Incredibile: pubblicità porno su Facebook

Questo ha dell’incredibile, soprattutto per una società – Facebook – che si sta facendo paladina della legalità, della correttezza, del rispetto della privacy e dell’età degli utenti. Da ieri nella colonna a destra, quella in cui compaiono solitamente le pubblicità, appaiono degli annunci erotici.

Qui sotto un ingrandimento:

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Il Web, territorio privilegiato per le intercettazioni e per altra roba “scottante”?

→ D@di per Geekissimo.com

Ormai lo sanno anche i muri: in molte redazioni giornalistiche stanno circolando delle intercettazioni telefoniche molto “piccanti” riguardanti il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e un ministro. Intercettazioni che, se divulgate, creerebbero un vero e proprio terremoto politico. Senza entrare, ovviamente, nel merito della faccenda, volevo fare un ragionamento (ascoltando come sempre i vostri commenti in merito) partendo da un fatto accaduto ieri pomeriggio.

Ieri subito dopo pranzo Dagospia, il sito “gossipparo” sul mondo della politica, del giornalismo e della finanza curato da Roberto Dagostino (che, tra l’altro, da settimane parla di queste intercettazioni), ha annunciato che finalmente sul Web qualcuno aveva osato pubblicare i file audio integrali, senza però citare il nome del sito. Immediatamente si è scatenata una vera e propria caccia al file audio, tra Google e YouTube. File che, però, sarebbe risultato frutto di uno scherzo.

Uno scherzo che, però, potrebbe anche andare a finire molto male: la magistratura romana, infatti, incalzata anche dai legali del premier, avrebbe immediatamente preso provvedimenti per oscurare il sito. Ma come? Oscurare un sito per delle intercettazioni false? “Ormai – spiega Roberto D’Agostino – è scoppiato quello che tutti potevano immaginare. Ciò che viene fatto oggi per goliardia viene preso per vero. È talmente andata avanti questa realtà di pornocrazia, tra sesso e politica, che non si riesce più a distinguere tra il vero e il falso”. Ovviamente qui non stiamo a sindacare se il file audio sia vero o falso.

Quello che ci chiediamo, invece, è il perché dell’oscuramento di un sito che invece probabilmente si avvaleva solo del diritto di satira e, soprattutto, della libertà di manifestazione del pensiero. Tra l’altro, con le redazioni che non sanno come agire con queste intercettazioni (i giornali rischierebbero molto nel pubblicarle) il Web sembra essere diventato il luogo naturale dove pubblicarle… e c’è chi giura che entro pochi giorni potrebbe spuntare un sito – registrato chissà dove – contenente la versione integrale delle intercettazioni di cui tutti parlano. Che ne pensate?

Navigare senza filtri per un mese? Si ricevono oltre 5mila e-mail di spam. Che per la maggior parte vengono da Usa, Brasile e Italia!

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Surfare in internet senza protezione porta l’utente medio a ricevere circa 70 messaggi di posta indesiderata al giorno. È quanto emerge da un interessante studio svolto da McAfee, una delle più famose società di antivirus, che ha creato un panel di cinquanta persone da tutto il mondo che, per un periodo di tempo di un mese, ha navigato in internet senza filtri. E i risultati non sono per niente incoraggianti: basti pensare che un partecipante ha ricevuto ben 5.414 e-mail di spam durante il mese di prova.

Il test ha anche permesso agli esperti di determinare quali sono i paesi del mondo dai quali parte più spazzatura elettronica. E a sorpresa, il nostro paese è al terzo posto nel mondo (con poco più di 15mila e-mail ricevute dai tester); al primo posto gli Stati Uniti (con oltre 23mila e-mail di spam), mentre la medaglia d’argento spetta al Brasile (di poco sopra l’Italia). Tra i grandi paesi del mondo che inviano meno spam, invece, c’è la Germania, con “soli” 2.331 messaggi. I risultati, si legge, mostrano che lo spam non sta per niente calando, anzi continua ad aumentare in maniera esponenziale.

