Solo suonerie islamiche

In Somalia un gruppo islamico minaccia di morte chiunque non segua alla lettera degli strani dettami

 

Sacdiyo Sheeq è un ragazzo di venticinque anni a cui piace ascoltare musica rock, guardare le partite della Juventus e del Manchester United in televisione o guardare telefilm come Lost o Desperate Housewives. E ama, ogni tanto, come qualsiasi normale ragazzo della sua età, guardare qualche donnina succinta in televisione. Un ragazzo come tanti, come tutti noi. Peccato che Sacdiyo viva a Kismayu, importante città portuale nel sud della Somalia, dove da qualche tempo il gruppo islamico estremista Al Shabaab ha preso il potere e ha iniziato a seminare il terrore.

Lo Stivale Bucato non vuole di certo annoiarvi con lunghe e complicate nozioni storiche; semmai, tramite la storia di Sacdiyo, vuole raccontarvi di come un regime che si definisce religioso imponga ai giovani di abbandonare la modernità per “sposare attività più tradizionali”. Una storia, quella di Sacdiyo, che in Italia nessuno ha voluto raccontare.

Solo qualche cenno per spiegare chi sono gli insorgenti di Al Shabaab: secondo le principali agenzie di intelligence internazionali si tratta dei “corrispondenti di Al Qaeda nel Corno d’Africa”. Il gruppo armato controlla attualmente gran parte del sud della Somalia e alcuni quartieri della città di Mogadiscio.

Incredibile ma vero, una volta preso il potere (con la forza, ovviamente), tra i primi provvedimenti del gruppo terrorista figura la messa al bando di tutte le suonerie per cellulare con canzoni rock o internazionali. Al loro posto, secondo una legge da pochissimo tempo pubblicata, le suonerie posso essere solamente di tradizione musulmana. Una suoneria di tradizione musulmana, direte voi? Sì: un imam che legge l’Hadíth (una parte della Sunna, la seconda fonte della Legge islamica dopo il Corano, ndr) o versi coranici.

Oltre alle suonerie, sono stati banditi tutti i tipi di film, le danze (persino ai matrimoni), le partite di calcio e molti sport trasmessi in televisione. Il portavoce del gruppo islamico, tale Sheich Hassan Yaqub, ha spiegato all’agenzia Reuters che “non verrà più tollerato ciò che può portare i fedeli alla corruzione”. Ma siamo sicuri che le partite di calcio e la musica rock portino davvero i ragazzi verso la perdizione e la corruzione?

Ebbene: nelle ultime settimane i tribunali hanno ordinato condanne a morte, flagellazione e amputazioni a coloro che non si sono adeguati immediatamente ai dettami. Racconta ancora Sacdiyo che a un suo conoscente di 19 anni la polizia locale ha inflitto ben 25 frustate perché il ragazzo è stato colto in pubblico mentre dal suo cellulare proveniva una suoneria “non accettata dal governo”: “Mi hanno accusato di rifiuto della religione – racconta il ragazzo – e ora mi tengono sotto controllo tutto il giorno e non riesco più a vivere la mia vita”.

Speriamo che la situazione possa cambiare e che il regime capisca che i giovani hanno il diritto di vivere la propria vita, proprio come i loro coetanei di tutto il mondo. Tra l’altro queste imposizioni non sono altro – nella maggior parte dei casi – che interpretazioni personali dell’Islam, perché nel Corano di certo non c’è scritto che bisogna infliggere punizioni corporali a chi ascolta musica rock.

Per chiudere con una battuta e allentare un po’ la tensione, noi de lo Stivale Bucato che abbiamo portato in Italia questa notizia ci chiediamo:
1) Se i telefonini inizieranno a squillare tutti con la stessa suoneria, come si potranno distinguere, magari in un luogo affollato?
2) E soprattutto: se la legge impone che non è possibile interrompere la parola del profeta Maometto, come faranno i possessori dei telefonini a rispondere alle chiamate?

