La posta di Libero.it in tilt?

Qualche tempo fa avevo scritto un pezzo dal titolo “Si rinnova la Webmail di Libero.it” in cui spiegavo pregi e difetti della nuova casella di posta elettronica del primo internet provider italiano. Ieri sono stato sommerso da segnalazioni (molte anche nei commenti a quel pezzo) di malfunzionamenti della posta, che mi hanno spinto a scrivere un post proprio sull’accaduto. In molti mi hanno chiesto un consiglio su come comportarsi, perché non riuscivano/riescono ad accedere alla posta o ad aprire i propri allegati. Il consiglio che ho dato a tutti è di aspettare questa fase di transizione, controllare l’apertura della Webmail da un altro computer e, se i problemi dovessero continuare, rivolgersi a un servizio di posta elettronica più evoluto e più affidabile, come Gmail di Google, ad esempio.

Qualche settimana fa avevamo parlato dell’uscita, almeno in fase di testing, della nuova versione della Webmail di Libero.it, una versione aggiornata e più vicina agli standard (e alle aspettative degli utenti) del Web 2.0.

Da qualche giorno, però, la posta di Libero, che – lo ricordiamo – è una dei servizi più utilizzati dagli utenti italiani, risulta diffcilmente accessibile. Sarà perché è cambiata la grafica della home page (da cui attualmente non è più possibile accedere direttamente alla posta), sarà perché sono in corso delle modifiche ai server… ma capita sempre più spesso di ricevere errori e di non riuscire a entrare nella propria casella di posta.

Da qualche ora – ce l’avete segnalato, allarmati, in molti – la posta di Libero è addirittura inaccessibile: a volte il browser carica all’infinito, altre volte esce fuori un “errore di timeout”, altre ancora “il servizio non è disponibile”. Vi terremo aggiornati, come sempre, in attesa di capire meglio cosa stia accadendo.

AGGIORNAMENTO /1: Anche se con molta fatica, da qualche minuto riusciamo nuovamente ad entrare nella posta elettronica di Libero. Continuateci, comunque, a segnalare cosa succede dalle vostre parti.

AGGIORNAMENTO /2: Forse scoperta la causa del problema. Da una decina di minuti, infatti, entrando nella Webmail si viene reindirizzati direttamente (non senza errori di timeout) alla nuova versione della posta, mentre della vecchia versione non c’è più traccia. I grossi problemi che hanno afflitto gli utenti tutto il pomeriggio, dunque, potrebbero essere stati causati da questo importante cambiamento, che tuttavia – immaginiamo – andrà a creare non poche rogne a tutti coloro che in queste ultime settimane si sono trovati male con la versione 2.0 della Webmail.

Verizon, Sprint e Time Warner bloccheranno siti, blog e newsgroup pedopornografici

→ D@di per Downloadblog.it

Verizon, Sprint e Time Warner Cable hanno annunciato una strategia comune per bloccare in tutti gli Stati Uniti forum, blog e siti con contenuto pedopornografico. Si tratta di un accordo molto importante, che coinvolge tre tra i principali operatori di telefonia e provider di servizi internet nel Nord America.

L’accordo prevede anche il blocco, oltre che dei siti, anche dei tanti e numerosi newsgroup Usenet che consentivano lo scambio di materiale pedopornografico, considerati uno degli ultimi avamposti senza regole della Rete. Secondo quanto riportato da alcuni giornali, le trattative stanno andando avanti per coinvolgere sempre più provider.

Si tratta di una vera e propria novità nella lotta alla criminalità informatica e in particolare alla pedofilia. Durante molti casi giudiziari che coinvolgevano utenti e pedofilia, infatti, fino ad ora i provider si erano sempre detti estranei, spiegando di non poter entrare “nel merito delle comunicazioni personali degli utenti”. La decisione, tra l’altro, è molto importante perché se tutti i provider firmassero un accordo del genere, i “luoghi” su internet dove scambiarsi questo tipo di informazioni si ridurrebbero notevolmente a vista d’occhio, e con essi probabilmente anche il fenomeno.

Le follie degli utenti: cosa vogliamo di più di internet dai “poveri” provider?

→ D@di per Geekissimo.com

Qualche giorno fa l’Ap ha pubblicato un interessante articolo passato un po’ inosservato, ma secondo me molto curioso. Si tratta delle pazze clausole che alcuni provider fanno firmare ai propri utenti per evitare richieste (soprattutto di risarcimento) davvero molto singolari. La Verizon Communications Inc, ad esempio, fa firmare ai nuovi clienti una clausola secondo cui non si assume alcuna responsabilità dell’accuratezza delle informazioni lette in Rete o ricevute via mail.