“Molti dei nostri partecipanti – ha spiegato Guy Roberts, direttore dei laboratori McAfee in Europa, alla Bbc – hanno notato che i loro computer hanno iniziato a rallentare le prestazioni. Questo significa che mentre loro navigavano, capitava molto spesso che si installassero, a loro insaputa, malware”. Lo spam, inoltre, sta diventando sempre più una vera e propria minaccia, considerato che l’8 per cento delle mail ricevute conteneva in sé tentativi di phishing. Per quanto riguarda, ancora, il tipo di pubblicità ricevuta, si parte dai prodotti finanziari (come i prestiti), la cura del corpo e le medicine (vedi, Viagra), servizi per adulti, promesse di software gratis, e così via.

Tutti ovviamente penserete: la ricerca è stata fatta da McAfee che è, tra l’altro, un costruttore di software per la sicurezza informatica. Per questo, ovviamente, dobbiamo prendere con le molle questi dati. In ogni caso è difficile che una società così importante possa permettersi di falsificare di tanto i risultati delle proprie inchieste; per questo è importante ribadire: utilizzate sistemi operativi e browser sicuri e, se utilizzate Windows, soprattutto software (come antivirus, antispyware, antispam, firewall) che vi aiutino a difendervi da questa brutta piaga.

A rischio i computer di altleti/giornalisti/governativi che si recano a Pechino per le Olimpiadi?

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Le agenzie statunitensi che si occupano di sicurezza nazionale hanno lanciato un allarme a tutti coloro (businessmen, giornalisti, atleti, personale governativo, etc) che si recheranno a Pechino in agosto per seguire le Olimpiadi: i computer portatili o altri apparecchi in grado di comunicare e gestire la posta elettronica potrebbero “essere penetrati da agenti di sicurezza cinesi che mirano a rubare segreti governativi americani o a impiantare bug per infiltrarsi nelle reti statunitensi”. L’allarme ci sembra quanto meno esagerato, ma bisogna comunque tenerne conto.

Stando a quanto riporta l’Overseas Security Advisory Council, “il governo cinese utilizza lo spionaggio elettronico per entrare facilmente nei computer personali o appartenenti ad enti governativi“. Per questo, gli apparecchi lasciati incustoditi anche per qualche minuto in alberghi o in aeroporto potrebbero essere in brevissimo tempo avvicinati da gente addestrata per non farsi scoprire e “penetrati” con dei software maligni in grado, successivamente, di trasferire tutte le informazioni presenti sull’hard-disk. Ma non è tutto.

Considerato, infatti, che la Cina controlla la rete internet, computer e palmari potrebbero essere penetrati anche da remoto. E c’è già chi ipotizza che agenti dell’Fbi ai viaggiatori che tornano dalle Olimpiadi controllino il contenuto del computer per verifiare se effettivamente è stato installato qualche programma non autorizzato.

L’ambasciata cinese non ha smentito né confermato l’allarme e si è limitata a un “no comment”, anche se il portavoce del ministero degli Esteri Qin Gang ha spiegato che “le accuse dello spionaggio cinese nei confronti degli Stati Uniti è insensato e non si fonda su alcuna base veritiera”.

Come nascondere (agli spammer) il proprio indirizzo e-mail con “The Enkoder”

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A volte capita di voler inserire, sul proprio sito o sul proprio blog, un indirizzo e-mail per essere contattati. Ma come sappiamo bene, inserire il link o comunque anche il solo indirizzo di posta elettronica sul Web espone lo stesso ad essere condannato a una marea di spam per gli anni a venire.

Ci sono molti metodi per “postare” su internet il proprio indirizzo e-mail senza incorrere in questo particolare problema, e oggi vi parliamo di uno di questi metodi, chiamato “The Enkoder”. Si tratta di un servizio Web composto da un form all’interno del quale dobbiamo inserire il nostro indirizzo di posta elettronica e il testo a cui questo indirizzo deve essere linkato (come ad esempio “Fai click qui per mandarmi una mail”).

