Uno spot del Governo sul sito di Repubblica???

Fotografato pochi minuti fa. Berlusconi e il suo Governo, che tanto hanno disprezzato “Repubblica” e i suoi giornalisti, e che hanno addirittura consigliato alle aziende di non pagare spazi pubblicitari sui media non allineati… utilizzano il sito di Repubblica – che però è il più visitato d’Italia – per una campagna a favore della lettura.

YouTube è pronta a generare un mucchio di dollari grazie alla pubblicità

→ D@di per Geekissimo.com

Il popolare sito di video-sharing YouTube potrebbe ben presto trasformarsi in una vera e propria miniera d’oro per Google. Secondo quando riporta un’indiscrezione pubblicata sul Wall Street Journal, quest’anno potrebbe fatturare addirittura 200 milioni di dollari (circa 127 milioni di euro) con la vendita di spazi pubblicitari. Si tratta di una delle stime più alte fatte nei confronti di YouTube, che come sito va benissimo, ma economicamente non è mai stato molto redditizio per Google.

Secondo quanto riferito meno di un mese da fa Eric Schmidt, ceo di Google, la questione del come fare soldi con il sito di video-sharing è stata per moltissimo tempo al primo posto nei consigli di amministrazione della società. “È ovvio – aveva spiegato Schmidt – che la gente pensi che YouTube generi un significativo ammontare di denaro ogni mese, ma in realtà non è così”.

Il modo migliore per guadagnare soldi, pensano in molti, è quello di inserire pubblicità prima e dopo la visualizzazione di un video, oppure quello di “buttarsi” sulle pubblicità che appaiono durante la riproduzione di una clip, magari nella parte bassa dello schermo. Sia la prima che la seconda opzione (la seconda di più, perché la gente è abituata, considerato che la cosa già accade nella Tv tradizionale) sono metodi attraverso i quali Google potrebbe guadagnare tanto e subito… ma gli utenti si sono detti assolutamente contrari a dover guardare una pubblicità prima o durante un video.

E tra l’altro, secondo voci di corridoio molte società non sarebbero state d’accordo a pubblicizzare i propri prodotti magari (solo per fare un esempio molto drastico) durante la riproduzione di un video di ragazzi che picchiano un professore. Per questo – molto probabilmente – al vaglio dei tecnici di YouTube ci sarebbero, in questi giorni, dei nuovi tipi più innovativi di pubblicità capaci di attrarre il pubblico ma anche di non “disturbarlo” eccessivamente durante la riproduzione di una clip.

Microsoft rinuncia a creare una grande biblioteca virtuale

→ D@di per Downloadblog.it

Sembra che Microsoft abbia deciso di lasciare a Google il campo libero per quanto riguarda le biblioteche virtuali e le “scannerizzazioni” di libri. Secondo quanto si apprende, digitalizzare libri e archiviare riviste accademiche non fa più parte dei piani della società per rilanciare il settore della ricerca, ha spiegato Satya Nadella, senior vice president della divisione Microsoft ricerca e pubblicità.

La decisione farebbe parte di una nuova strategia per cercare di guadagnare terreno dopo aver perso la possibilità – almeno per il momento – di acquistare Yahoo!. La software-house di Redmond, così, ha annunciato che chi cercherà versioni originali di libri, riviste o trattati sarà reindirizzato, da parte di Live Search, verso siti “esterni al gruppo Microsoft”.

Forse non tutti ricordano che la società di Bill Gates era entrata nel business del book-scanning nel 2005, iniziando a fornire materiali alla Open Content Alliance, mentre nel 2006 aveva annunciato un servizio di ricerca libri integrato a Msn.

L’unica differenza con Google verteva sul copyright: mentre Big G sta cercando di stringere accordi con i numerosi editori che inizialmente gli avevano fatto causa, Microsoft si era da sempre dedicata alla scannerizzazione dei libri di publico dominio o di quelli concessi dagli stessi editori.

Ora, invece, la decisione di abbandonare tutto. “Crediamo – continua la Nadella – che la prossima frontiera della ricerca dovrebbe vertere sullo sviluppo di un modello di business per il motore di ricerca, il consumatore e il partner commerciale”. Come per dire che da ora in poi bisognerà cercare di ottimizzare i propri profitti collegando, attraverso i risultati della ricerca, utenti e partner pubblicitari.

Fino ad ora Microsoft aveva digitalizzato circa 750mila libri e 80 milioni di articoli di giornali e riviste; le copie verranno donate agli editori stessi, che potranno decidere cosa farsene.

Di certo Microsoft vorrà dedicarsi di più al commercio elettronico e alla ricerca, ma in questo modo lascia praticamente campo libero a Google e al suo progetto Book Search.