Come per dire: non denunciateci se su Wikipedia trovate un’informazione sbagliata, non è colpa nostra. Il problema è che qualcuno una cosa del genere deve averla davvero fatta. “Certa gente – spiega il portavoce del provider, Bobbi Henson – pensa che tutto quello che c’è online viene dal proprio provider o comunque è controllato. Ma non è così, ovviamente”.

Altra clausola, sempre da Verizon: il provider non possiede né gestisce la rete internet. La clausola però è stata eliminata da poco (il 3 marzo) perché generalmente la gente ormai l’ha capito. Altra cosa che i provider non fanno: il backup del vostro hard-disk. Perché è successo che qualcuno, a causa di un virus, ha perso tutti i propri dati e ha fatto causa al gestore internet. Come la mettiamo in questo caso?

Ancora (queta è bellissima): At&t proibisce agli utenti di postare su forum messaggi che possono provocare lamentele. Per la serie, chiudiamo i forum allora! Se lavorate nel settore o se avete sentito qualcosa del genere, perché non ci raccontate se norme del genere (o richieste folli del genere) esistono anche in Italia?

La Comcast, importante provider internet, inverte la rotta e non perseguirà più chi scarica illegalmente. L’inizio di una nuova era?

Ultimamente in numerose occasioni ci siamo occupati del comportamento dei provider nei confronti degli utenti “pizzicati” nel fare largo uso di programmi peer-to-peer per scaricare illegalmente film, software o musica. Una tendenza che ha visto ultimamente una maggiore attenzione dei fornitori internet nei confronti dei utenti, che in molti casi sono stati sanzionati o si sono visti revocare l’abbonamento alla rete per aver utilizzato software di scaricamento considerati illegali.

La Comcast, importante provider internet che era stato sanzionato per aver impedito a molti suoi clienti di utilizzare programmi di file-sharing, ha annunciato ieri un completo cambio di politica nei confronti di questa problematica, assicurando tutti i propri utenti che da ora in poi tratterà in modo uguale tutti i tipi di traffico internet. L’importante decisione arriva dopo numerose denunce da parte di associazioni di consumatori (ma anche singoli utenti) che si erano visti bloccare la propria connessione per aver utilizzato programmi come eMule o Limewire.

Comcast era stata accusata di fare “da giudice o da guardiano della Rete”, e si era difesa spiegando spiegando che quella pratica si era resa necessaria per evitare di sovraccaricare le linee degli altri utenti, soprattutto in periferia dove in molti sono costretti a dividersi le potenzialità dei pochi cavi telefonici disponibili. Da ora in poi, invece, la Comcast sarà in grado di utilizzare un sistema che dà a ogni utente la stessa ampiezza di banda, e quindi il controllo su cosa fanno gli utenti non sarà più necessario.

Questa decisione potrebbe creare un precedente importante? Forse sì. Di sicuro è segno che i provider si sono accorti che, se non sono necessariamente obbligati da parte di leggi governative, non conviene in alcun modo impedire agli utenti di utilizzare i programmi peer-to-peer e di “controllare” il loro comportamento in rete: facendo questo, infatti, il rischio di perdere utenti è molto alto, e c’è sempre qualche provider della concorrenza pronto ad accogliere clienti delusi da questo o quel fornitore. Non pensate?

Giappone, alcuni provider taglieranno la connessione internet a chi scarica illegalmente

Quattro organizzazioni che rappresentano molti importanti provider di accesso a internet in Giappone hanno firmato un accordo che prevede il taglio della connessione internet agli utenti recidivi che, anche dopo essere stati ammoniti, continuano ad usare programmi di file-sharing per condividere software, film e musica.

La decisione è arrivata dopo che nel paese del Sol levante il tasso di download illegale è cresciuto, negli ultimi tempi, in maniera vertiginosa. In particolare, secondo le ultime stime il numero di coloro che utilizzano software peer-to-peer in maniera illegale (e in particolare un software chiamato “Winny”) in Giappone sarebbero quasi due milioni.

L’accordo prevede che i provider possano sconnettere singoli utenti e annullare i contratti per la fornitura dei servizi internet a quei trasgressori identificati dalle organizzazioni che si occupano di copyright (come la nostra Siae, per intenderci).

Si tratta di una decisione molto importante, considerato che alle quattro organizzazioni appartengono circa un migliaio di provider per l’utilizzo domestico della Rete.

Stando a un breve sondaggio della durata di sei ore da parte di queste organizzazioni, in rete ci sarebbero circa 3,55 milioni di copie illegali di videogiochi, del valore di 9,5 miliardi di yen, e 610mila file musicali, del valore di 440 milinoi di yen: per la serie, con una piccola ricerca è stato stabilito che è possibile scaricare con pochi click oltre 10 miliardi di yen di materiale piratato.