Il sito, dopo pochi istanti, ci offrirà gratuitamente un codice JavaScript da inserire direttamente all’interno della nostra pagina Web, che contiene all’interno il nostro indirizzo e-mail crittografato, in modo da essere interpretato solo dai browser e non dai bot utilizzati dagli spammer per scandagliare la rete in cerca di indirizzi mail.

Tra l’altro, è disponibile anche una versione desktop per Mac Os X del servizio, scaricabile gratuitamente a partire da qui.

La home-page di Google è illegale?

Guai giudiziari per Google, accusata di violare le leggi californiane a causa della sua riluttanza ad inserire direttamente nella home page un link alla pagina della politica sulla privacy. “A Google è stato chiesto di inserire la parola privacy, una parola di sole sette lettere, accanto agli altri link che portano alle pagine di informazioni sulla ricerca e sulla società. Una parola piccola che però nel mondo della privacy è molto importante”, ha spiegato Beth Givens della Privacy Rights Clearinghouse.

Tutto è partito da una segnalazione proveniente da alcuni blog del New York Times, secondo cui Google non si sarebbe adeguata all’Online Privacy Protection Act del 2003 (la legge californiana sulla privacy, per intenderci): la legge prevede che ogni sito che abbia dietro un’attività commerciale e raccolga informazioni private degli utenti debba segnalare bene in vista nella propria home page un link alla propria pagina che spiega la politica dell’azienda nei confronti della privacy.

Google dal canto suo si difende, spiegando che la politica sulla privacy è facilmente individuabile seguendo il link “About Google” in fondo alla home page, e che non aggiunge un altro link per “questioni estetiche”; le associazioni dei consumatori però non ci stanno, spiegando che trovare la pagina non è abbastanza intuitivo e non è semplicemente questione di un paio di click. C’è, insomma, una vera e propria guerra da parte delle associazioni dei consumatori nei confronti di Google, accusata (ne abbiamo parlato spessissimo) di conservare le nostre e-mail, i nostri indirizzi Ip insieme ai siti da noi visitati e un mucchio di altre informazioni sulle nostre abitudini online.

In effetti però abbiamo provato noi stessi a raggiungere la pagina della privacy di Google (tra l’altro molto ben fatta) e ci sono voluti… solamente due click. Il primo nella home page di Google (versione internazionale) su “About Google”; il secondo proprio in fondo al centro della pagina “About”: “Privacy policy”. Insomma: di certo non si trova all’interno della home page, ma con una ricerca di dieci secondi l’abbiamo trovata, sia nella versione inglese che in quella italiana. Tra l’altro, scrivendo “privacy policy” o “google privacy policy” nel campo di ricerca del motore, il primo risultato è sempre la pagina della politica sulla riservatezza di Google.

Una lobby canadese accusa Facebook: vìola le leggi sulla privacy

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La Canadian Internet Policy and Public Interest Clinic ha stilato una lista di (ben) 22 violazioni della locale legge sulla privacy avvenute sul popolare servizio di social networking Facebook. Mentre Facebook, dal canto suo, rigira al mittente le accuse, spiegando di lavorare da sempre al massimo degli standard qualitativi. Alla base del contradditorio ci sarebbe il fatto che Facebook conserva informazioni sensibili riguardo i suoi utenti, condividendole poi con altri senza motivo e senza avvertire i proprietari dei dati. Inoltre, i dati relativi agli utenti non verrebbero distrutti una volta che gli account sono stati chiusi.

Il social networking online, spiegano dal gruppo di pressione, è un fenomeno in grande crescita: si tratta di ottimi strumenti per costruire comunità, ma allo stesso modo sono un campo minato per quanto riguarda l’invasione della privacy. “Abbiamo deciso di focalizzare la nostra attenzione su Facebook perché è il servizio di social networking più popolare in Canada e perché coinvolge migliaia di utenti giovani, il cui primo pensiero non è sempre quello di salvaguardare la propria privacy“.

