Italia: la disperazione di un’intera generazione

Un paio di mesi fa ho fatto una chiacchierata con una collega dell’agenzia di stampa tedesca Dpa, Stefanie Stahlhofen, che stava cercando informazioni sul precariato e il rapporto dei giovani con il lavoro in Italia. Ne è scaturito un bell’articolo, ripreso dal quotidiano “Die Welt” che pubblico di seguito. Qui l’articolo originale “In Italien verzweifelt eine ganze Generation”

 

Quasi un terzo della popolazione giovane in Italia non trova lavoro e rimane in famiglia. E già si parla di generazione perduta

“Ci si sente depressi perché nonostante si abbia un ottimo curriculum nessuno è pronto a chiamarti”. Daniele, di Roma, è rimasto senza lavoro per ben nove mesi. 29 enne, giornalista professionista, lavorava presso una testata televisiva dopo anni di stage non pagati e collaborazioni. Dopo due anni l’azienda avrebbe dovuto assumerlo. “Per riasparmiare ti mandano a casa e cercano qualcun altro da impiegare, una persona nuova e inesperta” spiega Daniele, disilluso. Che aggiunge: “Un contratto a tempo determinato o un contratto a progetto non danno la sicurezza per potersi construire un futuro”.

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Sky, proclamato lo stato di agitazione

La “crisi” sembra essere arrivata prepotente anche in Italia, e potrebbe toccare – in maniera molto dura – anche me a partire dall’estate prossima. Al momento inutile esprimere il mio scoraggiamento e la mia tristezza davanti alla possibilità – davvero poco remota – di perdere il lavoro. Un lavoro che faccio con amore giorno dopo giorno, e in cui ci metto l’anima.

IL COMUNICATO DEL CDR
“Il coordinamento dei comitati di redazione di Skytg24, SkySport e Skysport24 nel proclamare lo stato di agitazione esprime contrarieta’ per l’annunciata chiusura della redazione romana di Skysport e i conseguenti trasferimenti a Milano di parte dei giornalisti e manifesta altrettanta preoccupazione per la politica occupazionale messa in atto dall’azienda caratterizzata da un crescente ricorso al precariato“. Il coordinamento dei cdr esprime inoltre piena solidarieta’ alle Rsu aziendali in questo momento impegnate in una difficile trattativa per la difesa dei livelli occupazionali e si riserva di intraprendere ulteriori iniziative di protesta”.

Tutta la vita davanti

Ho visto il film “Tutta la vita davanti” di Paolo Virzì, con Isabella Ragonesi, Sabrina Ferilli, Elio Germano, Massimo Ghini, Valerio Mastrandrea e Micaela Ramazzotti.

Davvero bello, da non perdere. È la storia, come forse sapete, di una precaria che lavora in un call-center, e che tra mille peripezie deve dividersi tra un lavoro spesso poco onesto che non le permette di andare avanti, un secondo lavoro da baby-sitter da una bambina con un padre inesistente e una madre che non si cura di lei, una laurea in filosofia e un amore impossibile.

Un affresco del nostro Paese che, dalla commedia alla drammaticità, effettua un ritratto della nostra quotidianità, a vlte comico, a volte molto crudo. Si ride e ci si commuove. Davvero un bel film!

"Io, precario, vi dico: basta una scintilla"


La storia di A., anni di insicurezza alle spalle. Tra le difficoltà a crearsi una famiglia a quelle di reinventarsi, ogni anno, una nuova occupazione

“Il mio futuro? Precario a vita
Siamo in troppi, basta una scintilla…”

“Storie come quelle della Sorbona potrebbero accadere anche in Italia”

di DANIELE SEMERARO

ROMA – “Le nuove generazioni, i ragazzi al di sotto dei trent’anni, molti di quali escono dai percorsi di laurea in Scienze della Comunicazione sono la nuova manovalanza del 2000. Senza diritti né sicurezze”. Così A., il nome lo omettiamo perché, se rivelato, potrebbe perdere il posto di lavoro, ci racconta la sua esperienza da precario nel mondo della comunicazione. Un mondo al quale cui i neolaureati si affacciano con grandi propositi e grandi speranze e dove invece si ritrovano con contratti che cambiano ogni anno e senza alcuna garanzia. Una storia simile a quella di altre migliaia di lavoratori in Italia. Che potrebbe esplodere da un momento all’altro, come è successo alla Sorbona di Parigi.