Lo spot dei giovani antievoluzionisti

Il cieco materialismo ti minaccia. Uomo occidentale, c’è un solo nemico da combattere: Charles Darwin. Sostieni i “Giovani antievoluzionisti”. Un video inedito da Tetris.

Qualcuno nota qualcosa di strano in questo video?

Sysense, e controlli i tuoi incassi AdSense dal desktop

→ D@di per Downloadblog.it

Se avete un sito o un blog su cui avete inserito le pubblicità di AdSense, e volete tenere sotto controllo i vostri incassi, vi consiglio SysSense.

Si tratta di un’applicazione gratuita per Windows che, una volta installata e una volta configurata con i dati del nostro account, mostra in maniera discreta dalla taskbar numerose statistiche aggiornate a intervalli regolari.

Ad esempio, mostra il numero di impressioni, i click, i guadagni giornalieri così come impressioni, click e guadagni mensili.

Utile, a mio avviso, per evitare ogni giorno login e controlli sul sito Web di AdSense.

Mozilla, “campagna virale” con polemica per Firefox

→ D@di per Downloadblog.it

Per sponsorizzare l’utilizzo del browser Firefox, Mozilla ha lanciato una cosiddetta “campagna virale” per promuovere la felicità nell’usare Firefox nei confronti della “tristezza” di Internet Explorer.

Qui in alto potete vedere il video della campagna (vi ricorda qualcosa?) con delle simpaticissime scritte in sovraimpressione, tra cui ad esempio “in confronto agli utenti di Ie, quelli di Firefox hanno il 14 per cento in meno di possibilità di soffrire di disturbi del sonno, 67 per cento in più di possibilità di andare a fare mountain-bike, 60 per cento in più di bere birra microfiltrata”, e così via. Il video è davvero simpatico, e ad accompagnarlo c’era anche un sito e un blog finto.

In effetti c’era un sito, perché attualmente è stato sospeso in quanto figuarvano, a differenza di quelle del video, statistiche (false, ovviamente) davvero pesanti.

“Comparati con gli utenti di Internet Explorer – si leggeva – gli utenti Firefox hanno il 33 per cento in meno di possibilità di vivere con persone che soffrono di colesterolo alto o il 24 per cento in meno di vivere con persone che soffrano di attacchi di cuore o di cancro al seno”.

Converrete con me che fin quando si scherza si scherza… ma quando si scherza su malattie serie forse si è superato il limite.

Aggiornamento: Paul Kim, vice-presidente marketing di Mozilla, si è scusato con un commento a un post su TechCrunch, spiegando che quelle statistiche erano state pubblicate senza essere state approvate.

Internet e pubblicità, il 2008 sarà l’anno della svolta: gli spot all’interno degli show in streaming funzionano meglio di quelli in Tv

D@di per Geekissimo.com

La notizia arriva da un nuovo studio sul rapporto tra la Rete e la pubblicità, secondo cui gli utenti che guardano i video in rete sono più attratti del 47 per cento dalla pubblicità rispetto a coloro che guardano la televisione. Un dato impressionante, facilmente spiegabile però: vedere un programma televisivo su internet non è – come guardarlo in televisione – un’esperienza ormai assodata e entrata nella quotidianeità; al contrario, è ancora visto come qualcosa di nuovo, per cui involontariamente prestiamo maggiore attenzione a tutta l’”esperienza visiva”, quindi anche alla pubblicità.

Non è tutto, perché ci sono buone notizie non solo in termini economici, ma anche in termini di gradimento dei programmi: gli utenti internet, infatti, si dicono attratti da quello che stanno guardando del 25 per cento in più rispetto ai telespettatori “tradizionali”, che magari guardano lo stesso programma ma in televisione. Si tratta, quindi, di notizie buone sia per tutti coloro che investono in pubblicità online, sia per le reti televisive e le case di produzione che si stanno convertendo alla Rete, mettendo online spezzoni o puntate intere dei loro show, farciti – ovviamente – di pubblicità.

Si tratta, tra l’altro, anche di un bel sospiro di sollievo per chi pensa che l’industria televisiva sia in crisi, e può essere un incentivo affinché termini lo sciopero degli sceneggiatori di Hollywood, che nella prossima stagione creerà non pochi problemi agli appassionati di serie Tv. Buone notizie, in generale, anche dai ricavati della pubblicità in Rete: secondo l’Internet Advertising Bureau per il solo periodo ottobre-dicembre 2007 i ricavati si sono attestati a circa 5,2 miliardi di Dollari, pari al 25 per cento in più dello stesso periodo del 2006.