Facebook, dal canto suo, dicevamo, rimanda al mittente le accuse: “Siamo orgogliosi dei controlli ai massimi livelli che effettuiamo per preservare le informazioni private dei nostri utenti. Ecco perché il quaranta per cento dei navigatori internet canadesi utilizzano i nostri servizi, proprio perché si fidano”. La difesa di Facebook, tra l’altro, è tutto giocata sul fatto che a condividere, eventualmente, i propri dati personali sono solo gli utenti, che possono invece decidere di tenerli privati. Ma l’accusa non ci sta: “Abbiamo visto che non è proprio così: anche se si decide di operare con i massimi livelli di protezione della privacy, se gli amici ai quali siamo collegati hanno un basso livello di privacy, sarà semplicissimo arrivare pure a noi. E il problema riguarda anche le applicazioni di terze parti presenti sulla piattaforma Facebook, per le quali non è neanche possibile stabilire il livello di riservatezza”.

Facebook, tra l’altro, si promuove come un servizio di utilità sociale, ma è anche coinvolto nell’attività commerciale (come le pubblicità mirate): questo significa che condivide le informazioni private degli utenti con gli inserzionisti pubblicitari. Al momento il garante canadese per la privacy non si è ancora espresso in merito. Non è la prima volta che Facebook è accusata di scarso rispetto della privacy dei propri utenti: tra l’altro proprio le nuove misure a tutela della riservatezza introdotte quest’anno nel social network sono la conseguenza di altre azioni legali avvenute durante lo scorso anno.

Economia, sicurezza e privacy: il 41% delle grandi aziende ha addetti che monitorano tutta la posta elettronica e gli altri dati personali degli impiegati

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Lo spionaggio di segreti tra le aziende esiste da sempre. Ma probabilmente la tecnologia ha aumentato i rischi, per le aziende, di perdere dati anche per colpa dei propri stessi dipendenti. La Forrester Consulting, famosa società di consulenza, ha pubblicato anche quest’anno l’annuale “Outbound e-mail survey”, che rivela una preoccupazione sempre maggiore, da parte dei vertici delle aziende, che informazioni non autorizzate escano tramite e-mail, servizi di messaggistica istantanea e servizi di social networking. Tanto che – udite udite – oltre il 40 per cento delle grandi aziende (con più di 20mila dipendenti) ammette di avere dipendenti il cui compito è quello di monitorare tutti i dati in entrata e in uscita nei server aziendali.

Il sondaggio ha coinvolto oltre 301 responsabili della sicurezza informatica di aziende. Tra gli altri risultati, il 44 per cento degli intervistati ha condotto almeno una volta nello scorso anno un’inchiesta interna a causa di una potenziale perdita di dati tramite l’e-mail, mentre il 23 per cento ammette che una perdita del genere c’è stata realmente. I rischi riguardano anche i blog, i social network, le chat istantanee e i servizi di file sharing peer-to-peer, diventati, dunque, strade privilegiate attraverso le quali cercare di venire in possesso di informazioni confidenziali.

E sembra che le informazioni sensibili, i segreti industriali o le informazioni di strategia interna siano particolarmente vulnerabili al’intercettazione da parte di terzi. Addirittura, secondo la Forrester circa una mail su dieci in uscita ha delle informazioni confidenziali che potrebbero essere rubate. Un esempio per tutti, il vero e proprio “casino” che un dipendente ha creato l’anno scorso nella società MediaDefender: aveva tutta la mail aziendale inoltrata anche al proprio account Gmail; la password dell’account è stata però “craccata” e numerose informazioni personali (come contratti d’affari, dati finanziarie e progetti segreti) sono state rubate in un batter d’occhio.

Dunque, da una parte è certamente molto importante la sicurezza ed è importante soprattutto che i dipendenti stiano molto attenti. Ma come la mettiamo con la difesa della privacy personale? A questo punto non si può più nemmeno, in un momento di pausa pranzo magari, aggiornare il proprio blog o scrivere un messaggino alla/al propria/o fidanzata/o senza che un controllore dei dati internet in uscita non intercetti il nostro messaggio. Va bene la sicurezza, ma questa non vi sembra una totale invasione della sfera personale?

