Libertà di stampa, l’Italia retrocessa da “paese libero” a “paese parzialmente libero”

Palau, Estonia, Jamaica, Repubblica Ceca, Lituania, Costa Rica, Belize, Malta, Slovacchia, Suriname, Taiwan, Polonia, Ghana, Mali, Uruguay, Cile, Samoa, Namibia, Benin. Sono solo alcuni dei 72 paesi del mondo che ci precedono nella classifica mondiale della libertà di stampa. Ma la notizia non è solo questa. È che l’Italia, da quest’anno, è passata da “paese libero” a “paese parzialmente libero”. Al settantatreesimo posto mondiale assieme a Tonga. Beh, Tonga non è poi così male!

Cuba, vanno in vendita i primi computer domestici legali

→ D@di per Geekissimo.com

Pur rimanendo un pressoché totale controllo sulle comunicazioni via internet, Cuba ha dato il via alla possibilità, per le famiglie, di acquistare un personal computer. Cosa fino ad ora proibita. La decisione è stata presa dal presidente Raoul Castro e fa parte di un pacchetto di beni di consumo che da ora in poi saranno liberi.

E così da qualche giorno i centri commerciali sono presi d’assalto da cubani interessati all’acquisto, oltre che dei computer, anche di telefoni cellulari e lettori DVD. Unico problema, il prezzo: i computer, infatti, costano in media 800 dollari in un paese dove il salario medio è di circa 20 dollari al mese. La maggior parte di coloro che si dicono interessati all’acquisto hanno però dimostrato di poter pagare in quanto riescono a ricevere mensilmente delle quote extra, soprattutto da parenti che vivono all’estero.

Ora che i computer sono arrivati c’è però un altro scoglio da superare: quello della connessione a internet. Questa, infatti, è consentita solamente in alcuni luoghi di lavoro, scuole e università. Secondo il governo ci sono problemi tecnici di connessione ai grandi cavi sottomarini in fibra ottica a causa dell’embargo da parte degli Stati Uniti.

Attualmente tutte le comunicazioni avvengono via satellite, che ha un’ampiezza di banda più limitata ed è più costoso. Una nuova possibilità potrebbe invece arrivare da un cavo sottomarino che il presidente venezuelano Hugo Chavez (alleato di Cuba e critico nei confronti degli Stati Uniti) sta costruendo sotto il mar dei Caraibi. Non è chiaro, in ogni caso, se – una volta completata l’interconnessione – le autorità faranno cadere il bando anche all’utilizzo di internet.

Apple fa chiudere ThinkSecret. Un brutto segnale

D@di per Geekissimo.com

ThinkSecret, uno dei siti più famosi che trattano novità e indiscrezioni sul mondo Apple, è stato costretto dalla stessa casa produttrice del Mac e dell’iPod a chiudere. La notizia – incredibile – che si sta diffondendo pian piano in queste ore è che i responsabili legali di Apple hanno condotto una lunga battaglia legale contro ThinkSecret.

Motivo del contendere, un articolo pubblicato alla fine del 2004 in cui una “gola profonda” della Apple annunciava il lancio del Mac Mini. Apple ha chiesto in tutti i modi e più volte di rivelare la fonte, ma da ThinkSecret non avevano fin ad ora ceduto. Ora l’accordo prevede (incredibile) la chiusura del sito ma il rispetto della segretezza della fonte da parte di Apple.

ThinkSecret è stato fino ad ora uno dei più importanti siti di riferimento nel mondo Apple, e spesso ha lanciato degli scoop che si sono poi rivelati veritieri. Anche se l’accordo è stato definito “amicale” dalle due parti, di certo si tratta di una grandissima violazione della libertà di stampa. E mi meraviglio di Apple, che si è sempre dimostrata un’azienda molto attenta ai propri utenti e ai propri fan.

Tra l’altro, a mio parere la chiusura di ThinkSecret crea un vero e proprio precedente. A questo punto, qualsiasi azienda può far chiudere un blog “scomodo” che pubblica notizie riservate o che ospita gli sfoghi dei dipendenti non contenti. Di certo ThinkSecret non era una testata giornalistica, ma dove sono finite la libertà di stampa e la libertà di opinione?

Anonimato e blog. Blogger americano anonimo combatte contro il suo comune per la libertà di espressione

D@di per Geekissimo.com

C’è una storia in questi giorni negli Stati Uniti che sta facendo molto parlare di sé. È la storia di un blogger del New Jersey che sta combattendo disperatamente contro il suo stato, contro la magistratura (e anche contro Google) per vedersi riconosciuto il principio secondo cui i blogger possono scrivere anche in maniera anonima, anche senza rivelare il proprio nome e cognome.

La storia è più o meno questa: il blogger, conosciuto con il nick di daTruthSquad ha criticato un’azione legale del comune di Manalapan (New Jersey), così come i politici che l’hanno voluta intraprendere, nei confronti di un ex-procuratore generale che avrebbe contribuito all’acquisto di un terreno inquinato nel lontano 2005. La decisione ha scatenato un acceso dibattito nella stampa locale e tra i cittadini, e il blogger com’è giusto ha partecipato al dibattito scrivendo le proprie opinioni, in forma anonima, su un blog appositamente creato.

Il blog, in particolare, è stato aperto sulla piattaforma Blogspot, di Google. Il comune, allora, si è rivolto proprio a Google per chiedere l’identità del blogger e tutte le altre informazioni (come l’indirizzo e-mail o i post ancora in bozza!) per risalire a lui. daTruthSquad è attualmente accusato/a di falsa dichiarazione. Anche i blogger, così come ogni altra persona, spiegano le associazioni che lo/la stanno difendendo, possono avvalersi del Primo emendamento, che dà loro il diritto di parlare anche in maniera anonima, giudicando questa invasione della privacy da parte del comune inaccettabile.

