Una sigaretta gigante al centro di Roma. Il mio servizio per Sky Tg24

 

Per “toccare con mano” i danni provocati dal tabagismo, a Roma la fondazione Veronesi propone un vero e proprio viaggio multisensoriale. Secondo gli ultimi dati dell’Istituto Superiore di Sanità in Italia fumano 11,2 milioni di persone. Numeri leggermente inferiori a quelli del 2007, ma che comunque sono causa di oltre 80mila decessi ogni anno.

23andMe, e per soli 999$ puoi giocare con il tuo genoma

Parte in pompa magna questa mattina 23andMe, il servizio di genetica fondato dalla moglie di Sergey Brin (uno dei creatori dell’impero Google), Anne Wojcicki. Si tratta di un servizio innovativo che, con un costo relativamente “basso”, porterà il futuro nelle nostre case. Per “soli” 999 Dollari, 23andMe permetterà infatti di avere uno screening genetico completo del proprio DNA. Altri test del genere possono arrivare a costare anche 3000 Dollari.

Il test verrà effettuato attraverso un particolare bastoncino cotonato sul quale bisognerà depositare della saliva, e darà la possibilità di avere tutte le informazioni sulla propria storia genetica, inclusa la probabilità di poter soffrire di determinate patologie. Un servizio innovativo che porta con sé una vera e propria rivoluzione: è uno dei primi casi in cui gli esami medici si possono fare direttamente via internet con il solo invio, tramite posta, dei propri campioni.

Google ha investito circa quattro milioni di Dollari nel progetto… e c’è già chi pensa (forse un po’ esageratamente) che Big G, attraverso 23andMe, stia iniziando una vera e propria mappatura del DNA di tutti gli abitanti della Terra. Il sito si presenta graficamente molto accattivante, e già dalla home page si ha l’impressione di trovarsi all’interno di una vera e propria rivoluzione. Darà la possibilità di accedere a tutti i dati del proprio DNA e di fare delle “belle passeggiate” all’interno dei propri cromosomi. Sarà inoltre possibile, tramite un sistema di autorizzazioni di sicurezza, fare dei confronti tra il proprio DNA e quello dei propri amici o famigliari.

I geni, si legge, non sono solo un’impronta genetica, ma sono anche un documento storico. Per questo sarà possibile comparare il proprio genoma con quello degli altri abitanti di diversi luoghi della Terra in tempi anche storici e ottenere informazioni (inserendo il DNA dei propri genitori) anche molto curiose sulle somiglianze famigliari (del tipo “da mio papà ho preso la pigrizia, da mia madre l’amore per la lettura”). Se avevate voglia di sborsare 1000 Dollari (magari convinti dall’attuale cambio favorevole Euro-Dollaro), non fatelo: il servizio è attualmente disponibile solo negli Stati Uniti.

Record di velocità per Internet2

Grandi novità sul fronte di Internet2. Alcuni ricercatori giapponesi hanno annunciato di aver frantumato per ben due volte il record di velocità in rete. Il 30 dicembre scorso, infatti, hanno inviato dati a 7,67 gigabit al secondo utilizzando protocolli standard di comunicazione.

Il giorno dopo, utilizzando dei protocolli modificati, il team ha ottenuto un nuovo record inviando dati a 9,08 gigabit al secondo. Una velocità davvero impressionante! Il test si è svolto su una distanza geografica di 20mila miglia in un percorso tra Tokyo, Chicago, Amsterdam, Seattle e ritorno.

Ora il consorzio Internet2 (che racchiude ricercatori da oltre 200 università) sta pensando di costruire una rete completamente nuova, con una capacità di 100 gigabit al secondo. In pratica è come se un film come Matrix fosse inviato da una parte all’altra del mondo in una manciata di secondi (a fronte di mezzo minuto per le velocità attuali di Internet2).

Harvard: "Embrioni umani contro i mali incurabili"

L’ateneo americano potrà utilizzare soltanto finanziamenti privati
Diabete, anemia, leucemia e altri malattie al centro della ricerca

Harvard creerà embrioni umani
“Combatteremo i mali incurabili”

di DANIELE SEMERARO

WASHINGTON (Usa) – Gli scienziati dell’Università di Harvard a Boston inizieranno a creare embrioni umani da cellule staminali. Questo non per produrre “individui fotocopia”, ma con la speranza di ottenere cellule “staminali bambine” e fare, così, progressi nella ricerca di cure per il diabete, l’anemia, la leucemia, il morbo di Lou Gehrig (sclerosi laterale amiotrofica) e altre malattie fino ad ora considerate incurabili.

L’annuncio è di quelli che faranno discutere, perché per aggirare i “paletti” imposti dalla legislazione americana (dopo il divieto del 2001 di erogare fondi pubblici a sostegno della ricerca sugli embrioni) verranno utilizzati soltanto finanziamenti privati. I ricercatori di Harvard, inoltre, sperano di vincere diffidenze e obiezioni di natura etica e religiosa. “Se i nostri sforzi avranno successo – spiegano – segneranno un grande passo in avanti nel trattamento delle malattie croniche”.