Si tratta, come è facile intuire, di risultati record che fanno pensare che il 2008 possa essere il vero anno della svolta per quanto riguarda gli investimenti delle aziende in questo tipo di advertising. Sinceramente guardo diversi show online, e, pur accostandomi alla pubblicità con senso critico e con distacco, mi accorgo di guardarla sicuramente di più di quanto faccio quando sono davanti alla Tv. Siete d’accordo? Qual è il vostro rapporto con la pubblicità in rete, e in particolare con quella prima (e durante) gli show in streaming?

Trojan attaccano le pubblicità di Google

D@di per Downloadblog.it

Alcune pubblicità inserite da Google all’interno di pagine Web vengono spesso “rapite” da software trojan che sostituiscono il testo originario dei server di Google con un altro testo, ovviamente reindirizzando i click a siti “terzi”.

A lanciare l’allarme la società di antivirus BitDefender, che sta studiando un modo per rimuovere questi “cavalli di Troia” dalle pubblicità di AdSense. Si tratta di “scherzetti” abbastanza difficili da riconoscere e debellare, perché le pubblicità sembrano praticamente uguali alle precedenti, ma ovviamente i visitatori vengono ridirezionati verso altri siti e il proprietario del sito o del blog perde il guadagno di pubblicità derivato dai click.

Il trojan è stato identificato come Trojan.Qhost.WU.

I provider s’intromettono nell’home-page di Google per raggiungere i propri utenti. Ma tutto questo è legale?

Per la maggior parte di noi i provider (Alice, Fastweb, Libero, etc…) non sono altro che intermediari tra il computer e la Rete. Paghiamo la nostra bolletta mensile, a volte utilizziamo la casella e-mail che ci viene da loro fornita, ma rimangono società abbastanza marginali (correggetemi se sbaglio) nella nostra “internet-experience”. Purtroppo, da parte loro, i provider non vogliono fare la parte degli “intermediari stupidi”, ma vorrebbero cercare di coinvolgere di più i propri utenti, magari offrendo loro servizi a pagamento.

Ebbene, il provider canadese Rogers sta testando un nuovo sistema (diciamolo subito: molto invasivo!) per inserire messaggi personalizzati e destinati all’utente nella parte alta dell’home-page di Google (ricordiamo che la home page di Google è forse il sito più utilizzato anche come pagina iniziale dei browser). Nell’immagine che ho messo sopra a questo post (ma qui la vedete ingrandita) potete vedere esattamente a cosa mi sto riferendo.

Nell’immagine, in particolare, Rogers ha inserito un messaggio abbastanza grande nella home page di Google per avvisare l’utente che sta per raggiungere il limite mensile del suo account. In molti si stanno schierando contro questa invasione della privacy e contro questo inserirsi all’interno delle pagine di altri siti. Per comunicare all’utente, non basterebbe far aprire una finestra di pop-up non appena si apre il browser? Non è tutto: sono in molti a ritenere che con questa invasione delle pagine di Google è come se il provider decidesse di essere più importante del nostro lavoro online.

Un portavoce di Rogers si è limitato a confermare che il provider sta effettuando nuovi esperimenti per comunicare con gli utenti e che questi avranno maggiori vantaggi nel ricevere questo tipo di comunicazioni in maniera così immediata, ma sono molte le voci (autorevoli e meno famose) della blogosfera che si stanno scagliando contro questa novità. Che, diciamolo, rischia di creare un bel precedente che potrebbe presto essere utilizzato dai provider per propinarci pubblicità. Che ne pensate? Ritenete questo uno strumento utile, oppure solo un’invasione del proprio lavoro?

Chi clicca veramente sulle pubblicità online?

D@di per Geekissimo.com

“Su internet i banner sono ovunque. La maggior parte di noi li ignora, ma c’è una piccola percentuale che li clicca regolarmente. Chi sono questi consumatori accaniti?”

Inizia così un interessante articolo (tradotto in italiano da Internazionale) di Danah Boyd, esperta di Social media dell’Harvard Berkman center for internet and society, che si addentra nel mondo della pubblicità online partendo da un dato: a fare click sui banner è “l’utente medio”.

Secondo i risultati di un interessante studio di Dave Morgan, responsabile della strategia pubblicitaria di Aol, la stragrande maggioranza delle persone (il numero può arrivare anche al 99 per cento) non fa click sugli annunci pubblicitari, mentre il restante uno per cento lo fa solo una volta al mese. All’interno di questo gruppo, meno del due per cento clicca più spesso, e sembra proprio che sia questa la fetta di utenti che assicura la maggior parte delle entrate. Secondo lo studio, si tratterebbe di donne, non giovanissime, interessate soprattutto a concorsi a premi.