Cile: su internet i dati personali di 6 milioni di cittadini

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Un sedicente hacker cileno ha pubblicato online documenti confidenziali appartenenti ad oltre sei milioni di cittadini. Le informazioni, secondo quanto riportato dalle forze dell’ordine, sarebbero state ricavate da server governativi e militari, all’interno dei quali l’uomo sarebbe riuscito a penetrare.

Tra i dati trafugati, numeri di carta d’identità, indirizzi, numeri di telefono e dati sugli studi e la formazione delle persone. L’azione, spiega l’hacker, è stata svolta per dimostrare lo scarso livello di protezione dei dati personali in Cile.

Stando a quanto riportano alcuni giornali locali, i dati sarebbero stati rimossi dopo qualche ora dalla polizia, anche se (un po’ come successo in Italia con la storia delle dichiarazioni dei redditi online) stanno continuando a circolare su altri blog e circuiti peer-to-peer.

Microsoft aiuterà la polizia a “crackare” i computer

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Microsoft ha annunciato di aver sviluppato un piccolo plug-in che gli investigatori potranno utilizzare per estrarre facilmente i dati personali dai computer che potrebbero essere stati usati per svolgere crimini. Un software che bypassa tutti i sistemi di sicurezza di Windows e che dà alla polizia un potere completo di accesso a qualunque computer. Molte associazioni di utenti sono già in rivolta, e c’è già chi parla di ulteriore motivo per non scegliere Windows.

Il software si chiama COFEE (Computer Online Forensic Evidence Extractor) ed è stato distribuito a più di duemila agenti delle polizie di tutto il mondo (15 paesi, non si sa se c’è anche l’Italia) sotto forma di “pennetta” Usb. Il drive contiene 150 comandi che facilitano – e di molto – la raccolta di prove digitali, che secondo gli esperti stanno diventando sempre più fondamentali per risolvere i casi di cronaca. E così si va dal decrittaggio di password all’analisi dell’attività internet di un computer.

Inoltre, il software è molto utile perché permette di accedere a tutti i dati personali del computer direttamente nel luogo in cui il computer si trova: non c’è, così, più bisogno di sconnettere il computer dall’alimentazione e dalla rete, con potenziale perdita di dati. Insomma: siamo sicuramente di fronte a un software molto potente e molto utile, soprattutto per gli esperti informatici delle varie polizie.

Ma pensiamo solo un attimo: se anche solo una di queste “pennette” Usb venisse rubata e il suo contenuto venisse messo su internet, magari su eMule, cosa succederebbe? Succederebbe che tutti i sistemi Windows, anche quelli degli uffici, si troverebbero a rischio da un momento all’altro, dando la possibilità anche a criminali non troppo eruditi di crackare password e venire a contatto con dati sensibili. Che ne pensate?

Online tutti i redditi degli italiani: giusto o sbagliato?

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Sta facendo molto discutere la pubblicazione, sul sito dell’Agenzia delle Entrate, delle dichiarazioni dei redditi dei cittadini italiani, con i server www.agenziaentrate.gov.it letteralmente in tilt dalle prime ore del pomeriggio di ieri a causa del grande interesse che ha suscitato. Un servizio che permetteva, conoscendo il comune di residenza di una persona, di sapere quanto questa persona ha dichiarato al fisco nel 2005.

Dall’Agenzia delle Entrate hanno spiegato che “si tratta di un provvedimento a norma di legge autorizzato dal garante“. Il quale, però, smentisce (”L’iniziativa non è mai stata sottoposta all’attenzione del garante della privacy”) e poi in via precauzionale blocca la diffusione dei dati, in attesa di una decisione definitiva.

Tra l’altro molte associazioni di consumatori sono state tempestate di telefonate di cittadini preoccupati e impauriti. Secondo Carlo Pileri, presidente dell’Adoc, si tratta di “una palese violazione della privacy e un pericolo per l’aumento della criminalità e della violenza, dato che sono stati pubblicati dati sensibili sui redditi, ghiotta fonte d’informazione per i criminali”.

