Iran nel sangue, il mondo reagisce


Il mio servizio al minuto 1.45, dopo quello del collega Gianluca Ales

 

Cortei per la pace in tutto il mondo. Il presidente americano ha lanciato un appello al governo iraniano: “Si fermi la violenza”. Obama ha voluto anche ribadire che il tentativo di sopprimere le idee non riuscirà mai a cancellarle.

Iran, l’Europa si mobilita contro la repressione


Il mio servizio al minuto 1.34, dopo quello della collega Carola Di Nisio

 

L’Europa scende in piazza contro la repressione iraniana, mentre dopo YouTube e Twitter anche Facebook e Google traducono i propri sistemi in persiano.

Ho visto Body of Lies (Nessuna Verità)

Ieri ho visto Nessuna Verità (titolo originale, Body of Lies) con Russel Crowe e Leonardo Di Caprio. Un film ambientato tra Iraq, Giordania e Siria tutto incentrato sulla caccia ai “signori del terrore” da parte degli Stati Uniti. Un film che – a mio avviso – fa riflettere sulle crudeltà della guerra in Medioriente e soprattutto sul punto di vista – per una volta – di chi la guerra la vive ogni giorno in prima persona, e non (come molti fanno) da migliaia di chilometri di distanza. Bello!

YouTube dovrebbe censurare Al Quaeda?

→ D@di per Geekissimo.com

Il senatore americano Joseph Lieberman ha chiesto ufficialmente ai vertici di YouTube di rimuovere i video contenenti proclami e rivendicazioni di Al Quaeda che gli utenti hanno postato su internet. Ma i responsabili del popolare servizio di video-sharing gli hanno risposto di no, perché il materiale non vìola le linee guida del servizio. Lieberman, allora, non si è arreso e ha intrapreso una vera e propria crociata contro i video del terrore inseriti online, chiedendo che le linee guida di YouTube siano modificate e rinforzate per far sì che la violenza gratuita e gli estremismi siano eliminati una volta per tutte.

Per Lieberman, insomma, ospitare questi proclami video significa amplificare la potenza del terrore di queste organizzazioni (e sappiamo quanto, negli Stati Uniti, si insista molto su questi temi). YouTube, dal canto suo, ha risposto che il dialogo tra istituzioni e azienda è importante, ma ha anche sottolineato come la maggior parte dei video in questione non contengano scene o linguaggi violenti, e quindi non possono essere rimossi perché non vìolano le linee guida della comunità. Rimuoverli, insomma potrebbe creare un grande precedente a cui poi in tanti potrebbero appellarsi.

YouTube prende dunque posizione nei confronti della libertà di espressione, e anche dei punti di vista meno popolari. “Crediamo – si legge in un comunicato dell’azienda – che YouTube sia la piattaforma di questo tipo più ricca, completa e rilevante proprio perché ospita i più diversi punti di vista“. Ma il senatore torna ancora all’attacco: “Un portavoce di Al Quaeda non può visitare gli Stati Uniti, recrutare personale e costruirsi un consenso: perché può farlo su internet?”.

Tra l’altro, in molti hanno commentato la notizia spiegando che, come sempre, controllare ogni singolo video inviato su YouTube è praticamente impossibile, e che ci sono dei sistemi semi-automatici che identificano materiale coperto da copyright; ma che i sistemi semi-automatici capiscano anche se si stia parlando di terrore è ancora molto difficile. Secondo molti altri, inoltre, togliere materiali del genere solo da YouTube non avrebbe un grande effetto sulla politica del terrore: la maggior parte di questi gruppi, infatti, non utilizza YouTube come canale privilegiato, ma invia direttamente i video a canali televisivi. Che ne pensate? Vi schierate con il senatore americano, o con Google/YouTube?

Charmburka, il burka-Bluetooth

→ D@di per Geekissimo.com

In un periodo in cui torna alla ribalta, in Turchia come in Olanda, il problema del velo indossato dalla donne di religione islamica vi segnalo un progetto interessante quanto provocatorio: CharmingBurka, il burka-Bluetooth. Si tratta di un progetto nato dalla collaborazione tra alcuni artisti e il MIT Media Lab, per non far mai calare l’attenzione su un indumento che, a detta di molti, sarebbe un vero simbolo di oppressione nei confronti delle donne.

Cosa fa esattamente questo burka-Bluetooth? Dall’esterno è ovviamente un normale burka, che copre interamente la donna lasciandole solo una piccola grata all’altezza della bocca per permetterle di respirare. All’interno, però, ha una tecnologia che permette di inviare la propria foto della donna a tutti i cellulari Bluetooth che si trovano nelle vicinanze. Per la serie: non puoi vedermi, ma se mi vieni vicino puoi ricevere la mia foto.