Secondo Morgan la statistica non stupisce: “si tratta delle stesse persone che leggono le e-mail di spam e adorano parlare con gli operatori di telemarketing“. Boyd, letta questa ricerca, avanza un’ipotesi: “I pubblicitari – spiega – si concentrano da sempre sui siti che attraggono la popolazione più ricca, istruita e urbanizzata”. Ma si chiede: questi consumatori ideali sono davvero quelli che comprano la maggior parte dei prodotti? Perché c’è il sospetto che chi clicca sui banner (soprattutto quelli dei siti di Social networking) appartenga a una fascia socio-economica più bassa rispetto a quella dell’utente medio. “E allora – conclude – cosa comporta questo? Siamo fieri di usare un modello che prende di mira i poveri?“.

Ovviamente l’articolo ci lascia con questo interrogativo perché al momento non esistono statistiche in merito. Mi piacerebbe però a questo punto sapere qual è il vostro rapporto con la pubblicità online. Leggete banner e annunci o ormai il vostro occhio è abituato a non vederli nemmeno? Installate plug-in che eliminano le pubblicità, oppure di tanto in tanto fate click e andate ad approfondire l’annuncio?

Ci mancava solo questa. La pubblicità (dinamica) arriva sui Pdf

È proprio vero che la pubblicità online non ha confini. È di qualche giorno fa la notizia che Yahoo! e Adobe hanno stretto una partnership per inserire della pubblicità dinamicamente generata all’interno dei file Pdf. Fino ad ora era possibile inserire solo della pubblicità statica all’interno dei file di Acrobat; ora, invece, i due giganti stanno approntando un software in grado di fornire pubblicità contestualmente rilevanti consegnate “al volo” dai server di Yahoo!.

L’iniziativa, chiamata “Ads for Adobe Pdf powered by Yahoo!” sta iniziando in questi giorni la prima fase di beta. Gli annunci pubblicitari avranno, proprio come quelli presenti sul Web, la possibilità di contare i click.

Secondo le due società, questa nuova tecnologia avrà effetti benefici sia su coloro che vogliono sponsorizzare i propri prodotti (che avranno un canale in più a disposizione) sia per i distributori di materiale via Pdf (che potranno offrire gratuitamente, in cambio dei ricavi provenienti dalla pubblicità, i propri documenti) sia per gli utenti, che potranno scaricare gratuitamente documenti che prima erano a pagamento.

Continua a leggere Ci mancava solo questa. La pubblicità (dinamica) arriva sui Pdf

YouTube, i video ad alta qualità e i video a pagamento

Presto arriveranno su YouTube anche video in alta qualità. Parola del fondatore del sito di video-sharing, Steve Chen, che parlando in una conferenza ha confermato che il target primo di YouTube è quello di fornire velocemente a tutti gli utenti (quindi con una qualità bassa) la più vasta scelta di video esistente al mondo. Però poi ha aggiunto che è in fase di testing un servizio che, in base alla velocità della connessione dell’utente, decide se inviargli la clip in bassa o alta qualità.

La notizia è davvero importante e potrebbe segnare una piccola rivoluzione nel campo del video-sharing. La novità dovrebbe essere introdotta entro tre mesi, ed è resa possibile poiché, ha spiegato Chen, tutti i video inviati dall’utente sono conservati sui server di YouTube in qualità originale (quindi alta) e poi successivamente vengono convertiti in bassa qualità. Ma c’è un’altra notizia che sta facendo discutere e che riguarda sempre YouTube.

Una recente ricerca effettuata da Ibm rivela che l’11 per cento degli utenti di YouTube sarebbe disposto a pagare pur di poter utilizzare una versione del sito senza pubblicità. La gran parte degli utenti, invece, resta ovviamente ancorata alla politica della gratuità. Ma resta il dato che se si applicasse, ad esempio, una tariffa annuale di 25 Euro, il sito potrebbe guadagnarci 137 milioni. Non male davvero.

L’idea mi sembra però sconcertante. Innanzitutto mi vien da chiedere a queste persone quale fastidio dia loro la pubblicità su YouTube, visto che non mi sembra così “invadente”. E poi, dico io, fatevi furbi: in circolazione esistono numerosissimi software e plugin gratuiti che eliminano la pubblicità dalle pagine Web. Perché pagare per qualcosa che si può avere gratuitamente? Forse allora la soluzione sarebbe: pagare un abbonamento per avere un servizio senza pubblicità ma con i video ad alta risoluzione e scaricabili legalmente. Ovviamente è solo una mia idea: che ne pensate?