Una decisione dunque che farà sicuramente da precedente anche in altri paesi, e che sarà probabilmente un vero deterrente per chi scarica tanto e illegalmente.

Uk: i provider combattano la pirateria, altrimenti saranno sanzionati

→ D@di per Geekissimo.com

Gli internet service provider dovranno compiere azioni concrete per impedire i download illegali, altrimenti subiranno sanzioni legali. È questo il pensiero del governo inglese, dopo che alcune ricerche hanno accertato che nel paese sarebbero circa sei milioni gli utenti Adsl che scaricano illegalmente software, film e musica. Secondo quanto ha spiegato il ministro per la Cultura, una legge in materia potrebbe essere approvata, dopo le opportune consultazioni, nell‘aprile del 2009.

Contenti, ovviamente, i rappresentanti dell’industria musicale e videoludica: “Gli Isp sono gli unici nella condizione di poter produrre un vero e proprio cambio di mentalità”, ha commentato John Kennedy, capo dell’International Federation of the Phonographic Industry. Non molto d’accordo, invece, i provider stessi, secondo i quali creare una legge apposita non sarà semplice da attuare in termini di legalità, usabilità e sostenibilità economica.

La legislazione dovrà, in ogni caso, tener presente la normativa approvata nel 2002 secondo cui i provider, attraverso i quali passa l’informazione, non sono responsabili, appunto, del flusso di dati. Stessa cosa per la legge sulla privacy, che potrebbe impedire ai provider di analizzare i dati ricevuti dagli utenti

In ogni caso si tratta di una norma che, se approvata, porterebbe la Gran Bretagna a diventare entro breve uno degli stati più attivi nella lotta alla pirateria informatica. Da tempo ormai si discute del ruolo dei provider, che da un lato vogliono “lasciare in pace” gli utenti per non perdere la loro fiducia, e dall’altro, però, si trovano in una condizione privilegiata di controllo. Che ne pensate?

I provider potrebbero iniziare a bloccare “amichevolmente” i contenuti protetti da copyright. Ennesima invasione della privacy?

Rappresentanti di At&t e di altri importanti internet provider stanno discutendo la possibilità di filtrare, a livello di rete, i trasferimenti di materiale coperti da copyright ai computer degli utenti. “Dobbiamo farlo – ha spiegato un portavoce di At&t – e dobbiamo solo trovare un metodo gentile per iniziare a farlo”. Fino ad ora i provider internet hanno agito un po’ come delle autostrade a pedaggio: noi paghiamo e viaggiamo liberamente in rete. Per fare una metafora, ora è come se le autostrade iniziassero a voler avere una propria rete di poliziotti e controllori.

A richiedere questo servizio sono ovviamente le major proprietarie di film e musica e le case produttrici di software, che si dichiarano stanche di vedere il loro materiale illegalmente distribuito su internet. Il filtraggio, dicono, già avviene su YouTube o Soapbox: che ci vuole a inserirlo anche a livello di provider? Quello che chiedono – insomma – è di iniziare ad analizzare a campione i pacchetti digitali trasmessi da tutti gli utenti e scoprire se qualcuno sta trasmettendo o ricevendo materiale protetto da copyright.

“Non è un segreto che quello che stiamo facendo per combattere la pirateria non funziona”, ha spiegato James Cicconi, senior vice president, external & legal affairs di At&t. “Per questo siamo molto interessati, insieme agli enti che proteggono il diritto d’autore, a implementare una tecnologia a livello di rete” per fermare questa piaga. L’unica soluzione, ha poi spiegato a margine della conferenza, è che i provider abbiano un approccio soft, delicato con la materia, non bloccando la connessione ma ad esempio inviando una lettera amichevole per avvisare l’utente (della serie, uomo avvisato mezzo salvato) che quello che sta facendo è illegale.

Le organizzazioni che tutelano i diritti civili su internet si stanno già muovendo per scongiurare che il Grande Fratello entri ancor di più nelle nostre case. Filtrare il materiale, infatti, significherebbe un’enorme invasione della privacy da parte dei provider, che ovviamente potrebbero spesso e volentieri fallire e bloccare contenuti di cui siamo proprietari. Sinceramente per una volta mi è un po’ difficile schierarmi a favore dell’uno o dell’altro punto di vista, perché ognuno – a modo suo – ha ragione e poi, soprattutto, perché la pirateria è un reato. Cosa ne pensate? Farebbero bene le major a chiedere ai provider un controllo per proteggere il loro materiale?

I provider s’intromettono nell’home-page di Google per raggiungere i propri utenti. Ma tutto questo è legale?

