – la criminalità organizzata ha colpito uno studente come noi, la cui passione era lottare per una scuola pubblica migliore e per un’Italia non più oppressa dalle mafie”.

(21 marzo 2006)

(Nella foto: La manifestazione di Foggia)

Allarme per alcol e sigarette: i giovani italiani primi in Europa


Dalla ricerca dati allarmanti anche per il consumo di sigarette: alta la percentuale di chi le compra. E, rispetto all’Europa, si fa poco sport

L’Oms: allarme fumo e alcol
per gli adolescenti italiani

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Alcolismo e vizio del fumo tra i giovani: è allarme. Lo rivela un’autorevole ricerca (commissionata, fra gli altri, dall’Oms) che ha scandagliato tutti gli ambiti della vita dei ragazzi tra gli 11 e i 15 anni, età delicatissima per la loro crescita e la loro formazione.

L’indagine, intitolata “I determinanti sociali che influenzano le abitudini alimentari e l’attività fisica degli adolescenti”, è stata condotta su un campione di 4386 ragazzi e ragazze di 11, 13 e 15 anni ed è stata presentata al primo Forum internazionale organizzato dall’Organizzazoine Mondiale della Sanità e dalla rete Hbsc (Health behaviour in school-aged children), in collaborazione con la Regione Toscana (la ricerca è stata presentata a Firenze).

Fumo. La notizia più allarmante è certamente che sono pochissimi i giovani che fumano tra gli undici e i tredici anni, ma la loro percentuale cresce vertiginosamente quando ci si avvicina ai quindici anni: il 16% del totale compra regolarmente le “bionde”. La quota dei fumatori cosiddetti “pesanti”, inoltre, raggiunge il 7,6%, una delle più alte rilevate a livello internazionale. Per quanto riguarda la localizzazione nelle aree geografiche, ci sono più giovani maschi fumatori al sud e più femmine fumatrici nel centro Italia, mentre al nord le due parti si equivalgono.

Alcolismo. A 11 anni già il 12% dei ragazzi beve alcolici almeno una volta alla settimana, mentre a 15 anni la quota arriva addirittura al 37%: si tratta delle percentuali più alte d’Europa. I maschi, inoltre, in ogni età e in ogni area geografica, bevono alcolici più frequentemente delle coetanee.

Stupefacenti. A 15 anni il 27% dei ragazzi e il 18% delle ragazze hanno già sperimentato almeno una volta una sostanza stupefacente. Il 2% è arrivato oltre, fino ad arrivare alle droghe pesanti; la cocaina, invece, l’hanno provata il 2,6%.

Scuola. Il rapporto con la scuola peggiora, ma questa non è una novità, col passare del tempo: i quindicenni a cui la scuola piace “abbastanza” sono il 50%, mentre il “molto” raggiunge solo il 9%. A 15 anni inizia a diventare problematico anche il rapporto con gli insegnanti, che, a quanto dicono i ragazzi, trattano gli allievi “in modo giusto” solo nel 48 dei casi.

Sesso. Un quinto degli adolescenti quindicenni dichiara di aver avuto rapporti sessuali completi. Al sud i maschi sfiorano addirittura il 40%. Per quanto riguarda il rapporto con il proprio corpo, inoltre, le ragazze di quindici anni sono insoddisfatte (37%) molto più dei ragazzi (13,5%). Quando ai problemi “reali”, a undici anni il 25,6% dei maschi e il 13,5% delle femmine sono sovrappeso. I numeri tendono, comunque, a diminuire con l’età.

Sport. I nostri ragazzi sono più pigri della media europea, sia per numero medio di giorni in cui praticano almeno un’ora di attività fisica, sia per numero di ragazzi che affermano di praticarla almeno cinque giorni ogni settimana.

(9 marzo 2006)