Fra poco troveremo Google anche dal benzinaio

D@di per Downloadblog.it

Al giorno d’oggi le cartine stradali si usano sempre meno per via dell’abbassamento notevole dei prezzi dei navigatori satellitari. Fra qualche mese, almeno negli Stati Uniti, i viaggiatori avranno un possibilità in più per non perdersi.

Google, infatti, ha stretto accordi con alcune società petrolifere per installare all’interno delle pompe di benzina dei display che, durante il pieno, possono dare informazioni ai viaggiatori sul traffico, le strada più breve per arrivare a destinazione o verso punti di interesse come alberghi, ristoranti, negozi, attrazioni.

L’apparecchio sarà anche in grado di fornire una stampata dei dati richiesti e, ovviamente, visualizzerà della pubblicità (stile Adsense) accanto ai risultati.

La piaga dei falsi click sulle pubblicità e altre storie

Google AdSense, uno dei sistemi pubblicitari più diffusi sul web, perderebbe circa un miliardo di dollari americani ogni anno per falsi o invalidi click. E le aziende, che si affidano a “Big G” per pubblicizzare su internet i loro prodotti corrono all’attacco, chiedendo maggiore trasparenza e metodi più sicuri nel riconoscimento dei click invalidi. È indubbio che il servizio si basa sulla fiducia dei publishers, che inseriscono gli annunci nei propri siti e che poi, però, non devono fare click (o non devono dire ai propri amici di farlo) per guadagnare qualche soldino in più. La piaga, però, esiste e almeno per il momento è incontrollabile, nonostante le norme anche troppo dure (di cui parleremo più avanti) inflitte da Google.

Il tasso di click non validi, spiega l’azienda, dal momento del lancio di AdWords nel 2002 non è mai salito al di sopra del dieci per cento del numero globale di click. Ogni punto percentuale di click invalido, però, rappresenta per Google 100 milioni di dollari all’anno in potenziale guadagno volato via, spiega alla testata canadese Cbc Shuman Ghosemajumder, business product manager di Google. Ma cosa accade quando si fa click su link invalidi? Chi paga? Come fa ad accorgersene la compagnia? E soprattutto: perché sempre più spesso webmaster assolutamente in buona fede si sono trovati di punto in bianco esclusi dal programma pubblicitario?

I click invalidi, attualmente, non vengono pagati dai publishers a Google, e ad andarci di mezzo – in effetti – risulta solo il motore di ricerca. Per questo la protezione dei click fraudolenti è un argomento che sta molto a cuore ai tecnici di AdWords, che stanno compiendo numerosi sforzi per creare sistemi trasparenti. I risultati, al momento, dimostrano che le azioni di prevenzione, forse fin troppo eccessive, stanno però dando buoni risultati.

Proprio lo scorso anno Google ha lanciato l’AdWords Report Center, servizio che mostra agli advertiser quanti click vengono esclusi. La compagnia ha spiegato che riesce a determinare i click invalidi attraverso un sistema di tre passaggi: un primo passaggio è automatico, un secondo manuale e poi ancora un terzo misto manuale-automatico (solo lo 0,02 per cento arriva fino a questo stadio).

Purtroppo, però, ce lo avete scritto spesso tra i commenti o le e-mail ed è capitato a una marea di persone in giro per la rete, capita che webmaster completamente in buona fede si vedano annullati i propri contratti senza giustificazione. Copio/incollo un caso abbastanza emblematico. Ci scrive Antonello:

“Sono il proprietario del sito www.stivalebucato.it, un sito di satira tirato su insieme ad alcuni amici con tanta fatica. Ovviamente lo facciamo per hobby, ma quei pochi soldini che arrivavano dalla pubblicità di Google ci facevano comodo. Un giorno, durante un aggiornamento, il sito si vedeva male ed era disallineato, e così abbiamo dovuto fare numerosi refresh. Qualche giorno dopo Google ci ha scritto dicendo – senza voler sapere ragione, anche dopo numerose lettere di protesta e spiegazioni – che il nostro account era stato disabilitato. Ovviamente abbiamo perso tutti i soldi accumulati fino a quel momento e ora non guadagnamo praticamente più niente. Un problema tecnico (e non una frode) che ci è costata moltissimo”.

Questo – dicevamo – è solo uno dei tanti esempi. Dunque credo che sia arrivato il momento di trovare un metodo di selezione dei click validi/invalidi più sicuro e funzionale. Assurdo che una società democratica e “progressista” come Google si autodefinisce sia costretta, suo malgrado immaginiamo, a dover fare “la parte del cattivo” nei confronti dei propri utenti.