“In Europa serve un’accelerazione urgente per migrare all’IPv6″. Parola della Commissione Europea

I governi dei Paesi membri dell’Unione Europea, così come i siti e i portali principali del Vecchio Continente, devono guidare la migrazione allo standard IPv6. Parola del Parlamento Europeo, che proprio in questi giorni ha lanciato un allarme: se non innoviamo il metodo di gestione degli indirizzi internet, tutta la Rete e l’innovazione tecnologica sono a rischio. Secondo il piano, il 25 per cento degli utenti della rete deve migrare all’IPv6 entro il 2010.

Ma in cosa consiste l’IPv6? E che cos’è questa crisi di cui tanto si parla? È presto detto, e cercheremo di spiegarlo con parole semplici. Attualmente per gli indirizzi internet si utilizza la versione 4 dell’Internet Protocol (IPv4): uno schema
192.123.255.123
(per fare un esempio di indirizzo IPv4) che permette la gestione contemporanea di 4,3 miliardi di indirizzi univoci. Questa cifra, però, verrà probabilmente raggiunta entro il 2011. Ecco perché l’urgenza di una migrazione all’IPv6.

Lo schema IPv6, infatti, provvede alla gestione di un numero al momento abbastanza illimitato di indirizzi: 3,4 x 10^38 (dieci elevato alla 38, ndr) indirizzi: un numero davvero astronomico! Un indirizzo tipico IPv6 è formato da 128 bit, rappresentato con 8 gruppi di 4 cifre esadecimali:
2001:0db8:85a3:08d3:1319:8a2e:0370:7344
(per fare un esempio). Il protocollo è stato reso disponibile dall’Icann nel luglio del 2004, ma i primi indirizzi col nuovo sistema sono apparsi sono all’inizio del 2008. Una volta entrato in funzione l’IPv6, il vecchio IPv4 verrà tenuto in vita “solo” fino al 2025, come sistema di backup e per evitare eventuali errori di comunicazione.

Secondo l’Unione Europea, dunque, i governi dovranno ora migrare le loro reti principali all’IPv6, aggiungendo la clausola della compatibilità al nuovo sistema per tutti i nuovi siti/server immessi sul mercato. Entro il 2010, inoltre, l’Unione Europea ha deciso che i principali 100 siti internet (ma ancora non sappiamo quali siano questi siti) devono essere raggiungibili col nuovo standard.

Nel 2010 finiranno le combinazioni per gli indirizzi di rete. Come faremo?

DANIELE PER GEEKISSIMO.COM

I provider devono implementare quanto prima la nuova generazione di indirizzi di rete (IPv6), altrimenti intorno al 2010 internet non sarà più accessibile. Parola di Vint Cerf, uno dei pionieri della Rete, che da anni sta giustamente allertando chi di dovere sul futuro di internet, che con gli standard attuali entro qualche anno non potrà più “reggere” il numero di connessioni che cresce in maniera esponenziale.

Come sapete, ogni computer in Rete ha un numero identificativo univoco (Ip). Quello utilizzato attualmente (IPv4) è costituito da 32 bit con quattro numeri decimali rappresentati su un byte: ciò vuol dire che ogni numero varia da 0 a 255 (un indirizzo tipico potrebbe essere 154.242.4.192). Facendo un rapido calcolo, esistono “solamente” 4.294.967.296 indirizzi univoci (da cui vanno sottratti almeno 18 milioni di indirizzi utilizzati per le reti locali). Ecco perché è stato brevettato l’IPv6 che, però, stenta a decollare.

L’IPv6 è stato standardizzato già sei anni fa ma è ancora utilizzato pochissimo. E mentre i moderni computer e apparecchi mobili hanno tutti la possibilità di collegarsi con il nuovo metodo, molti service provider non vogliono ancora implementarlo. La ragione, secondo Cerf, è che anche se il rischio di non potersi connettere a internet si avvicina sempre più, molte società che forniscono connessioni non hanno voluto spendere soldi nell’aggiornare i propri sistemi (per la serie, fin quando funziona lasciamo tutto com’è).

L’IPv6, al contrario della versione 4, è costitutito da 128 bit e viene descritto da otto gruppi di quattro numeri esadecimali (di cui ogni numero varia tra 0 e 65535). In questo modo si potranno creare 340 trilioni di trilioni di trilioni (wow) di connessioni diverse (un indirizzo tipico può essere 2001:0DB8:0000:0000:0000:0000:0000:0001). Il problema è che IPv4 e IPv6 non sono compatibili tra loro, e quindi i service provider saranno obbligati a mantenere in piedi i due sistemi: il primo per i pc e gli apparecchi più obsoleti, il secondo per tutti quelli recenti. Ma da quando? Il nuovo sistema si sta già sperimentando in Cina, Corea e Giappone, mentre Europa, Stati Uniti e resto del mondo sono in un ritardo mostruoso.