Perché non andrò a votare alle Primarie

Domenica, come tutti sanno, si voterà per scegliere il nuovo leader del Partito Democratico. E io, pur avendo sostenuto il partito – almeno durante l’era Veltroni – ho deciso di non andare a votare.

Non vado a votare, pur sapendo che questa scelta (non la mia, intendiamoci, ma quella che – immagino – faranno in tanti per protesta) farà male al partito, e lo esporrà sicuramente a ulteriori schernimenti da parte della maggioranza e delle altre forze d’opposizione.

Ma come si fa, mi chiedo (e credo che se lo chiederanno in tanti) a votare per un leader che, in ogni caso, dovrà tenere insieme un gruppo troppo eterogeneo di esponenti che non riescono a eliminare i propri tornaconti personali pur di emergere all’interno del partito? Come si fa a votare un movimento che non riesce ad avere una voce unica e che si divide, al suo interno, invece di essere compatto contro un governo che sta distruggendo l’Italia?

E ancora: come si fa a votare un partito che grazie alle assenze – ingiustificate? Sicuramente ingiustificabili! – dei propri rappresentanti in Parlamento non evita al governo di approvare provvedimenti molto discutibili? E un partito che sta facendo troppo poco per essere “diverso” dagli altri, come invece aveva promesso durante la fase costituente?

Molto belli, per carità, gli slogan dei tre candidati leader: “Un senso a questa storia” (Bersani), “Adesso decidi tu” (Franceschini), “Vivi il Pd, cambia l’Italia” (Marino). Per questa volta passo, nessuno mi ha convinto e non sono contento del lavoro svolto fino ad ora.

Possiamo cambiare il Paese


(Sulla scia del “Yes we can” di Obama ripropongo l’inno veltroniano “Se po’ fà” ideato dalla redazione di Tetris)

SOLE e nuvole si alternano nei cieli d’Italia in questi giorni di un aprile che trattiene ancora una coda d’inverno ma preannuncia col verde dei prati e il profumo dei fiori la più dolce stagione dell’anno. Così ci auguriamo che sia anche per la società italiana, appesantita dai tanti fardelli del passato ma desiderosa di riprendere slancio e di lavorare per un futuro meno avaro di speranze e di risultati.

Vedo che la preoccupazione maggiore di molti osservatori delle vicende politiche, giunti alla scadenza della campagna elettorale, si appunta sul dopo elezioni. Quale che sia l’esito, vinca l’uno o l’altro dei due principali competitori, si teme che dalle urne non esca una netta vittoria e di conseguenza un governo più affannato a durare che capace di affrontare i problemi di fondo che incombono sull’Italia, sull’Europa e sul mondo intero.

Si ripropone a questo punto un tema con il quale siamo alle prese da quindici anni, cioè dall’irruzione di Silvio Berlusconi nella politica: quello della sua legittimità, quello dell’anomalia da lui introdotta nella democrazia italiana e della sua demonizzazione da parte di quella metà del Paese che non si riconosce in lui e lo considera a tutti gli effetti il nemico pubblico numero uno.

Questo diffuso sentimento di delegittimazione che provoca inevitabilmente un’analoga reazione, condizionerà la fase politica successiva al voto? Renderà ancora più arduo governare? Spingerà il vincitore a esercitare vendette e discriminazioni contro i perdenti? Trasformerà l’autorevolezza in autoritarismo seguendo uno schema purtroppo frequente nella nostra storia?

La maggior parte degli osservatori indipendenti riconosce a Walter Veltroni d’aver condotto una campagna elettorale misurata e responsabile, senza toni di rissa, senza attacchi scomposti all’avversario, innovativa ed equilibrata sugli impegni assunti con gli elettori. Il timore che si fa strada in queste ore di pausa e di attesa, anche di fronte alle frequenti incontinenze del leader di centrodestra, è che questo clima possa radicalmente cambiare.

L’esperienza dei due anni passati, durante i quali l’opposizione di centrodestra non ha fatto altro che puntare sulla “spallata” per sgominare l’esile maggioranza di Prodi al Senato pesa giustamente nel ricordo di quanti seguono con attenzione le vicende della politica. Non potendo chiedere a Berlusconi di correggere la sua natura, lo chiedono a Veltroni: quale che sarà la sua posizione post-elettorale, spetterebbe a lui e sopportare con inesauribile pazienza gli spiriti animali dell’avversario.