Olanda, chiuso il sito sul quale sarebbe stato “proiettato” un film considerato anti-Islam

→ D@di per Geekissimo.com

Arriva dagli Stati Uniti e l’Olanda una notizia che sta facendo molto discutere e di cui mi piacerebbe conoscere il vostro parere. Il provider americano Network Solutions ha sospeso un sito, regolarmente registrato dal deputato olandese di estrema destra Geert Wilders, in cui il politico avrebbe voluto pubblicare e rendere disponibile per la visione in streaming o il download il suo film “Fitna” (”La discordia”, in arabo) giudicato anti-islamico.

Fino a ieri il sito riportava la copertina di un Corano su fondo nero con la scritta: “Tra poco: Fitna”. Il film olandese, così come – lo ricorderete sicuramente – le vignette su Maometto pubblicate su alcuni quotidiani danesi, aveva scatenato nelle ultime settimane aspre proteste in tutto il mondo da parte dei fondamentalisti islamici.

Attualmente, collegandosi al sito Fitnathemovie.com, appare un messaggio di Network Solutions che spiega che il sito è stato sospeso in attesa che il provider verifichi che il contenuto del film non violi le regole di utilizzazione del sito. Assunto che siamo tutti d’accordo che non è giusto screditare i fedeli delle altre religioni e le altre religioni stesse, qui però ci troviamo di fronte a due importanti fattori.

Il primo è che si tratta di cinema, quindi di una forma d’arte, e bisognerebbe allora interrogarsi sulla legittimità di censurare un film, soprattutto su internet, dove vige la massima libertà di espressione. La seconda è che il deputato ha comprato uno spazio Web e, in teoria, dovrebbe poter fare ciò che vuole. Ovviamente non stiamo difendendo il deputato, perché né il sottoscritto né la redazione di Geekissimo condividono le sue idee, né attaccando i fedeli musulmani. Ma mi piacerebbe, rimanendo neutrale, sapere cosa ne pensate.

La censura pakistana manda in tilt YouTube in mezzo mondo

→ D@di per Downloadblog.it

YouTube in tilt per diverse ore, ieri, “per colpa”, se così si può dire, della censura del governo pakistano. Il governo di Islamabad, infatti, nel tentativo di bloccare l’accesso al pià famoso sito di video-sharing avrebbe provocato addirittura un blackout praticamente globale di oltre due ore.

Come? Secondo una prima ricostruzione, il provider internet pakistano Pccw e l’azienda Pakistan Telecom, per evitare che la gente si collegasse a YouTube hanno reindirizzato tutti i protocolli internet di YouTube verso indirizzi Ip non validi.

“Abbiamo determinato che il problema ha avuto origine in Pakistan – si legge nel comunicato diffuso da Google – e stiamo indagando e lavorando con altri nella comunità internet per far sì che ciò non accada più”.

La decisione del governo pakistano di bloccare l’accesso a YouTube deriverebbe, tra le altre cose, dalla presenza sui server delle vignette satiriche danesi sul profeta Maometto che, lo ricorderete tutti, provocarono un’accesa reazione alcuni anni fa da parte di tutto il mondo musulmano.

“Togliete da Wikipedia quelle immagini di Maometto”. Parola di 180mila musulmani

La popolare enciclopedia Wikipedia sta, al momento, rifiutando di togliere dalle proprie pagine alcune immagini di Maometto considerate offensive nel mondo musulmano. Pensate che l’enciclopedia ha ricevuto oltre 180mila lettere di protesta, ma al momento non c’è stato nulla da fare. Le immagini, in particolare, sono presenti all’interno delle localizzazioni europee di Wikipedia, e sono tratte da miniature persiane e ottomane datate tra il quattordicesimo e il sedicesimo secolo.