Gli studiosi hanno già avviato il loro progetto: “Dopo oltre due anni di revisione e discussione scientifica ed etica – spiegano dall’ateneo statunitense – l’Harvard Stem Cell Institute e i ricercatori dell’Harvard and Children’s Hospital di Boston hanno concordato di avviare esperimenti di clonazione terapeutica, con l’obiettivo di creare linee di cellule staminali specifiche per diverse malattie e di sviluppare nuovi trattamenti contro un’ampia serie di mali oggi incurabili”.

Per gli Stati Uniti, sottolineano i ricercatori, “si tratta della prima iniziativa non commerciale per l’uso di cellule staminali embrionali umane in test il cui principio è già stato dimostrato negli animali”. La metodica adottata è chiamata Somatic Cell Nuclear Trasfert: si tratta di un trasferimento nucleare, che consiste nel sostituire il materiale genetico di una cellula uovo (cioè la metà del patrimonio genetico di una normale cellula) con il Dna prelevato da una cellula adulta, come ad esempio una cellula della pelle. In questo modo, la cellula uovo si troverà ad avere un patrimonio genetico completo, potendo così dare il via a “cambiamenti chimici ed elettrici che innescano la divisione della cellula uovo, e quindi la creazione di un embrione geneticamente identico alla cellula che ha donato il Dna completo”.

Per creare le diverse linee di staminali embrionali verranno utilizzate cellule della pelle donate proprio da malati di diabete, con malattie del sangue o patologie neurodegenerative: ogni linea di cellule avrà così le stesse caratteristiche genetiche del malato, e potrà essere utilizzata in laboratorio per cercare una possibile cura. Lo studio servirà anche a osservare come le malattie si sviluppano nei primi stadi della vita umana, prima che i sintomi diventino evidenti.

La ricerca che coinvolge le staminali embrionali però, avvertono gli scienziati, non è esente da controversie: estrarre queste staminali dagli embrioni, infatti, “richiede la distruzione dell’embrione stesso. Chi si oppone a questo genere di ricerche sostiene che nessun potenziale beneficio medico può giustificare la distruzione di quello che loro considerano già una vita umana, se non già una persona”. “Ma tutte le cellule umane – aggiunge Douglas Melton, co-direttore dell’Harvard Stem Cell Institute – compresi gli spermatozoi e gli ovuli sono ‘vive’. La questione del quando inizia la vita è teologicamente e filosoficamente rilevante, ma dal punto di vista scientifico questo lavoro ha l’enorme potenziale di salvare vite, curare malattie croniche e migliorare la salute di milioni di persone. La realtà delle persone che soffrono ha maggior peso della potenzialità di un gruppo di cellule che potrebbero non essere mai impiantate in un utero per divenire persone, anche se noi non facessimo le nostre ricerche”.

“Il lavoro per adesso è ancora ai primi passi”, ha spiegato George Daley, direttore associato del programma cellule staminali del Boston Children’s Hospital. Harvard è il secondo ateneo americano a lanciarsi in questa sfida: il primo fu l’Università della California di San Francisco.

(7 giugno 2006)

Ecco i "super-topolini" con il cuore che si autoripara

La scoperta al Laboratorio di Biologia Molecolare di Monterotondo
L’animale riprende funzionalità cardiaca e ripara tessuti muscolari

Staminali, nascono i “super-topolini”
dopo un infarto il cuore si autoripara

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Topolini con il cuore che si autoripara dopo un infarto. E’ la straordinaria scoperta del gruppo di ricerca guidato da Nadia Rosenthal, direttrice del Laboratorio Europeo di Biologia Molecolare (EMBL) di Monterotondo, intervenuta al V convegno nazionale “Cellule Staminali e Progenitori Emopoietici Circolanti” a Roma.

I topolini, spiegano i ricercatori, riescono a riparare, da soli, il proprio cuore dopo un infarto grazie alla produzione di un fattore di crescita che potrebbe divenire determinante nelle strategie di riparazione di organi e tessuti. Il loro segreto è la capacità di produrre in modo continuo nel cuore un particolare fattore di crescita, il fattore insulinico 1 (IGF-1). Così, procurato un infarto al topo, l’animale è in grado di riprendere in modo straordinario la funzionalità cardiaca e alle cicatrici lasciate dall’infarto si sostituisce un tessuto muscolare funzionante.

Il sospetto che IGF-1 fosse un fattore di crescita con particolari poteri di rigenerare il tessuto cardiaco, ha spiegato la Rosenthal, è sorto dopo anni di ricerca su diversi fattori di crescita. Dai risultati degli studi è emerso che IGF-1, la cui funzione è importante in tutto il corpo, sembrava “speciale”, perché, per esempio, si era visto che in condizioni di carenza di IGF-1 si manifestava atrofia del miocardio.

Con queste premesse, continua la ricercatrice, “abbiamo inserito IGF-1 nel Dna del topolino, in modo che il suo cuore lo producesse continuamente, e abbiamo visto innanzitutto che il topo non risente in alcun modo di questa modifica genetica”. L’animale, prosegue la scienziata, non si ammala di cancro né di altre malattie in qualche modo collegabili a un fattore di crescita prodotto continuamente.

Così, gli scienziati sono passati alla fase successiva: hanno procurato un infarto ai topolini transgenici e hanno notato che dopo pochissimo tempo la loro funzione cardiaca recupera in modo straordinario. Non è tutto, perché il tessuto fibroso e cicatriziale (che nel paziente è alla base dell’insufficienza cardiaca post-infarto) pian piano viene riassorbito e sostituito da tessuto muscolare miocardico. Il recupero visto nei topolini è straordinario “come mai visto prima”.