Al momento il Comune non ha accolto la richiesta di sospendere la causa contro il blogger, e così il 21 dicembre le due parti in causa verranno ascoltate dal giudice. Una vicenda decisamente spinosa, che porta l’attenzione nei confronti di un fattore: è possibile criticare il potere essendo anonimi? A mio parere sì. Negli Stati Uniti vige il Primo emendamento come da noi esiste l’articolo 21 della Costituzione, che preserva la libertà di espressione e di critica da parte di ogni cittadino. Ognuno può scrivere quello che vuole nel rispetto della legge. In questo caso si trattava di una critica (costruttiva, ovviamente) nei confronti dell’azione del comune: perché sanzionare un’opinione? Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate a riguardo: siete d’accordo con me, oppure pensate che l’anonimato sul blog debba essere vietato?

Ecco le 13 nazioni dove internet è reato

L’iniziativa di “Reporters Senza Frontiere” per protestare contro la censura online
Tra i paesi meno liberi Cina, Birmania e Cuba. Da quest’anno entra anche l’Egitto

Libertà nel web, ecco la “lista nera”
in 13 Paesi si è costretti al silenzio

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Corea del Nord, Arabia Saudita e Cina. Ma anche Cuba, Tunisia e, per la prima volta, Egitto. Sono i Paesi “nemici di Internet”, che insieme a Bielorussia, Birmania, Iran, Siria, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam fanno parte di una speciale classifica stilata dall’associazione Reporters Senza Frontiere. Paesi in cui ci si può trovare in prigione da un giorno all’altro per aver scritto sul proprio blog o su un sito internet opinioni contrarie al regime. Secondo le ultime stime, nel mondo oltre sessanta cyber-dissidenti (52 solo in Cina, quattro in Vietnam, tre in Siria, e uno in Iran) sono tuttora in carcere per aver fatto circolare online opinioni considerate inaccettabili dai governi locali. Così, per attirare l’attenzione nei confronti di un problema sempre più grande, l’associazione ha indetto una protesta online di ventiquattrore.

I Paesi. Molti dei Paesi inseriti all’interno della “lista nera”, come Cina e Birmania, sono regolarmente sotto i riflettori dell’opinione pubblica perché negano ai propri cittadini la libertà di espressione. A Cuba, ad esempio, il governo vieta ai dissidenti e ai giornalisti indipendenti di poter utilizzare la rete, e la punizione per aver scritto un articolo per un sito web straniero può arrivare anche a un anno di carcere. L’Egitto, invece, è una new entry, ed è stata inserita – spiegano da Reporters Senza Frontiere – per il suo comportamento nei confronti dei diari online: “Tre bloggers sono stati arrestati quest’anno per essersi schierati a favore di riforme democratiche. Quello che facciamo è anche un appello al governo egiziano, affinché cambi le proprie leggi in materia”. Il Cairo, infatti, ha emanato recentemente una norma secondo la quale un sito può essere chiuso immediatamente se considerato un rischio per la sicurezza nazionale.

Dalla classifica emerge anche qualche buona notizia. Nepal, Libia e Maldive, che comparivano fino allo scorso anno, sono stati rimossi. “Il fatto che abbiamo potuto rimuovere tre Paesi dalla lista è sicuramente positivo, e ci dà la forza di sperare che la situazione possa migliorare di anno in anno”. La Libia, in particolare, si trova però ancora sotto osservazione: in una recente visita di Reporters Senza Frontiere è emerso che la rete non è più esposta alla censura, anche se il presidente Maummar Gheddafi è ancora considerato un “predatore della libertà di stampa”.

La protesta. La lista viene diffusa ogni anno, ma questa è la prima volta che Reporters Senza Frontiere organizza anche una grande mobilitazione su internet: “Quest’anno – ha spiegato un portavoce dell’associazione – abbiamo voluto coinvolgere anche gli utenti della rete, in modo tale che quando facciamo pressione sui Paesi che non rispettano la libertà di espressione, possiamo dire di parlare a nome non solo nostro di addetti ai lavori, ma anche di migliaia di utenti di tutto il mondo”. Per tutta la giornata di oggi sul sito Rsf. org sarà possibile votare su una cartina il paese che più offende la libertà di espressione. Fino ad ora sono arrivati più di diecimila voti.

Non è tutto, perché la protesta riguarda anche il comportamento del co-fondatore di Yahoo!, Jerry Yang, accusato di collaborazionismo con il governo cinese per aver bloccato l’accesso ad alcune pagine web. La società californiana, infatti, è stata tra le prime al mondo a sottostare al volere di Pechino autocensurando il proprio motore di ricerca locale e lavorando insieme alle autorità cinesi nella lotta al perseguimento del dissenso politico online. Yahoo!, dal canto suo, si difende affermando di aver solo “rispettato la normativa locale”. Anche Microsoft e Google si trovano in una posizione simile.

La mobilitazione non è però solo virtuale: a New York cartelloni mobili con una grande mappa del mondo girano per la città, da Times Square a Bryant Park, visualizzando i “buchi neri” della libertà di espressione online. A Parigi le stesse mappe sono invece proiettate sulle facciate di alcuni monumenti e palazzi significativi, tra cui la stazione Saint-Lazare, la sede parigina di Yahoo! e il palazzo dell’Opera. Da oggi, infine, tutti i comunicati stampa di Reporters Senza Frontiere saranno tradotti, oltre che in francese, inglese e spagnolo, anche in arabo, in modo tale da essere diffusi a una più ampia fetta della popolazione. “La libertà di espressione – si legge nei manifesti – non è un lusso, ma un diritto di tutti”.

(8 novembre 2006)

(Nella foto: I “buchi neri” dell’informazione su internet)