L’Islam, lo ricordiamo, vieta qualsiasi rappresentazione del profeta Maometto. Gli autori dei diversi post, in ogni caso, non vogliono cedere alle pressioni che arrivano dal mondo musulmano, e hanno risposto che chi si ritiene offeso da queste immagini può semplicemente evitare di consultare le pagine delle versioni europee dell’enciclopedia. Una risposta, dunque, abbastanza forte e decisa.

Le immagini, ovviamente, non appaiono nella versione in arabo. In una delle due immagini, il volto di Maometto è velato (pratica largamente usata nell’arte islamica del sedicesimo secolo); in altre due, però, una del 1315 (che rappresenta la prima rappresentazione pittorica del profeta) e una del quindicesimo secolo, il volto è visibile. Tra le argomentazioni principali della protesta, il fatto che queste immagini sarebbero state appositamente inserite per insultare i fedeli musulmani.

Wikipedia, invece, rimanda al mittente le accuse, spiegando di riconoscere le tradizioni musulmane, ma siccome si tratta di un’enciclopedia che ha il dovere di rappresentare tutti gli aspetti della realtà da un punto di vista neutrale, non si autocensura per far comodo a un gruppo particolare. Inoltre, la vicenda non va a violare alcuna legge della Florida, che è lo stato degli Usa nei quali risiedono i server di Wikipedia. Una questione, dunque, abbastanza spinosa, soprattutto perché va a toccare i sentimenti religiosi di un grandissimo numero di abitanti della Terra. Cosa ne pensate? Wikipedia dovrebbe scendere a compromessi, oppure fa bene a continuare ad andare avanti, dritta per la sua strada?

Charmburka, il burka-Bluetooth

→ D@di per Geekissimo.com

In un periodo in cui torna alla ribalta, in Turchia come in Olanda, il problema del velo indossato dalla donne di religione islamica vi segnalo un progetto interessante quanto provocatorio: CharmingBurka, il burka-Bluetooth. Si tratta di un progetto nato dalla collaborazione tra alcuni artisti e il MIT Media Lab, per non far mai calare l’attenzione su un indumento che, a detta di molti, sarebbe un vero simbolo di oppressione nei confronti delle donne.

Cosa fa esattamente questo burka-Bluetooth? Dall’esterno è ovviamente un normale burka, che copre interamente la donna lasciandole solo una piccola grata all’altezza della bocca per permetterle di respirare. All’interno, però, ha una tecnologia che permette di inviare la propria foto della donna a tutti i cellulari Bluetooth che si trovano nelle vicinanze. Per la serie: non puoi vedermi, ma se mi vieni vicino puoi ricevere la mia foto.

Ovviamente la donna è libera di personalizzare la propria foto e ovviamente decidere se e in quali situazioni attivare il servizio oppure no. “Le leggi del Corano non sono infrante – spiega l’artista Markus Kison – e questo tipo di indumento dà alle donne islamiche l’apparenza di poter vivere un po’ di più all’occidentale“.

Ovviamente si tratta di un progetto a metà tra una provocazione (il burka, dicevamo, è visto dagli occidentali come un segno di repressione nei confronti delle donne e di violazione dei loro diritti principali) e un’oggetto all’avanguardia. Secondo me, sia nel primo caso che nell’altro, si tratta di un ottimo modo per utilizzare la tecnologia al servizio di una buona causa. Che ne pensate?

Indonesia, è boom per il Corano digitale

Oggi arriva un’altra notizia nell’ambito “religione e tecnologia”. Questa volta, però, la religione è quella musulmana. Dall’Indonesia (dove risiede la più popolosa comunità al mondo di musulmani), infatti, arriva la notizia di un boom, soprattutto nel periodo del Ramadan: quello del Corano digitale.

Il prodotto in questione è una specie di lettore mp3 con il quale è possibile ascoltare i versetti – in originale o con la traduzione – e seguirli attraverso un apposito display.

Un apparecchio che risulta particolarmente utile, spiegano gli ideatori, che ne stanno vendendo oltre cinquanta al giorno, per approfondire la conoscenza della propria religione.