Ancora non si è scoperto su quali elementi vada a influire IGF-1 per dare simili risultati: quel che è certo, in ogni caso, è che è un fattore di crescita tra i più promettenti nella rigenerazione cardiaca. È possibile, si ipotizza, che richiami in sede cellule staminali dal midollo o che stimoli quelle cardiache già presenti, oppure che semplicemente comandi la riorganizzazione del tessuto miocardico post-infarto senza una vera e propria costruzione di nuovo tessuto. Questo sarà l’oggetto delle prossime ricerche.

Lo studio, conclude la Rosenthal, ha messo in luce due importanti risultati: non solo indica quale sia un fattore di crescita su cui puntare per la rigenerazione cardiaca, ma conferma che se il cuore riceve lo stimolo a ripararsi subito dopo il danno, i risultati della riparazione sono molto più significativi e si può prevenire la formazione di tessuto cicatriziale a tutto vantaggio della funzionalità del cuore.

(25 maggio 2006)

Ricercatori per un giorno: è la primavera della scienza

Centinaia di studenti hanno presentato al museo della Scienza di Milano progetti ed esperimenti di chimica, fisica e biologia studiati durante l’anno

La carica degli scienziati under 18
a Milano la primavera della scienza

di DANIELE SEMERARO

GUARDA TUTTE LE FOTO DELLA MANIFESTAZIONE

ROMA – Si conclude oggi a Milano, tra circuiti elettrici, pannelli fotovoltaici e esperimenti di ogni genere, la “Primavera della Scienza”, un’iniziativa organizzata dal Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia che ha visto impegnate oltre 60 scuole (elementari, medie e superiori) che hanno presentato le esperienze scientifiche realizzate durante l’anno. Protagonisti assoluti gli studenti, che per questa fiera della “scienza under 18”, arrivata alla nona edizione, hanno mostrato al pubblico progetti di primo livello, estremamente interessanti e soprattutto non semplici da mettere in atto.

Tra le materie studiate e approfondite dai ragazzi, la fisica, la chimica, la biologia, l’astronomia, la matematica e argomenti interdisciplinari collegati alla tecnica, all’arte e alla musica. Gli studenti stessi sono stati protagonisti e registi anche anche di film e cortometraggi (come “Misuriamo la luna”, un video per raccontare un’esperienza di ricerca sulla Luna, i suoi crateri e le sue montagne, di cui su Repubblica Multimedia proponiamo uno spezzone) e del teatro scientifico, dove hanno “messo in scena” la scienza.

Agli studenti, poi, è stata anche affidata l’accoglienza dei visitatori, la progettazione grafica del materiale informativo della manifestazione, la documentazione fotografica dei singoli eventi, la realizzazione del sito web e la redazione di un giornale scientifico elaborato in tempo reale (leggi il giornale). L’obiettivo, spiegano gli organizzatori, “è quello di potenziare la capacità dei ragazzi di comunicare la scienza e condividerla con gli altri; discutere e parlare di scienza con rigore ma in modo semplice, sollecitando interesse e curiosità; non da ultimo, favorire il confronto e la collaborazione tra scuole e insegnanti che lavorano sui temi della scienza e della tecnologia”.

I lavori presentati al pubblico durante le tre giornate hanno spaziato attraverso tutti gli ambiti della scienza. “Noi della scuola media Carlo Porta di Milano abbiamo presentato numerosi esperimenti che abbiamo studiato a scuola – spiega Elena Invernizzi, 13 anni, III media – su acqua, elettricità e idrogeno. Ad esempio abbiamo costruito un modellino di un’automobile che va a idrogeno utilizzando acqua distillata e non inquina l’ambiente; poi – prosegue – abbiamo presentato l’esperimento dei vasi comunicanti e abbiamo lavorato molto con materiali come ferro e metallo”.

Tanti i lavori all’insegna dell’ecologia e della sostenibilità ambientale, come quello presentato da un gruppo di 18 studenti dell’istituto Virgilio di Milano: “Abbiamo progettato – spiega uno di loro, Michele Marzi, 17 anni – un sistema per rilevare dati in tempo reale da un pannello solare. Tramite un circuito elettrico collegato a un computer e una cellula fotovoltaica riusciamo a visualizzare su un monitor tutti i dati sul pannello fotovoltaico come l’intensità, la luminosità, la corrente che viene acquisita e il rendimento. Il progetto – continua – è durato tre mesi e secondo noi è fondamentale per l’evoluzione di un sistema che va a sfruttare una fonte rinnovabile che in futuro avrà un’importanza molto elevata”.

