Introdusse la figlia illegalmente in Italia, “innocente”. Il mio servizio per Sky Tg24

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Il genitore extracomunitario che porta illegalmente con sé un figlio in un paese straniero, soprattutto se l’alternativa è abbandonarlo al proprio destino in patria, non compie un gesto criminale. Fa discutere la sentenza della Cassazione, che ha confermato l’assoluzione di un macedone dal reato di favoreggiamento dell’ingresso clandestino per aver cercato di portare in Italia la propria figlia, non avendo ottenuto il ricongiungimento familiare. La decisione all’indomani di un’altra sentenza singolare.

Figli e genitori separati in webcam: come al solito arriviamo tardi

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Se in questi ultimi giorni avete seguito i telegiornali o avete letto i giornali, sicuramente sarete incappati nella notizia (tra l’altro molto “pubblicizzata” dai media) del papà separato che potrà vedere e dialogare con il proprio figlio su internet, grazie a una webcam e a un normalissimo programma di chat o telefonia VoIP.

Una decisione presa dal tribunale di Nicosia (EN) che è stata accolta in Italia come una sentenza “unica” che istituisce il “diritto di visita online”. I giudici si sono pronunciati a favore della soluzione tecnologica a causa dell’impossibilità, da parte del padre, di recarsi a giorni alterni nella città dove i figli (e la madre) si sono trasferiti.

In realtà, però, la decisione non è per niente una novità nelle altre parti del mondo. Negli Stati Uniti, anzi, si tratta addirittura una consuetudine: “Lì è piuttosto diffusa ed esiste persino un blog per ‘padri virtuali’”, ha spiegato all’Ansa Maurizio Quilici, presidente dell’Istituto studi sulla paternità (Isp). “In almeno sei degli stati americani l’uso della webcam è previsto dalla legge assieme alle tradizionali visite da parte del genitore non affidatario”.

È ovvio che gli incontri in video non possono sostituirsi a quelli “reali”, ma si tratta di un vero aiuto (e anche di un sollievo) per i genitori separati che vivono in città diverse da quelle dei figli.

Che ne pensate? Siete d’accordo?

Sentenza italiana crea precedente nel mondo della tecnologia

Un giudice di pace di Firenze, Alberto Lo Tufo, sta per diventare famoso in tutto il mondo per una sentenza, depositata poche settimane fa in cancelleria, che apre un precedente sul fronte dei software pre-installati nei computer nuovi. La storia è più o meno questa: un utente italiano che aveva acquistato un computer Compaq si è ritrovato sullo stesso – pur avendo specificatamente spiegato di non esserne interessato – Windows Xp e Microsoft Works.

Sul contratto di licenza (EULA) c’era scritto chiaramente che se l’utente non voleva avvalersi della licenza dei software pre-installati, poteva richiederne il rimborso al produttore. Strano ma vero, dopo una battaglia legale così è stato: il giudice ha dato ragione all’utente, che ha ricevuto indietro dalla casa produttrice del computer 90 Euro per Windows Xp e 50 Euro per Works (più ovviamente il rimborso delle spese processuali).

Inizialmente la Hp (proprietaria del marchio Compaq) aveva negato la possibilità di un rimborso, citando una fantomatica “inscindibilità tra struttura hardware e software”. Il giudice, invece, ha riconosciuto “la scindibilità tecnica tra struttura del computer e sistema operativo presente su di esso”, perché questi prodotti vengono dalla casa “direttamente installati apportandovi gli opportuni cambiamenti, tanto da dar luogo a una versione specifica dell’originale da considerarsi diversa da quella del produttore di hardware (Oem)”.

Una sentenza, dunque, che si può definire “storica” nell’eterna lotta tra case produttrici (che producono spesso e volentieri solo computer con software già installato e configurato) e utenti, che possono avere esigenze diverse da quelle degli utenti “standard” definiti dalle case produttrici. Siete d’accordo?