Australia, bagni riservati agli islamici

Al centro della polemica c’è l’ateneo australiano “La Trobe University”
“Sono indispensabili per lavarci i piedi prima delle nostre preghiere”

Università, bagni privati agli islamici
è guerra di religione per la toilette

di DANIELE SEMERARO

A Melbourne, in Australia, c’è un’università, la “La Trobe University”, dove gli studenti di religione musulmana possono usufruire di toilette a loro dedicate, accessibili solo dopo aver digitato, sulla porta, un codice segreto. La decisione è stata presa dalle autorità accademiche, così come accade già in altri luoghi del paese, dopo alcune lamentele di studenti e docenti. “I musulmani – spiega il capo della comunità islamica dello stato di Victoria, Yasser Soliman – prima delle preghiere hanno bisogno di lavarsi i piedi. Nel passato, con non poche difficoltà, i ragazzi si lavavano i piedi nei lavandini, ma certamente questa situazione non poteva andare avanti all’infinito. E così abbiamo trovato questa nuova soluzione. L’uso di bagni attrezzati è vitale per i riti religiosi degli studenti. Che male c’è?”.

Alcuni studenti non musulmani dell’università, però, alla vista dei bagni chiusi con un codice segreto hanno deciso di chiamare i giornalisti del “Sunday Herald Sun”, uno dei quotidiani più diffusi del Paese, per denunciare una separazione inaccettabile. “Non abbiamo mica bagni per i cristiani o per gli atei”, ha affermato il portavoce dell’Australian Family Council, Bill Muehlenberg. “Se i musulmani – ha aggiunto – non hanno problemi nei confronti degli australiani, allora perché pretendere bagni separati?”. La “La Trobe University”, dal canto suo, ha spiegato che la decisione è stata presa in accordo con le più alte cariche religiose musulmane del Paese, invitando gli studenti a rispettarsi gli uni gli altri.

Intanto sul web si stanno aprendo, in queste ore, numerosi dibattiti sull’argomento: “La situazione sarebbe facilmente risolvibile – si legge in un post lasciato da Roberta – istituendo in ogni università una chiesa, una sinagoga e una moschea. In questo modo ognuno potrebbe professare la propria fede senza alcun problema”. “La mia risposta è no – scrive invece Oz – perché quando andiamo nei paesi islamici non abbiamo toilette cristiane”. Un altro: “Perché i musulmani dovrebbero avere un trattamento speciale rispetto agli altri? Non basterebbe che nei bagni venissero installati dei tinelli per lavarsi i piedi? Vogliono togliere la scene della natività dalle scuole, e presto non potremo più festeggiare il Natale perché abbiamo paura di offenderli: non staremo diventando troppo politicamente corretti?”. Laura, invece, è d’accordo con l’iniziativa: “Non mi sembra – si legge nei commenti di un blog – che in questo modo ci siano divisioni tra gli studenti. I ragazzi musulmani hanno esigenze diverse rispetto ai loro colleghi cristiani: perché dovrebbe essere un problema?”

(2 febbraio 2007)

Vietate le preghiere nelle classi. L'Udc attacca: "È terrorismo"

da REPUBBLICA BARI – pagg. I e IV

Il direttore Preneste Anzolin: nessuno ha protestato, questa è solo propaganda politica
Si trattava ormai di una consuetudine obsoleta e ai docenti ho chiesto solo di applicare la legge

di DANIELE SEMERARO

CROCIFISSO nelle aule scolastiche, è ancora polemica. Questa volta accade a Palagiano, in provincia di Taranto, dove il consigliere regionale dell´Udc Antonio Scalera ha denunciato il direttore della scuola materna e elementare “Giovanni XXIII” perché colpevole di aver tolto il simbolo cristiano dalle aule e aver cancellato la preghiera del mattino. Per Scalera si tratta di una «sopraffazione terroristica», lesiva dei diritti della maggioranza e del valore culturale e di vita della cristianità. Nella denuncia si legge anche che per protesta alcune famiglie avrebbero impedito ai figli di frequentare le lezioni.