I ragazzi si sono cimentati anche nella costruzione di elementi di robotica: molto bello e sofisticato, ad esempio, il progetto presentato dalla scuola media Quintino Di Vona – Tito Speri. Ci spiega Tobia Cancelliere, III media, 14 anni: “Il nostro progetto si chiama ‘Il magazzino della fabbrica di cioccolato’. Abbiamo creato con i mattoncini della Lego un braccio robotico con degli ingranaggi composti sempre da mattoncini. Poi, utilizzando i linguaggi Gwbasic e VisualBasic e alcuni circuiti elettrici, li abbiamo programmati in modo da farlo muovere”. Non è tutto, perché i ragazzi hanno anche programmato un sensore ottico che riconosce i mattoncini (bianco, nero o rosso) che si trova davanti. A colore diverso corrisponde un movimento diverso. Un lavoro complesso, che va a simulare il funzionamento di una catena di montaggio, che ha avuto bisogno anche di molto tempo per la preparazione: “Abbiamo lavorato in otto per un mese, in orario extrascolastico, circa 20 ore alla settimana”. Ma a lavoro finito sono tutti soddisfatti: “Ne è valsa la pena”.

(19 maggio 2006)

Spray di cellule sulla pelle. Curerà ustioni e cicatrici


È particolarmente adatto a curare le lesioni di bambini e giovani
La tecnica, messa a punto in Australia, è sperimentata anche in Italia

Uno spray di cellule per la pelle
può curare ustioni e cicatrici

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Curare ustioni profonde di secondo grado e cancellare gravi cicatrici, comprese quelle provocate dall’acido, da oggi è più semplice e veloce. Le università di Roma Tor Vergata, Pisa e Palermo stanno sperimentando uno spray di cellule capaci di riparare la pelle.

La tecnica, messa a punto in Australia dalla responsabile del reparto grandi ustionati del Perth Hospital, Fiona Wood, è già stata sperimentata su un centinaio di pazienti (25 in Italia) in 15 Paesi. Tra i primi ad essere arruolati nello studio italiano, una ragazza pakistana dal volto deturpato dall’acido.

Anziché coltivare e far moltiplicare in laboratorio cellule della pelle prelevate dal paziente fino ad ottenere un lembo di tessuto, la tecnica consiste nel ripopolare l’area colpita dalla lesione (un’ustione o una cicatrice) facendo attecchire le nuove cellule direttamente a contatto con il tessuto del paziente.

Il primo passo consiste nel prelevare un lembo di pelle dal paziente che comprenda sia le cellule di base (cheratinociti) sia le cellule che danno colore alla pelle (melanociti). Quindi la pelle viene immersa in una sostanza che permette di separare lo strato superficiale (epidermide) da quello più profondo della pelle (derma). Quindi le cellule vengono raschiate via, aspirate e filtrate, fino ad ottenere un preparato nel quale le cellule si trovano in sospensione.

Così ottenuto, in un periodo di circa 45 minuti, il preparato viene introdotto in una siringa con un diffusore spray e nebulizzato sulla lesione. Qui le cellule attecchiscono e trovano un ambiente che le aiuta a moltiplicarsi e in un periodo variabile da sei mesi a un anno (a seconda della gravità della lesione) e formano uno strato di pelle rinnovato e sano.

Spiega Valerio Cervelli, della cattedra di Chirurgia plastica e ricostruttiva dell’Università di Tor Vergata che con la nuova tecnica “si riducono, fino ad essere quasi dimezzati, i tempi di guarigione”. Il costo del kit usa e getta per la preparazione delle cellule, compreso fra i 900 e i 1.300 euro, verrebbe inoltre compensato dalla riduzione dei tempi di ricovero.

Per Antonio Montone, del Centro grandi ustionati di Tor Vergata la tecnica è “un’arma in più”, anche se ha il limite di poter trattare solo piccole superfici e che, per i risultati che può offrire, si dimostra promettente soprattutto per curare lesioni di bambini e giovani e di zone esposte, come viso, mani e piedi.

(5 maggio 2006)

Ecco il fagiolo anti-flatulenza


Ricerca degli studiosi dell’università venezuelana Simon Bolivar
Con due batteri, fermentati coi legumi, si riducono i gas dell’80%

Rumori sconvenienti addio
nasce il fagiolo anti-flatulenza

di DANIELE SEMERARO

ROMA – I fagioli, si sa, se mangiati in gran quantità possono causare “rumori sconvenienti”. Un gruppo di studiosi dell’università Simon Bolivar, in Venezuela, ha però scoperto il modo di produrre legumi che non provochino flatulenze.

Gli esperti, il cui studio è stato pubblicato dall’autorevole “Journal of the Science of Food and Agriculture” hanno individuato due batteri, il Lactobaciullus casei e il Lactobacillus plantarum, che, fatti fermentare insieme con i fagioli, diminuiscono del 60% il contenuto di fibre solubili e abbassano dell’88% la quantità di raffinosio, un carboidrato che è tra le principali cause di questi “rumori”. Le flatulenze sono infatti provocate da gas rilasciati dai batteri che vivono nell’intestino nel momento in cui scompongono in cibo.

La scoperta, spiegano gli studiosi, farà la gioia dei nutrizionisti: i fagioli, infatti, dovrebberto essere assunti più spesso, come spiega Marisela Granito, uno dei ricercatori: “I legumi, e in particolare i Phaseolus vulgaris, sono una fonte importante di nutrimento, nonostante le flatulenze non ne promuovano di certo l’immagine”.