Doppio gravame per Veltroni e per quella metà del paese che non si riconosce in Berlusconi: blandirlo in caso di vittoria dei democratici, sopportarlo se fosse lui a prevalere di poco senza imitare quanto lui stesso fece. Chiedere che i democratici ed il loro leader si assumano questa duplice responsabilità significa considerarli come la parte politica più responsabile. Per certi aspetti suona come un titolo di merito, per altri somiglia ad una “mission impossible”: fare da punching ball non piace a nessuno e non sta scritto in nessun luogo che sia sempre e comunque utile al Paese.

In realtà – chi lo conosce bene lo sa – non è un fascista e neppure un dittatore nel senso militaresco del termine. Non è spietato. Non è xenofobo. Non è razzista. Berlusconi è un pubblicitario. Un venditore. Venderebbe qualunque cosa. Sia detto senza offesa per i pubblicitari di professione: lui è pubblicitario nell’anima, venditore nell’anima.

Quando vende patacche (e gli accade spesso) si convince rapidamente che la sua patacca vale oro zecchino. Perciò è bugiardo con la ferma convinzione di dire sempre la verità. Come tutti i venditori bugiardi è un imbonitore. Come tutti gli imbonitori è un demagogo. Non ha il senso della misura. Strafà. Non rispetta nessuna regola perché le regole le fa solo lui. Guardate l’ultimo atto della sua campagna elettorale, venerdì sera. Pochi minuti alla mezzanotte. Matrix, cioè casa sua, Canale 5. Conduttore Enrico Mentana.

Prima di lui aveva parlato Veltroni per cinquanta minuti. Lui era stato brevemente intervistato da Mimun per il telegiornale delle 20. Poi si era ritirato nello studio del direttore e di lì aveva ascoltato il “récit” del suo avversario. Infine è arrivato il suo turno e ha impiegato gran parte del tempo a ribattere gli argomenti di chi l’aveva preceduto con molta enfasi e parecchi insulti.

Tanto Veltroni era stato pacato e raziocinante tanto lui ha mostrato i denti e la rabbia, ma fin qui niente di speciale, il bello, anzi il bruttissimo, è venuto dopo quando il suo show era terminato, Mentana aveva dichiarato chiusa la trasmissione e aveva cominciato ad illustrare il modo di votare correttamente con davanti un tabellone che riportava un facsimile di scheda elettorale.

Lui non se n’era andato dallo studio, era sempre lì ma fuoricampo. A un certo punto, nello stupore generale, è rientrato in campo, si è sostituito a Mentana ed ha indicato lui il modo di mettere la crocetta sulle schede. Prima che accadesse il peggio, che in realtà stava già accadendo, Mentana ha chiamato la pubblicità e l’indebito spettacolo è stato oscurato. Quest’episodio rivela meglio di qualunque discorso la natura del personaggio e dei suoi spiriti animali.

L’Economist ha scritto che Berlusconi è inadatto a governare una nazione. “Unfit”. Non è un insulto e neppure una demonizzazione. Semplicemente una constatazione. “Unfit”. Inadatto. Metà degli italiani, da Casini fino a Bertinotti passando per i democratici, la pensano esattamente allo stesso modo e così pure i governi e il Parlamento europei.
Si dirà: contano i voti che usciranno dalle urne. Giustissimo, contano i voti e solo i voti. Resta un Paese diviso in due non soltanto per differenze politiche ma anche da un giudizio sulla persona: “unfit”, inadatto, imbonitore, demagogo, venditore di patacche. Metà del Paese pensa questo, ne ha conferma tutti i giorni e sarà molto difficile che cambi idea.

Ci sono infinite altre prove della sua “unfitness” oltre alla miseranda scenetta a Matrix. La più rivoltante è la proclamazione di Mangano, il finto stalliere di Arcore ad eroe. Non si capisce quale tipo di eroismo sia stato il suo, ma sappiamo che è stato condannato a tre ergastoli per associazione mafiosa.

Sappiamo anche che Dell’Utri è in qualche modo connesso a un tentativo di taroccare le schede degli italiani all’estero: un mafioso latitante in Argentina gli ha telefonato proponendogli quell’imbroglio ma Dell’Utri ha risposto di non esser lui la persona adatta e l’ha indirizzato al responsabile del suo partito per gli elettori all’estero, senza però informare di quel contatto né la magistratura né il ministero dell’Interno. Mentre brogli veri si preparano, il leader già ora, in via preventiva, manda in scena una campagna contro i brogli supposti per precostituirsi un alibi in caso di sconfitta elettorale come già fece per tutti i due anni del governo Prodi. “Unfit”.

Sostiene di aver lasciato nel 2006 i conti pubblici in perfetto ordine. La controprova sta nelle cifre a causa delle quali siamo stati per due anni messi sotto processo dall’Europa e ne siamo usciti solo dopo le leggi finanziarie di Paoda-Schioppa.