Ovviamente la donna è libera di personalizzare la propria foto e ovviamente decidere se e in quali situazioni attivare il servizio oppure no. “Le leggi del Corano non sono infrante – spiega l’artista Markus Kison – e questo tipo di indumento dà alle donne islamiche l’apparenza di poter vivere un po’ di più all’occidentale“.

Ovviamente si tratta di un progetto a metà tra una provocazione (il burka, dicevamo, è visto dagli occidentali come un segno di repressione nei confronti delle donne e di violazione dei loro diritti principali) e un’oggetto all’avanguardia. Secondo me, sia nel primo caso che nell’altro, si tratta di un ottimo modo per utilizzare la tecnologia al servizio di una buona causa. Che ne pensate?

Rottura di un cavo sottomarino, internet ancora “in ginocchio” in India e Medio-Oriente

→ D@di per Geekissimo.com

Ci vorrà almeno una settimana, forse anche di più, per il ripristino totale dei servizi internet in Medio Oriente e in India, che come probabilmente saprete si sono interrotti da mercoledì a causa della rottura di due cavi sottomarini in fibra ottica. Secondo quanto riporterebbero alcune agenzie di stampa, la rottura ha bloccato il 70 per cento della rete egiziana e il 60 per cento di quella indiana, andando a colpire anche (in ogni caso in misura minore) Kuwait, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Oman, Qatar, Bangladesh e Sri Lanka.

Le principali compagnie di telecomunicazioni hanno annunciato che in questi giorni si stanno verificando anche disagi per le chiamate internazionali. La rottura del cavo si è verificata nel tratto di mare che va tra Alessandria d’Egitto e Palermo, a circa 10 chilometri al largo della città africana. Ancora non è chiara la causa dell’incidente: c’è chi parla di una nave che avrebbe ancorato per errore i grandi cavi fluttuanti, spezzandoli, e chi, invece, dà la colpa alle terribili condizioni atmosferiche e del mare. Ma perché il danno è così grave?

La spiegazione è semplice: in India è presente oltre il 40 per cento del mercato mondiale dell’informatica in outsorcing (cioè le aziende europee o americane che aprono sedi in India per risparmiare soldi e, soprattutto, per assumere la popolazione locale che ha dimostrato una grande propensione verso questo tipo di attività). Secondo il ministero delle Telecomunicazioni del Cairo saranno necessari alcuni giorni per ritornare al completo funzionamento della rete, mentre secondo l’agenzia ufficiale del Kuwait ci vorranno tra i 12 e i 15 giorni per riparare completamente i danni.

E ora, che succederà? Di certo il mondo e le comunicazioni non si bloccano: la rete internet è fatta apposta per assorbire in breve tempo danni del genere, e proprio la presenza di centinaia di possibilità diverse di spostare pacchetti da un punto all’altro farà sì che gli utenti subiranno solamente dei rallentamenti. Gli operatori di telefonia, inoltre, hanno spiegato che stanno provando diverse strade (reti poco utilizzate, satelliti, etc) per ripristinare al meglio la situazione. Ovviamente vi terremo informati su eventuali sviluppi della situazione.

Palestinesi e israeliani in una radio senza confini


Al via un programma radiofonico fatto da ragazzi per il dialogo tra israeliani e palestinesi. La direttrice: “I giovani superano ogni differenza”

“La nostra radio per la pace”
Insieme arabi e israeliani

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Un programma radiofonico per avvicinare israeliani e palestinesi. Realizzato e condotto, insieme, da ragazzi israeliani e palestinesi. È il progetto che sta nascendo in un kibbutz della Galilea, Sasa D.N. Merom Hagalil, dove da diversi anni opera la fondazione Beresheet LaShalom, gestita da Yehuda e Edna Angelica Calò Livné, sposati e con quattro figli.

Una storia straordinaria, iniziata cinque mesi fa, quando ad Angelica, che già ha avuto diverse esperienze di “lotta per l’integrazione” (da quattro anni tramite la propria fondazione gestisce una compagnia teatrale multiculturale) è stata fatta la proposta di creare un programma realizzato da giovani per giovani sulla stazione radio “All for peace”, che trasmette in tutto Israele da Ramallah e Gerusalemme. Il progetto prevede, per adesso, un’ora a settimana di conduzione sui temi dell’integrazione e dell’educazione alla differenza.

“All’inizio ci è stato chiesto di produrre una puntata pilota – racconta Angelica, ancora molto emozionata – ma portare i ragazzi fino a Gerusalemme sarebbe stato difficile per noi che viviamo in alta Galilea, al confine col Libano. E così abbiamo chiesto a un’altra emittente della zona, ‘Radio Galil Eliyon’, di poter fare una trasmissione di prova. Anche in questo caso c’è stato grande entusiasmo attorno all’iniziativa, tanto che hanno pensato di mettersi in contatto con ‘All For Peace’ per poter trasmettere, anche loro, il programma. In questo modo si è creato, facilmente e quasi senza volerlo, un ponte tra nord e sud Israele, tra Israele e Palestina”.