(25 aprile 2006)

Wilmut confessa a sorpresa: "Non clonai la pecora Dolly"


Il “padre” dell’ovino più famoso del mondo parla in tribunale
“La verità? Il merito è tutto del mio collega Keith Campbell”

Wilmut, confessione a sorpresa
“Non ho clonato la pecora Dolly”

di DANIELE SEMERARO

LONDRA – Ian Wilmut, il “padre” della pecora Dolly, il primo clone di un animale adulto prodotto da una cellula singola, ha confessato di non essere lui il vero artefice della rivoluzionaria tecnica di clonazione. Il vero inventore è, invece, il suo collega e co-autore dello studio, Keith Campbell.

La dichiarazione di Wilmut, davanti ai giudici del tribunale del lavoro di Edimburgo, è arrivata durante un dibattimento per una causa di discriminazione razziale. Wilmut, così, citato in giudizio da Prim Singh, un suo collega asiatico, ha rivelato di avere avuto solo un ruolo di “supervisione” del progetto, sia pure “non irrilevante”. Lo scienziato, all’epoca al Roslin Institute, ha sottolineato inoltre che nei documenti che descrivevano lo storico evento lui era risultato come il direttore della ricerca perché così si era accordato con Campbell. A quest’ultimo, però, spetta di fatto “il 66% del merito” per lo studio della pecora Dolly.

Fu Campbell – rivela Wilmut – che ebbe l’idea di congelare le cellule per la clonazione, mentre altri vitali esperimenti per sviluppare il progetto fuono svolti da un terzo collega, Bill Ritchie. Alla domanda di Lawrence Davies – legale del biologo che ha fatto causa a Wilmut – se fosse esatta l’affermazione “non creai Dolly”, lo scienziato ha risposto “sì”.

(8 marzo 2006)

(Nella foto: Ian Wilmut insieme alla pecora Dolly)

Aviaria, il virus è in Africa. Scoperto da ricercatori italiani


Un virus H5N1 “ad alta patogenicità” è stato riscontrato
in alcuni volatili di un allevamento di Kaduna, in Nigeria

Arriva in Africa il virus dell’aviaria
individuato dai ricercatori italiani

Il ministro Storace: “Il nostro istituto profilattico
è un punto di riferimento per il mondo”

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Il ministro della Salute, Francesco Storace, ha annunciato che presso il Centro di referenza nazionale per l’influenza aviaria dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie di Legnaro, in provincia di Padova, è stato isolato un virus H5N1 ad alta patogenicità in volatili domestici di un allevamento di Kaduna, in Nigeria. Si tratta del primo caso di influenza aviaria nel continente africano.

Secondo quanto riferisce il ministero della Salute, la scoperta è avvenuta nell’ambito di un progetto coordinato dall’istituto di Legnaro e dalla Fao (Training and cooperation programme), che ha l’obiettivo di sviluppare le tecniche di laboratorio per la diagnosi dell’influenza aviaria nei paesi dell’Europa dell’Est, del Medio Oriente e dell’Africa.

A far scattare l’allarme, la presenza di una “malattia non identificata” in un allevamento di volatili domestici (polli, galline, struzzi e oche) presso Kaduna, che ha insospettito gli esperti del National Veterinary Research di Vom (in Nigeria), che hanno, così, chiesto un parere all’istituto italiano. A una prima valutazione della situazione da parte dei veterinari nigeriani sono poi seguite le prime analisi sul posto su campioni prelevati dagli animali.

I risultati hanno inizialmente individuato la presenza di un virus influenzale e, constatata l’alta mortalità dei volatili presenti nell’allevamento (è morto circa il 90% degli animali) i campioni sono stati inviati in Italia per un accertamento. I risultati delle analisi effettuate dal Centro di referenza di Legnaro, così, hanno riscontrato la presenza di un virus H5N1 “ad alta patogenicità”, molto simile a quelli già isolati in Mongolia e in Siberia.

“È significativo – ha affermato il ministro della Salute Francesco Storace – che il virus sia stato isolato al Centro di referenza di Legnaro, al quale era stata chiesta una consulenza. È la conferma dell’ottimo lavoro svolto dall’Istituto Zooprofilattico di Legnaro, che è anche centro di referenza per l’Oie (l’Organizzazione mondiale della sanità animale) e che, soprattutto in tema di influenza aviaria, rappresenta un punto di riferimento non solo per il nostro Paese, ma anche per il resto del mondo”.

(8 febbraio 2006)

"Sterile l'uomo dei ghiacci. Forse era un emarginato"


Lo studio italiano, pubblicato su una rivista Usa, rivela
che la mummia ritrovata su un ghiacciaio non poteva avere figli

“L’uomo dei ghiacci era sterile
E forse lo avevano emarginato”

di DANIELE SEMERARO

BOLZANO – Oetzi, l’uomo dei ghiacci, era sterile. È questo il risultato clamoroso di un esame del Dna effettuato sulla mummia ritrovata quindici anni fa su un ghiacciaio dell’Alto Adige. I risultati della ricerca sono stati pubblicati nell’ultimo numero della rivista “American Journal of Physical Anthropology”.

Dopo tre anni di indagini sul patrimonio genetico della mummia è stato scoperto che i suoi spermatozoi avevano una ridotta mobilità. La diagnosi, arrivata cinquemila anni dopo la sua morte, è stata effettuata da Franco Rollo, docente di antropologia dell’università di Camerino e esperto di Dna antico. Lo studio, così, smentisce anche la tesi romantico-patriottica secondo cui Oetzi sia il progenitore di tutti i tirolesi. “Sembra così inaspettatamente riprendere corpo – hanno spiegato i ricercatori – un’ipotesi controversa che lo scomparso professore Konrdad Splinder aveva formulato nei primi anni Novanta: quella che vedeva in Oetzi un solitario, addirittura un reietto della comunità”.