Sostiene anche di aver realizzato il suo “contratto con gli italiani” per l’85 per cento durante gli anni del suo governo, ma in realtà non ha realizzato se non il 15 perché nessuna delle proposte è diventata legge pur disponendo di 100 voti di maggioranza alla Camera e 50 al Senato. Quei voti servivano ad approvare le leggi a suo personale beneficio, dall’abolizione del falso in bilancio alle norme giudiziarie che accorciavano i tempi di prescrizione dei processi, alla Gasparri che ha mantenuto in vita Retequattro contro le reiterate sentenze della Corte.

“Unfit”. Si potrebbe e forse si dovrebbe continuare, ma a che pro? L’altro giorno ho ricevuto una lettera da un lettore che mi rimprovera perché – dice lui – ho un pregiudizio contro. Io non ho pregiudizi contro e neppure a favore. Esamino la realtà e conosco le persone. Lui è inadatto.

Venderebbe la Cupola di San Pietro al primo che ci creda. Purtroppo molti ci credono. Forse gli inadatti sono adatti ad una parte di questo Paese il quale, non a caso, è in declino. L’altro ieri l’Ocse ha dimostrato che il nostro declino ha toccato il culmine nel quinquennio 2001-2006. È proprio il quinquennio del suo governo. Sarà magari un caso ma è un dato di fatto e coi dati di fatto non si può polemizzare.

Il pareggio elettorale non ci sarà, o vince uno o vince l’altro. Ma al Senato questa regola vale di meno. Può accadere che uno vinca con una maggioranza relativa e non assoluta. Oppure con una maggioranza di pochissimi voti come fu per Prodi. Tuttavia chi vince anche per un solo voto dovrà governare perché questa è la regola in democrazia.

Veltroni ha proposto un patto di “lealtà repubblicana” che significa un’opposizione che controlla, propone alternative, ma non paralizza l’azione del governo votato dalla maggioranza. Berlusconi ha rifiutato questa proposta.

Questo è lo stato dei fatti. Voglio ancora una volta ricordare la frase di Petrolini a chi l’aveva fischiato.
Disse: “Io nun ce l’ho cò te ma cò quelli che te stanno vicino e nun t’hanno buttato de sotto”. È la terza volta che la cito perché descrive splendidamente la situazione e mi sembra una buona chiusura nel giorno in cui andiamo a votare.

Si è creato in queste ultime ore un sommovimento nella pubblica opinione che ricorda quanto avvenne nel 1991 con il referendum di Mario Segni: un voto corale che fece saltare la Prima Repubblica ormai logora e dominata da una logora casta. Questo stesso sentimento può prevalere domani. Domani si può voltar pagina e aprire un ciclo nuovo che rimetta la politica al livello di un’Italia desiderosa di cambiare. Non sprecate questa grande occasione. Siate popolo sovrano perché è questo il vostro giorno.

(Eugenio Scalfari, da La Repubblica, 13 aprile 2008)

“Se pò fa’” anche su Democratica Tv

DemocraticaTv

Il video Se pò fa’ è andato a finire anche su Democratica Tv, la Tv online del Partito Democratico. Peccato che nelle prime ore di pubblicazione sia stato erroneamente indicato il sottoscritto come il realizzatore principale del video. Subito sommossa in redazione.

Rivediamoci il video che è meglio:

Marianna, l’icona “desaparecida” del Pd

Interessante articolo di Luca Telese oggi sul Giornale che parla, tra le altre cose, anche di Tetris e delle difficoltà di ogni giorno nel reperire gli ospiti politici.

Da “Il Giornale”, pagina 5, 19 marzo 2008:

Ma dov’è finita Marianna? Proprio lei, che ha battezzato addirittura una categoria sociologica fondamentale per spiegare queste elezioni – «il mariannismo» – è fisicamente scomparsa dalla campagna elettorale: desaparecida, smaterializzata, missing. La pupilla di Walter Veltroni, lanciata nell’empireo della grande politica con una candidatura di prima linea (capolista nella più importante circoscrizione elettorale) si esprime per interviste rilasciate da località ignota, come i capi di Al Qaida. E a tratti sembra ricordare Simone, la diva virtuale del film di Al Pacino o la Ambra di Gianni Boncompagni: «Turbina e non appare», direbbe forse Montale.