Per la maggior parte di noi i provider (Alice, Fastweb, Libero, etc…) non sono altro che intermediari tra il computer e la Rete. Paghiamo la nostra bolletta mensile, a volte utilizziamo la casella e-mail che ci viene da loro fornita, ma rimangono società abbastanza marginali (correggetemi se sbaglio) nella nostra “internet-experience”. Purtroppo, da parte loro, i provider non vogliono fare la parte degli “intermediari stupidi”, ma vorrebbero cercare di coinvolgere di più i propri utenti, magari offrendo loro servizi a pagamento.

Ebbene, il provider canadese Rogers sta testando un nuovo sistema (diciamolo subito: molto invasivo!) per inserire messaggi personalizzati e destinati all’utente nella parte alta dell’home-page di Google (ricordiamo che la home page di Google è forse il sito più utilizzato anche come pagina iniziale dei browser). Nell’immagine che ho messo sopra a questo post (ma qui la vedete ingrandita) potete vedere esattamente a cosa mi sto riferendo.

Nell’immagine, in particolare, Rogers ha inserito un messaggio abbastanza grande nella home page di Google per avvisare l’utente che sta per raggiungere il limite mensile del suo account. In molti si stanno schierando contro questa invasione della privacy e contro questo inserirsi all’interno delle pagine di altri siti. Per comunicare all’utente, non basterebbe far aprire una finestra di pop-up non appena si apre il browser? Non è tutto: sono in molti a ritenere che con questa invasione delle pagine di Google è come se il provider decidesse di essere più importante del nostro lavoro online.

Un portavoce di Rogers si è limitato a confermare che il provider sta effettuando nuovi esperimenti per comunicare con gli utenti e che questi avranno maggiori vantaggi nel ricevere questo tipo di comunicazioni in maniera così immediata, ma sono molte le voci (autorevoli e meno famose) della blogosfera che si stanno scagliando contro questa novità. Che, diciamolo, rischia di creare un bel precedente che potrebbe presto essere utilizzato dai provider per propinarci pubblicità. Che ne pensate? Ritenete questo uno strumento utile, oppure solo un’invasione del proprio lavoro?

Nel 2010 finiranno le combinazioni per gli indirizzi di rete. Come faremo?

DANIELE PER GEEKISSIMO.COM

I provider devono implementare quanto prima la nuova generazione di indirizzi di rete (IPv6), altrimenti intorno al 2010 internet non sarà più accessibile. Parola di Vint Cerf, uno dei pionieri della Rete, che da anni sta giustamente allertando chi di dovere sul futuro di internet, che con gli standard attuali entro qualche anno non potrà più “reggere” il numero di connessioni che cresce in maniera esponenziale.

Come sapete, ogni computer in Rete ha un numero identificativo univoco (Ip). Quello utilizzato attualmente (IPv4) è costituito da 32 bit con quattro numeri decimali rappresentati su un byte: ciò vuol dire che ogni numero varia da 0 a 255 (un indirizzo tipico potrebbe essere 154.242.4.192). Facendo un rapido calcolo, esistono “solamente” 4.294.967.296 indirizzi univoci (da cui vanno sottratti almeno 18 milioni di indirizzi utilizzati per le reti locali). Ecco perché è stato brevettato l’IPv6 che, però, stenta a decollare.

L’IPv6 è stato standardizzato già sei anni fa ma è ancora utilizzato pochissimo. E mentre i moderni computer e apparecchi mobili hanno tutti la possibilità di collegarsi con il nuovo metodo, molti service provider non vogliono ancora implementarlo. La ragione, secondo Cerf, è che anche se il rischio di non potersi connettere a internet si avvicina sempre più, molte società che forniscono connessioni non hanno voluto spendere soldi nell’aggiornare i propri sistemi (per la serie, fin quando funziona lasciamo tutto com’è).

L’IPv6, al contrario della versione 4, è costitutito da 128 bit e viene descritto da otto gruppi di quattro numeri esadecimali (di cui ogni numero varia tra 0 e 65535). In questo modo si potranno creare 340 trilioni di trilioni di trilioni (wow) di connessioni diverse (un indirizzo tipico può essere 2001:0DB8:0000:0000:0000:0000:0000:0001). Il problema è che IPv4 e IPv6 non sono compatibili tra loro, e quindi i service provider saranno obbligati a mantenere in piedi i due sistemi: il primo per i pc e gli apparecchi più obsoleti, il secondo per tutti quelli recenti. Ma da quando? Il nuovo sistema si sta già sperimentando in Cina, Corea e Giappone, mentre Europa, Stati Uniti e resto del mondo sono in un ritardo mostruoso.