Il professor Rollo e il suo team, composto da ricercatori degli atenei di Camerino e Bologna, sono stati in grado di identificare in maniera definitiva il Dna mitocondriale originale del pastore-cacciatore della prima età del rame. “Questi risultati – hanno spiegato – permettono di inserire con precisione l’uomo venuto dal ghiaccio tra i nove diversi sottogruppi etnici in cui si divide la popolazione d’Europa”. I parenti più prossimi di Oetzi sono gli abitanti dell’Oetzal, una vallata del Tirolo austriaco al confine con l’Alto Adige. È stata proprio quella, infatti, la zona nella quale la mummia è stata ritrovata quindici anni fa, ad aver dato il nome ad Oetzi.

“È interessante paragonare questo risultato con lo studio condotto da Wolfgang Mueller nel 2003 sullo smalto dentale dell’uomo venuto dal ghiaccio – ha spiegato Rollo -. Com’è noto le sue analisi, di tipo geochimico, hanno permesso di evidenziare che Oetzi trascorse gran parte della sua vita nei territori a sud delle Alpi. Lo studio – spiega ancora il docente dell’università di Camerino – ha permesso inoltre di identificare alcune mutazioni nel Dna mitocondriale della mummia, note per essere collegate a patologie. Sebbene l’ipotesi che Oetzi potesse essere affetto da una forma di sterilità non sia direttamente dimostrabile con i dati a disposizione dei ricercatori, il risultato apre comunque il campo ad interessanti speculazioni sulla posizione dell’uomo venuto dal ghiaccio all’interno del suo gruppo sociale e permette, addirittura, di prefigurare un nuovo scenario attorno agli eventi che portarono alla sua tragica fine”.

Tutta la ricerca è stata condotta a partire da minutissimi campioni raccolti in occasione dello scongelamento totale della mummia, eseguito nel 2000: “Ciò – spiega Rollo – dimostra chiaramente che le conoscenze su questo reperto straordinario della preistoria umana possono avanzare anche senza ulteriori interventi che, anche se in minima misura, potrebbero arrecare danno al corpo”.

(3 febbraio 2006)

(Nella foto: Oetzi)

Da Galileo il primo segnale. "Presto le frequenze"


Parte bene il nuovo sistema europeo di navigazione satellitare
Che sta inviando dati a una potenza definita “inaspettata”

Galileo invia il primo segnale
“Entro 10 giorni le frequenze”

A fine aprile il lancio del secondo satellite pre-operativo
In tutto saranno 30. Copertura 10 volte più precisa del Gps

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Il satellite pre-operativo del sistema europeo di navigazione satellitare Galileo ha inviato il suo primo segnale alla Terra. “Il segnale è di una potenza che non ci aspettavamo, sta funzionando molto bene”, ha dichiarato soddisfatto il direttore dei programmi europei per l’Agenzia spaziale europea, Giuseppe Virgilio. E se “Giove A” (questo il nome) continuerà a funzionare correttamente, l’assegnazione delle frequenze per il sistema dovrebbe avvenire nei prossimi dieci giorni.

“Giove A” (Galileo Array Validation Element) è stato lanciato il 28 dicembre scorso dal cosmodromo russo di Baikonur. Attualmente si trova in orbita a un’altezza di di 23.260 chilometri dalla Terra. Il primo segnale è stato ricevuto in Gran Bretagna, dall’antenna della Chilbolton Observatory Facilities for Atmospheric and Radio Research e in Belgio dalla stazione dell’Esa a Redu. I segnali ricevuti verranno ora analizzati nel dettaglio per assicurarsi che soddisfino i criteri concordati con l’Unione internazionale delle telecomunicazioni.

Il lancio del secondo satellite pre-operativo, “Giove B”, è previsto per il prossimo 30 aprile. “Se qualcosa non dovesse funzionare in modo ottimale con ‘Giove A’ – ha spiegato Jean Jacques Dordain, direttore generale dell’Esa – ‘Giove B’ permetterà di ottenere comunque l’assegnazione delle frequenze entro il prossimo giugno”.

Sviluppato dall’Esa e dall’Unione Europea, Galileo è il primo sistema di navigazione satellitare al mondo realizzato e gestito in ambito civile con l’obiettivo di assicurare un controllo preciso e costante per la sicurezza del traffico ferroviario e aereo, o per il controllo ambientale, con un mercato stimato in 850 milioni di utenti e centinaia di miliardi di euro entro il 2020. Il progetto, costato 3,4 miliardi di Euro, offrirà la possibilità di ottenere un posizionamento dieci volte più accurato dell’attuale Gps (utilizzato in modo massiccio dai navigatori satellitari delle auto e delle navi).

Galileo sarà interconnesso anche con gli altri due sistemi di posizionamento, il Gps e il Glonass, e l’utente avrà la possibilità, con lo stesso ricevitore, di utilizzare a proprio piacimento i diversi sistemi. In questo modo si potrà avere una precisione stimata fino al metro.