Qual è stato il suo percorso?“Il mio storia è simile a quello di molte altre persone che si sono professionalizzate per lavorare nel campo della comunicazione. Mi sono laureato in Filosofia con studi sull’estetica del cinema. Il primo approccio di lavoro l’ho avuto con una grande azienda del Nord dove mi hanno fatto un contratto a tempo determinato. Da lì, dopo qualche anno, sono approdato a un’altra azienda molto grande, a Roma, dove ho iniziato un percorso tutto contraddistinto dalla precarietà di lavoro”.

Di che cosa si occupa?
“Lavoro nel campo della comunicazione. Un anno faccio l’autore di programmi, un altro anno faccio il giornalista, un altro ancora mi occupo della regia. Il mio lavoro, di solito, va avanti da settembre a giugno. E così all’inizio dell’estate, ogni estate, devo rimettermi a cercare un’altra occupazione, inviare curriculum, fare colloqui per cercare quelle che si rivelano, alla fine, solamente condizioni di lavoro mai ben definito”.

Come cambia la vita di un precario? Quali sono i problemi principali che bisogna affrontare?
“Il primo impatto che ho avuto – io vengo da una città del Sud e quindi ho dovuto per prima cosa trasferirmi – è quello della ricerca di una casa: bisogna affittare un appartamento e i soldi non bastano mai. Per qualche anno ho condiviso l’abitazione con studenti o colleghi, poi da alcuni anni convivo con una ragazza e sono riuscito a trovare una sistemazione. Ma, voglio sottolinearlo, non per meriti miei. Questo significa vivere sempre con una spada di Damocle tutti i giorni. Alla fine diventa un disagio, che non ti permette di fare programmi a lungo termine e ti obbliga a trasformare la tua vita e prevedere percorsi sempre nuovi. Per me non esiste il classico percorso fidanzamento – matrimonio – famiglia: questo richiede sicurezze e benefit. Io non ho nemmeno una pensione! E non è tutto: questo ti preclude anche la possibilità di avere diritti a mutui, finanziamenti… Ormai vivo alla giornata, passo da un contratto all’altro e cerco di non pensare troppo a quello che accadrà in futuro”.

Ogni tanto però ci penserà al futuro… cosa le viene in mente? E quali speranze ci sono?
“Mi viene in mente, ad esempio, che se avessi un figlio non potrei mai accompagnarlo a scuola, non potrei garantirgli niente: con il datore di lavoro non si può scendere a patti ma bisogna accettare qualsiasi orario, qualsiasi lavoro. E così un giorno potrebbe capitarmi di lavorare dalla mattina presto, un altro giorno tutta la notte e così via. E poi esiste un altro fattore interessate: ormai c’è un percorso strutturato per cui coloro che vengono assunti sono solo quelli che, dopo 10-15 anni fanno causa all’azienda dove lavorano: se hai un contratto a tempo determinato che viene sempre rinnovato, infatti, è possibile dimostrare la continuità e trasformare il contratto da tempo determinato a tempo indeterminato. Ma non è semplice: se si hanno delle conoscenze la trasformazione non ci mette tanto ad arrivare, altrimenti ci sono i tempi lunghissimi della giustizia… E così capita ormai che coloro che vengono assunti sono quasi esclusivamente persone di 55-60 anni”.

Secondo quanto vede ogni giorno nel suo settore e tra i suoi colleghi, il vento francese di protesta potrebbe arrivare anche in Italia?
“La situazione del precariato non esiste solo in Italia. Forse nel nostro Paese è ancora troppo sotterranea, c’è una maggiore contrazione. E poi c’è una lunga serie di ammortizzatori sociali, non dello stato ma dei famigliari: si cerca di risolvere i problemi sempre in famiglia, ma è che chiaro che anche da noi basta una scintilla per far scattare una grande protesta. L’importante è che la nostra generazione si comporti in modo maturo e che non si passi dalla parte della violenza. È chiaro che è facile ripetere le esperienze del passato, come nel ’68 o nel ’77. Mi aspetterei forse però un intervento politico più incisivo”.

(14 marzo 2006)