Secondo molti, tra cui il viceministro uscente dell’Economia Vincenzo Visco, è giusto – come già accade in altri paesi – pubblicare i dati sui redditi dei cittadini: si tratta di un “fatto di trasparenza e di democrazia”. Cosa ne pensate? È giusto secondo voi pubblicare su internet i guadagni (seppure riferiti a un paio di anni fa) di tutti i cittadini oppure è meglio che questi continuino ad essere protetti dalla privacy?

Usa, rubati (altri) due milioni di dati medici

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Ennesimo furto d’identità negli Stati Uniti. Questa volta siamo alle prese con il furto di due milioni di dati medici e sanitari avvenuto nella facoltà di Medicina dell’università di Miami. Secondo una prima ricostruzione sei nastri magnetici utilizzati per il backup sarebbero stati rubati a marzo (ma la notizia è uscita solo qualche giorno fa) da un camion che li stava trasportando da un edificio all’altro.

Secondo quanto riferito da Jaqueline Menedez, vice-responsabile delle comunicazioni dell’ateneo, il veicolo della società Archive America Ltd. è stato letteralmente assaltato da un gruppo di ladri (un po’ come succede, di solito, per i furgoncini blindati) ben organizzati che sono andati dritti all’obiettivo, rubando solo le valigette che contenevano i sei nastri.

Le autorità universitarie hanno rassicurato che non trasporteranno più, per il momento, nastri di backup fin quando la situazione non sarà chiarita. Ma perché è così grave che siano stati rubati dei dati medici?

Perché purtroppo, all’interno c’erano nomi, cognomi, indirizzi, numeri di telefono, numeri di sicurezza sociale e informazioni sulla salute dei pazienti ricoverati nella struttura dal 1999 ad oggi; inoltre, c’erano anche informazioni finanziarie (assicurazione, carta di credito, reddito, etc) di circa 47mila (!) pazienti.

Queste informazioni potrebbero essere utilizzate in molte maniere, dal fare pubblicità ai medicinali fino all’utilizzo dei numeri di carta di credito per frodi online. In ogni caso, spiegano gli esperti, i nastri di backup sono protetti da algoritmi di compressione difficili da decifrare, e nel frattempo tutti i pazienti sono stati avvertiti, in modo da bloccare le proprie carte di credito e sporgere denuncia.

E pensare che la pratica di trasportare fuori dall’università i nastri di backup è stata intrapresa già da qualche tempo per evitare che questi venissero distrutti a causa di disastri naturali come uragani, terremoti e incendi.

“Piccole” difficoltà di YouTube negli Emirati Arabi

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Meno male che non abitiamo negli Emirati Arabi Uniti. Non per il conto in banca, ovvio, ma per un bug, considerato molto grave, che ha afflitto YouTube in questi ultimi giorni.

Secondo quanto raccontano alcuni quotidiani, infatti, agli utenti YouTube che si collegavano a internet tramite il provider Etisalat, era data la possibilità di accedere alle pagine delle opzioni personali di YouTube di qualsiasi altro utente.

Gli iscritti a YouTube, dunque, potevano vedere le pagine dei video personali, i contatti, i video preferiti, e così via. A questa violazione (già abbastanza grave di per sé) se n’è aggiunta però un’altra: era possibile, infatti, anche accedere alle caselle Gmail degli utenti YouTube che avevano associato i due account.

Al momento non è ancora chiara la causa del problema; probabilmente, secondo alcuni esperti di sicurezza, i server Etisalat hanno conservato in cache delle pagine che sono state poi “servite” per errore agli utenti sbagliati. Chissà, ora, quali saranno le conseguenze di questo bug.

PayPal e i browser non sicuri

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Nell’ambito di una campagna di sensibilizzazione alla sicurezza dei pagamenti online, PayPal ha annunciato che bloccherà i browser considerati “non sicuri” dall’utilizzare i propri servizi finanziari. Ciò vuol dire che chi si troverà ad utilizzare un browser considerato non attendibile dal team di esperti di sicurezza di PayPal, non potrà entrare nel proprio conto ed effettuare operazioni.