Il sistema completo è composto da 30 satelliti (27 operativi e 3 di riserva) e, una volta messo a punto, permetterà di avere una copertura di navigazione fino a oltre 75 gradi di latitudine nord (che corrisponde, ad esempio, a Capo Nord). Il grande numero di satelliti utilizzati insieme e l’ottimizzazione informatica del loro posizionamento assicurerà all’utente un margine di errore praticamente inesistente.

(16 gennaio 2006)

(Nella foto: Il satellite pre-operativo “Giove A”)

Ha nove milioni di cifre: è il numero più grande


Due matematici dell’Università del Missouri con oltre 750 computer dislocati in tutto il mondo hanno calcolato il più grande numero primo di Mersenne

Calcolato il numero più grande
ha ben nove milioni di cifre

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Due professori statunitensi, Curtis Cooper e Steven Boone dell’Università del Missouri, hanno annunciato di aver ottenuto il numero più grande mai calcolato: è il 2 elevato alla 30.402.457 meno 1 (2^30402457 -1), un numero “astronomico” con ben nove milioni di cifre.

Il calcolo è stato effettuato grazie all’ausilio di 750 computer, alcuni dislocati nel campus dell’università, altri nelle case di docenti, ricercatori, studenti e altri appassionati in giro per il mondo.

Ma com’è “spuntato fuori” il numero? Grazie al Gimps (Great Internet Mersenne Prime Search), un progetto di calcolo distribuito per ottenere i numeri primi di Mersenne, a cui possono contribuire da casa tutti gli appassionati che ne facciano richiesta. Scaricando e installando un apposito software, il computer si collega grazie a internet a un server centrale e, quando il processore del proprio pc è poco occupato da altre operazioni (il che, ad esempio, può avvenire quando si scrive un testo o quando parte lo screen-saver), inizia a effettuare i calcoli e invia i risultati al server. Il progetto è nato nel 1996 grazie al matematico George Woltman e ha la sua base operativa a Orlando, in Florida. Fino ad ora ha scoperto 9 numeri primi dei 43 numeri di Mersenne finora conosciuti.

Ma che cos’è esattamente un numero di Mersenne? Secondo la definizione tecnica è un numero primo che è uguale a un numero primo, potenza di due, meno uno. Questa definizione potrebbe apparire un po’ difficile, ma se facciamo un calcolo su un numero piccolo sarà facilmente svelata.

31, ad esempio, è un numero primo di Mersenne perché 2^5 -1 = 31. Infatti la potenza, 5, è un numero primo, 2^5 = 32 e 32-1=31.

Stessa cosa per il numero 7: 2^3 -1.

Il progetto di calcolare i numeri primi di Mersenne alla Central Missouri State University è iniziato nel 1997, quando il matematico Curtis Cooper mise in rete quattro computer con sistema operativo Linux nel laboratorio di Scienze del Dipartimento di Matematica. e andò avanti fino al 1998, quando vennero aggiunti altri 26 computer. Da quel momento, insieme al collega Steven Boone, i due capirono che poteva essere utile entrare nel progetto mondiale del Gimps, che avrebbe portato le capacità di calcolo a oltre 700 elaboratori sparsi per il mondo. Prima di arrivare al numero, sono stati testati 29305 esponenti, utilizzando, complessivamente, 67955 cpu-years (unità che misura gli anni di vita del processore di un computer).

(3 gennaio 2006)

(Nella foto: Curtis Cooper e Steven Boone e il programma di calcolo)

Usa: licenziati i prof anti-Darwin prima della decisione dei giudici


Pennsylvania, via i membri repubblicani del consiglio scolastico denunciati per aver introdotto nelle scuole pubbliche la teoria del “disegno intelligente”

Usa: licenziati i prof anti-Darwin
prima della decisione dei giudici

di DANIELE SEMERARO

Si è conclusa – per adesso – con la “bocciatura” di otto membri su nove del consiglio scolastico di Dover, nello stato americano della Pennsylvania, la polemica sullo studio dell’evoluzione che aveva messo la loro città al centro dell’attenzione per aver promosso il cosiddetto “disegno intelligente” in alternativa al Darwinismo.

Gli otto, tutti repubblicani, saranno sostituiti, secondo quanto deciso dagli elettori, da otto colleghi democratici, che si oppongono a modificare il curriculum delle scuole pubbliche in senso creazionista. I membri licenziati, infatti, erano stati i primi a introdurre in un distretto scolastico americano la teoria, di moda tra gli evangelici statunitensi, secondo cui il processo dell’evoluzione è così complesso che non può essere immaginato al di fuori di un “disegno intelligente” creativo. L’universo, secondo questa “scuola di pensiero”, è rappresentato come un’entità talmente complessa che dev’essere stato necessariamente creato da una “forza superiore”.

E così ai ragazzi veniva insegnato che la teoria evoluzionistica di Charles Darwin (secondo cui l’uomo sarebbe un’evoluzione della scimmia) è incompleta e ha dei buchi. La vicenda era poi finita, con grande clamore anche internazionale, in tribunale dopo la denuncia di undici genitori: secondo l’accusa, infatti, la teoria del “disegno intelligente” promuove la versione della creazione trasmessa dalla Bibbia, e, quindi, viola la separazione costituzionale tra Stato e Chiesa.