Per la puntata pilota, racconta ancora Angelica, sono stati scelti tre ragazzi arabi e tre israeliani. Nella scaletta sono state inserite interviste ai coetanei delle diverse etnie e religioni che vivono nel Paese. Come ad esempio quella a due ragazzi arabi cristiani del villaggio Fassuta, che scrivono e interpretano musica rap per la pace, insieme a due ragazze ebree di Maalot. Poi sono stati intervistati alcuni ragazzi israeliani e palestinesi di ritorno da una “delegazione per la pace” che ha fatto il giro dell’Italia, e, ancora, c’è stato un colloquio con l’ex segretario di Joseph Ratzinger.

“Per spiegare che l’integrazione tra israeliani e palestinesi è possibile – spiega Angelica – i ragazzi hanno anche sviluppato un dialogo con i loro coetanei, dopo aver letto una poesia di Jonathan Gefen. Nella poesia si legge di un omino verde che vive in un mondo verde, con la famiglia verde, la casa verde, l’automobile verde. A un certo punto l’omino esce e vede, per strada, un omino blu. Meital, 16 anni, il moderatore, ha sollevato le domande: si può vivere in un mondo solo verde? Ti è mai capitato di essere l’omino blu della storia? Il tutto condito con musiche e canzoni in arabo, ebraico, inglese e italiano scelte dai ragazzi”.

Coloro che si avvicenderanno in redazione saranno chiamati a impegnarsi in un percorso completo, dalla ricerca alla produzione, dalla regia al montaggio dell’audio. Non dimenticando che si cimenteranno anche in un’esperienza organizzativa, politica, sociale, di leadership, di rispetto e di affetto. Gli argomenti trattati durante le trasmissioni saranno i più vari, e saranno sempre i ragazzi a sceglierli, in modo che siano attuali, originali e soprattutto adatti ai propri coetanei all’ascolto.

“All’inizio è stato difficile trovare i giovani – ammette Angelica – perché quando io attaccavo le locandine c’erano tante persone scettiche. Poi, piano piano, qualcuno è arrivato, spinto dalla curiosità. E così tanti ragazzi hanno iniziato a conoscersi e attraverso l’esperienza comune sono diventati unitissimi. Hanno portato amici, parenti: ora siamo tanti, tutti insieme, ebrei, cristiani, musulmani. Per adesso speriamo in un aiuto economico, so che siamo sulla strada giusta, una strada educativa. E so che attraverso questa strada possiamo aprire un cancello e fare in modo che dalle due parti si possa entrare, si possa parlare delle diversità e della multiculturalità”.

“Oggi nel nostro Paese – continua ancora Angelica – tutto dipende dall’educazione, tramite l’insegnamento possiamo davvero cambiare le cose. Se si riuscisse a fare altri progetti in cui israeliani e palestinesi stanno assieme sarebbe meraviglioso. La cosa stupenda è che quando i ragazzi delle diverse etnie s’incontrano, vedono subito che tra loro non c’è alcuna differenza. In tanti, da una parte e dall’altra, fomentano all’odio, ma quando ci si conosce, in situazioni positive e in un’atmosfera positiva, tutto cambia. Spesso ai ragazzi viene chiesto: ‘Ma qual è il vostro segreto per l’integrazione? Come fate a stare così bene?’ e la risposta è la più immediata, ma anche la più semplice: ‘Guardateci bene: sapete dirci chi di noi è ebreo e chi è arabo? Siamo tutti uguali!'”

Angelica, che è stata anche candidata, lo scorso anno, al premio Nobel per la pace, è regista e insegnante di teatro. “Due anni fa abbiamo creato una compagnia teatrale chiamata ‘Teatron Keshet’, ‘Teatro dell’Arcobaleno’, e con i tanti ragazzi che si sono avvicendati abbiamo portato in giro per il mondo uno spettacolo che mette in scena la pace e il dialogo tra i popoli”.

Ancora una volta i giovani si sono rivelati portatori di idee semplici ma rivoluzionarie. Come questa, un’iniziativa nata in un piccolo villaggio israeliano che, attraverso tante fortunate coincidenze, sta prendendo forma. E chissà che da un programma di un’ora non si possa passare, entro qualche mese, a un palinsesto più articolato ed educare sempre più giovani alla pace affinché, come si dice dalle loro parti, “Dio non scagli il cielo sulla terra”.

(27 gennaio 2006)

(Nella foto: Da sinistra: Yehuda, Geris, Meital, Nida e Namir durante una registrazione del programma)