Perché Marianna (o chi gestisce la sua campagna) diffida del botta e risposta, delle domande non programmate, dei quotidiani, della tv. I suoi servizi in compenso invadono i newsmagazines. Belle immagini: bionda, boccoluta, fotogenica, ottime photo opportunity. Però la capolista del Pd si nega alla diretta, all’imprevisto. Rifiuta gli inviti dei talk show (finora nessuna apparizione nota). Ancora oggi, malgrado le elezioni siano vicine non ha un sito (!), un’agenda elettorale, non si sa dove faccia campagna, e quando. O meglio: due soli flash. È stata presentata da Walter Veltroni. Poi ha fatto una manifestazione pubblica, per aprire le danze, il 6 marzo, sponsorizzata da Ermete Realacci e presentata da Maurizio Mannoni. Da quel momento non se ne è saputo più nulla, se si escludono tre settimanali: poco più di una foto con didascalia sul Venerdì (tre domande in tutto!) una chiacchierata spensierata su A («siccome credo nella provvidenza sono convinta che presto mi sposerò») e un ritratto pieno di umanità e di colore su Chi («di solito, per Sanremo, mi piazzo con un taccuino davanti alla tv e non mi perdo una puntata»).

Le due uscite pubbliche, non sono state giudicate esaltanti dalla critica: Aldo Grasso, nelle sue pagelle sul Corriere le ha esso un severissimo «4». E il giorno dell’esordio Marianna ha ripetuto a giornalisti, televisioni e radio uno slogan che deve esserle parso brillante: «Metterò al servizio del Pd la mia inesperienza!». Frase perfetta per bucare sui media: un po’ meno per i militanti della sinistra, che prediligono i candidati «secchioni», e la possibilità di vantare una diversità rispetto «all’effimero» berlusconiano. Nella seconda uscita Marianna ha esordito con un errata corrige lievemente vittimistico: «Ho detto che avrei portato in Parlamento la mia inesperienza politica, sono stata crocifissa!» (non ha idea di cosa l’aspetta, evidentemente). Dove per crocifissa intende dire che i giornali hanno scritto quello che si sa del suo curriculum: lavora con Giovanni Minoli, è figlia di Stefano, consigliere della lista Veltroni (attore e giornalista) scomparso a soli 49 anni; è stata fidanzata del figlio del presidente della Repubblica, Giulio Napolitano; è nipote di un celebre avvocato Titti Madìa (che difende, fra gli altri, Clemente Mastella). Una catena di relazioni che le è costata l’accusa di «raccomandata» nei dibattiti in rete dove si procede con l’accetta, e dove molti giovani dubitano della qualifica di «precaria» con cui si presenta.

L’episodio più dirompente, nella pur succinta carriera mediatica, è un’intervista all’ottimo Fabrizio Roncone del Corriere della sera. Dove rivela che Veltroni l’ha convocata al loft per arruolarla dopo il suo discorso al funerale del padre («Io non ricordo nemmeno cosa avevo detto… »). E dove racconta di essere entrata nell’Arel di Enrico Letta dopo essersi «entusiasmata» per un suo intervento sul mercato del lavoro. La sua tesi sui pregi della precarietà, purtroppo, è stata vivisezionata dai blogger (al confronto Bobo Maroni pare un bolscevico). Così come non sembra destinata a trovare molti fan a sinistra l’entusiasmo per Giulio Tremonti («condivido ogni sua analisi»). Perché non si è candidata nel Popolo della libertà? Miracoli veltroniani. Marianna definisce l’esclusivo liceo dove ha studiato, lo Chateaubriand di Roma «scuola pubblica francese» (divina). E malgrado conduca un programma Rai insiste: «Sono e resto una precaria. Anzi, mi candido a diventare una politica a termine».

Dietro questa misurata regia di leggerezza e glamour – alla Giovani carini e disoccupati – si nasconde la tutela affettuosa del portavoce di Dario Franceschini, Piero Martino, che la presa in affido. Per lei, Calearo e Boccuzzi si è parlato di «lezioni» di comunicazione al loft. Malgrado tutti i filtri, chi scrive è riuscito parlarle. Tutto quello spararle addosso me la rendeva simpatica, volevo invitarla nel mio programma, Tetris. L’ho miracolosamente trovata al telefonino, una mattina presto. Le ho chiesto: «Ti va di venire?». Mi ha risposto cortese: «Sì, il programma mi piace! È giovane, ma… ». Ma cosa? «Non sono io che decido, mi programmano gli impegni: ora farò alcuni settimanali, solo dopo, forse la tv… ». Le chiedo: E chi decide?». E lei: «Diciamo che… mi coordinano». Infatti Martino, «il coordinatore» (diventerà deputato) è stato molto drastico, sia con noi, sia con gli altri: «Eh, eh, eh… Non viene». Il che, se non altro – come per Boccuzzi e per Calearo – crea un altro interessante paradosso del veltronismo: la prima campagna elettorale in cui i candidati fanno a gara per (non) apparire.

Luca Telese