Secondo la maggior parte degli scienziati, infatti, il questa teoria non è scientifica, ma si tratta piuttosto di una forma di creazionismo che, secondo una sentenza della Corte Suprema del 1987, non può essere insegnata nelle scuole. Per adesso il processo si è concluso la settimana scorsa presso la Corte Federale di Harrisburg, ma la sentenza definitiva arriverà probabilmente a gennaio.

Una controversia simile, ma con la vittoria per 6 voti a 4 dei fautori del “disegno intelligente”, era avvenuta pochi giorni prima nel distretto scolastico del Kansas. Il consiglio, però, questa volta ha approvato una mozione secondo la quale nelle scuole pubbliche si deve insegnare che ci sono ancora dubbi sulla teoria dell’evoluzione darwiniana.

Il caso italiano. Solo pochi giorni fa la rivista Micromega aveva pubblicato un documento che svelava un intervento censorio del ministero dell’Istruzione sul documento della commissione, di cui facevano parte anche i premi nobel Rita Levi Montalcini e Carlo Rubbia, istituita dopo l’insurrezione seguita – due anni fa – alle restrittive indicazioni sull’insegnamentoo di Darwin a scuola. La commissione aveva consegnato al ministero un rapporto nel quale si leggeva, tra l’altro, che “trascurare l’insegnamento dell’evoluzione […] sarebbe un errore intollerabile in una società che si ritiene civile”. Del documento, però, si persero le tracce, fino alla recente scoperta della rivista: è stato tagliato in alcune parti significative.

(11 novembre 2005)

(Nella foto: Una manifestazione di protesta a Dover in Pennsylvania contro il “disegno intelligente”)

"Scienza dimenticata dalle scuole". Ecco la proposta di Orientagiovani.


Tra gli ospiti della giornata Montezemolo e Jean Todt. Ciampi: “Un’occasione per riflettere sul rapporto tra giovani e cultura scientifica”

“Scienza dimenticata dalle scuole”
ecco la proposta di Orientagiovani

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Scienza, tecnologia e occupazione sono i temi che verranno affrontati oggi nella dodicesima giornata nazionale “Orientagiovani” organizzata da Confindustria in collaborazione con Alma Laurea e il ministero dell’Istruzione. Mai come nel secolo appena trascorso, infatti, le nuove tecnologie hanno così profondamente inciso sulla nostra vita. Eppure – denuncia Confindustria – gli iscritti alle facoltà di matematica, fisica e chimica sono ancora troppo pochi. La giornata, allora, servirà ad offrire ai ragazzi l’opportunità di conoscere più da vicino il mondo dell’impresa ed avere indicazioni utili per scelte formative che possano favorire il successivo inserimento professionale.

“La giornata in realtà – ha detto Alessandro Musmeci, 1direttore generale dei sistemi informativi del Miur – è il più importante di una serie di eventi dedicati alla collaborazione tra scuola, università e aziende. Vogliamo creare spunti di riflessione sulle problematiche scientifiche e tecnologiche relative al mondo attuale e al futuro dei giovani”.

Tra gli interventi più significativi quello di Gianfranco Bologna, direttore scientifico Wwf, quello dell’astronauta Umberto Guidoni e di Jean Todt, direttore generale Ferrari. Chiuderanno la giornata Elio Catania, ad di Ferrovie dello Stato e Luca Cordero di Montezemolo, presidente di Confindustria.
La sessione sarà aperta da un videomessaggio del ministro dell’Istruzione Letizia Moratti. Alla manifestazione parteciperanno oltre 1300 studenti, mentre altri ventunomila seguiranno gli interventi dalla propria scuola tramite il satellite.

I temi che verranno affrontati quest’anno riguardano la scienza e la tecnologia per migliorare la qualità della vita, ma si parlerà anche di meccanica avanzata e wireless. Si cercherà, però, soprattutto di combattere la “crisi delle vocazioni”: “Negli ultimi anni – ha detto Claudio Gentili, direttore del Nucleo Education di Confindustria – i laureati nella media europea tra i 25 e i 64 anni sono 28 su 100; in Italia sono invece 10 su 100, molto al di sotto della media. Per questo – ha aggiunto – Confindustria ha realizzato a partire dallo scorso anno un grande programma insieme al ministero dell’Istruzione per contrastare la crisi delle facoltà scientifiche”.

“Le istituzioni, i centri di alta ricerca, le università, le imprese e le associazioni – si legge in un comunicato inviato oggi alla platea di Orientagiovani dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi – devono concorrere a diffondere una più forte condivisione sociale del sapere scientifico. Occorre rafforzare – ha detto Ciampi – questo lavoro comune, necessario per realizzare modelli professionali nuovi e competitivi e promuovere orizzonti di crescita sostenibile e durevole, attraverso una piena diffusione dell’economia della conoscenza e dell’ innovazione condivisa”.

Secondo quanto riferito da Alma Laurea, il consorzio di atenei che raggiunge la maggioranza dei laureati italiani, gli iscritti alle facoltà scientifiche trovano un’occupazione in tempi minimi. E la conoscenza delle tecnologie informatiche aumenta del 20% in più la probabilità di trovare lavoro in tempi ragionevoli, anche con una laurea di tipo umanistico.

(14 ottobre 2005)

(Nella foto: Jean Todt)