«Macché polemiche», risponde infastidito il dirigente scolastico Preneste Anzolin. «Quella di Scalera è solo un´operazione per mettersi in mostra in vista delle prossime scadenze elettorali. La questione invece non sussiste, perché nella nostra scuola si applicano le leggi della Repubblica italiana. I crocifissi ci sono e sono rimasti nelle aule. L´unica cosa che è stata abolita – aggiunge – è la preghiera all´inizio delle lezioni, che qualche maestra ancora faceva».

«La mia opinione – prosegue il dirigente scolastico – è che in questo tipo di questioni bisogna sempre intervenire in punta di piedi, ma la pratica della preghiera prima di iniziare le lezioni è ormai obsoleta, si trattava di vera e propria stranezza. Per questo ho semplicemente cercato di far capire ai docenti che bisogna applicare la normativa: a prescindere dalla filosofia di vita di ognuno, nel lavoro bisogna attenersi alla legge».

«I crocifissi sono rimasti al loro posto e la preghiera è stata abolita: il direttore ha fatto bene, ha agito in base alla normativa». Così Nicola Colaianni, già magistrato della Corte di Cassazione e ordinario di diritto ecclesiastico all´università di Bari, commenta la vicenda. «Per quanto riguarda la preghiera del mattino – spiega – questa era prevista dalla Legge del 1955 sulla scuola elementare. Nel 1984, però, il ministero dell´Istruzione e la Conferenza episcopale hanno rivisto alcune norme del Concordato e hanno stabilito che le pratiche religiose non devono essere discriminanti. Per questo la preghiera prima delle lezioni non è più prevista».

Situazione diversa, invece, sul ruolo del crocifisso: «Un vecchio regolamento dell´epoca fascista sugli arredi scolastici – aggiunge Colaianni – prevede che questo venga esposto. Nel febbraio scorso, poi, il Consiglio di Stato aveva stabilito che il simbolo cristiano non deve essere rimosso dalle aule perché portatore di valori come tolleranza e rispetto reciproco, presenti anche nella nostra Costituzione. Una decisione che però è stata molto criticata in dottrina. A luglio, infine, la Cassazione ha stabilito che è competenza del Tar e del Consiglio di Stato fare piena luce sulla questione. Saranno i giudici amministrativi, dunque, a mettere la parola fine ai tanti processi in corso di genitori che vorrebbero il simbolo religioso fuori da scuole e licei. Per adesso, però, togliere il crocifisso è ancora contro la legge».

Islam, perquisizioni in tutta Italia


Operazione decisa dalla Procura della Repubblica di Bologna
Tra le accuse associazione sovversiva, banda armata e terrorismo

Islam, perquisizioni in tutta Italia
Arrestati tre integralisti islamici

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Apparterrebbero ad una cellula islamica del terrorismo i tre extracomunitari, un marocchino e due tunisini, arrestati dai carabinieri del Ros a Bologna. Il gruppo islamico era collegato ad altre cellule attive in regioni del Nord, con ramificazioni anche all’estero.

Gli indagati, che già erano stati espulsi con precedenti provvedimenti, dovranno rispondere anche dell’accusa di aver partecipato ad un’associazione volta, tra l’altro, al favoreggiamento dell’ingresso e della permanenza in Italia di immigrati clandestini, al compimento di delitti contro il patrimonio e al compimento di delitti relativi alla falsificazione dei documenti di identità.

Eseguite altre diciotto prequisizioni nei confronti di altrettante persone indagate per associazione con finalità di terrorismo internazionale. L’operazione ha coinvolto i principali centri di aggregazione islamici. Il sospetto coltivato dalla Procura di Bologna, è che la presunta cellula terroristica avrebbe fornito supporto logistico ad altri militanti integralisti.