Secondo PayPal “è allarmante che un gruppo significativo di utenti ancora continui a usare browser molto vecchi e vulnerabili come Internet Explorer 4″. Browser, appunto, che conoscevano a malapena i rischi del phishing e della perdita di informazioni riservate. Una battaglia, quella di PayPal, considerata dagli stessi esperti della sicurezza dell’azienda una “veloce partita a scacchi contro la comunità criminale”.

Ma non è tutto: addirittura secondo PayPal c’è gente che si connette ad internet utilizzando ancora Internet Explorer 3, rilasciato oltre dieci anni fa. I browser moderni, invece, fanno uso dell’Extended Validation SSL Certificates, e segnalano (ad esempio con la barra degli indirizzi che si colora diversamente, o con un lucchetto che appare nella barra di stato) che la connessione tra noi e il sito è sicura. L’ultima versione di Internet Explorer supporta l’Ev SSL, Firefox 2 lo supporta con un add-on, mentre Safari di Apple ancora non lo supporta.

“Colorando la barra degli indirizzi in verde e mostrando il nome della società, questi browser rendono la vita all’utente molto più semplice, determinando se il sito è davvero attendibile”, spiegano. “Per come la vediamo noi, permettere agli utenti con browser vecchi di utilizzare i servizi PayPal è come un costruttore di automobili che permette a un cliente di acquistare una macchina senza cinture di sicurezza”. Ma è possibile che esista ancora gente che va in giro per la rete con Internet Explorer 3?

Australia: i capi delle aziende potranno spiare la posta dei propri dipendenti. Voi come vi comportate?

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Nella maggior parte dei paesi del mondo, chi lavora per un’azienda (soprattutto se grande) sa che la navigazione Web, le chat e la posta elettronica potrebbero essere monitorate in modo casuale per prevenire la fuga di notizie riservate interne al’azienda e soprattutto per evitare che il dipendente si distragga troppo flirtando con il/la ragazzo/a di turno o scaricando materiale illegale. Nella maggior parte delle aziende, però, questo controllo non è poi così serrato, e le lunghe ore lavorative trascorrono più veloci tra una mail e una chiacchierata.

In Australia, però, non è così: sta, infatti, per essere approvata una normativa per cui i capi delle aziende potranno spiare la comunicazione di un determinato dipendente senza chiedergli il permesso né avvertirlo. La norma fa parte di una più grande normativa per combattere gli attacchi informatici e il terrorismo. Che c’entra questo col terrorismo? C’entra, apparentemente: i “boss”, infatti, devono poter sapere se dietro un normalissimo lavoratore si cela uno spietato kamikaze.

Levata di scudi da parte delle associazioni che divendono i diritti dei lavoratori e da alcuni sindacati, secondo cui questa legge sarà usata per monitorare la produttività dei dipendenti più che per difendere la nazione dagli attacchi esterni. Il governo, dal canto suo, si difende spiegando che un attacco informatico di grandi dimensioni potrebbe influenzare la borsa e mandare in tilt i sistemi elettrici o dei trasporti, con un impatto economico più forte di quello di un attacco terroristico.

Staremo a vedere come andrà a finire. Intanto vorrei fare una considerazione, perché internet non è più un sistema usato da pochi eletti, ma è diventato uno standard per le comunicazioni usato praticamente da tutti, soprattutto in ufficio. Solo per fare un esempio, io lavoro in una piccola realtà e conosco il responsabile del settore IT e so che non spierebbe mai le comunicazioni mie e dei miei colleghi. L’altra settimana, però, ho lavorato in una grande multinazionale, e mentre scrivevo una mail personale (ma chi non lo fa, dal lavoro?) pensavo: e se me la leggono? Insomma, è sicuramente una brutta invasione della privacy: come la legge dice che è reato intercettare o aprire lettere destinate ad altre persone, perché non dovrebbe essere reato intercettare chat e leggere e-mail?