Tredici perquisizioni, per lo più nei confronti di cittadini tunisini, sono state compiute a Bologna e in paesi della provincia, tra cui Imola, Budrio, Marzabotto e Casaletto di Reno. Le altre erano dirette alle abitazioni di due detenuti di origine nordafricana ospitati nel carcere di Palmi, in Calabria; ad una persona irreperibile e ad un latitante.

Le perquisizioni hanno permesso di raccogliere elementi probatori e documenti che dovranno essere valutati ed esaminati. Il procuratore capo Enrico Di Nicola ha precisato che l’operazione è stata decisa “dopo indagini e investigazioni dei carabinieri del Ros di Bologna in collegamento con il Ros di Roma e con l’apporto di altre città”.

I blitz sono coordinati dai pm Paolo Giovagnoli e Luca Tampieri dalla procura di Bologna, che indaga per associazione sovversiva, banda armata, terrorismo internazionale e falsificazione di documenti. Stando a quanto riportano alcune agenzie di stampa l’operazione farebbe riferimento agli attentati sventati dai carabinieri alla metropolitana di Milano e alla chiesa di San Petronio a Bologna.

La notizia dei possibili attentati era stata diffusa pochi giorni prima delle elezioni del 9 e 10 aprile dal ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu.

L’inchiesta sarebbe partita due anni fa da un rapporto del Ros che riguardava presunte attività illecite legate all’estremismo islamico in quattro città italiane. Alcune delle persone indagate nell’inchiesta avrebbero collegamenti con altre coinvolte nell’indagine su un’altra celulla di supporto logistico che nel 2003 portò a 17 condanne e 21 assoluzioni davanti al tribunale di Bologna.

(4 maggio 2006)

(Nella foto: La basilica di San Petronio, a Bologna)

Corano a scuola, il Vaticano: "Se necessario, s'insegni"


L’annuncio del cardinale Martino, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, arriva dopo un documento dell’Ucoii al governo italiano

Corano a scuola, c’è il sì del Vaticano
“Il rispetto non va selezionato”

di DANIELE SEMERARO

ROMA – “L’Italia non faccia marcia indietro. Il rispetto non deve essere selezionato”. Con queste parole il caridnale Raffaele Renato Martino, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace ha dato un sostanziale via libera del Vaticano all’ora di religione nelle scuole italiane per insegnare il corano agli studenti musulmani.

“Se ci sono delle necessità, se in una scuola ci sono cento bambini di religione musulmana, non vedo perché non si possa insegnare loro la religione – ha aggiunto il porporato -. Questo è il rispetto dell’essere umano, un rispetto che non deve essere selezionato”.

Solo martedì scorso l’Unione delle Comunità Islamiche italiane (Ucoii) aveva presentato, nella seconda riunione della Consulta islamica al Viminale, un documento nel quale, tra le altre cose, si chiedeva di istituire nelle scuole italiane l’ora di religione islamica come scelta alternativa. Oltre a questo, l’Ucoii chiedeva al governo anche di aggioranre e modificare i libri scolastici che contengono “notizie palesemente false sull’Islam ed i musulmani” e di istituire la lingua aragba come materia a scelta a livello nazionale.

Il cardinale Martino, dunque, nel suo discorso ammonisce l’Italia “a non fare marcia indietro”, aggiungendo poi: “Se attendiamo la reciprocità nei paesi rispettivi dove ci sono cristiani, allora ci dovremmo mettere sullo stesso piano di quelli che negano questa possibilità. L’Europa, l’Italia – ha proseguito – è arrivata a dei punti di democrazia e il rispetto dell’altro che non può fare marcia indietro. Se quindi ci sono persone di altra religione nella realtà italiana, bisogna rispettarle nella loro identità culturale e religiosa”.

“Solo il dialogo e la libertà religiosa – ha insistito Martino – possono evitare il fondamentalismo, sia quello politico-laico che quello religioso. Tutte le religioni sono di pace e la via per trovare una coesistenza e la collaborazione laddove è possibile, ad esempio sul piano sociale”.

(9 marzo 2006)