Condannata a due anni la Pornoprof di Lecce. Il mio servizio per Sky Tg24

 

Due anni di reclusione, con la formula del patteggiamento e sospensione della pena, per l’insegnante di 41 anni di Monteroni, in provincia di Lecce, che nel 2006 venne ripresa con i videofonini dai suoi alunni mentre, in aula, si faceva palpeggiare da alcuni studenti minorenni. Il video compromettente fu poi pubblicato su Youtube. La pena è stata inflitta per il reato di atti sessuali con minori, mentre è caduta l’accusa di corruzione. La docente, che non è stata interdetta dai pubblici uffici, potrà tornare ad insegnare.

Col sederino di fuori a 4000 metri

→ Daniele Semeraro per lo Stivale Bucato

Un ragazzo è rimasto appeso col culo di fuori alla seggiovia. Mentre in Toscana a scuola si studia il porno estremo. Solo sullo Stivale le notizie più pazze (ma vere!) dal mondo

NAVIGAZIONE “PORNO” A SCUOLA, PROF NEI GUAI
Iniziamo la carrellata delle notizie più pazze di quest’inizio d’anno andando a Fivizzano, in provincia di Massa Carrara, dove un docente avrebbe accompagnato alcuni studenti nell’aula d’informatica, e dopo averli fatti comodamente sedere si sarebbe connesso a siti pornografici su internet mostrando ai ragazzi il contenuto dei filmati hard e commentandoli con le loro varie performance. Un modo ritenuto molto singolare di fare lezione, tanto che le famiglie dei ragazzi (famiglie – immaginiamo – molto “all’antica”) hanno deciso di denunciare al preside l’accaduto. È successo all’Istituto Tecnico Commerciale “Belmesseri”. Pare che la prima denuncia al preside sia arrivata nel maggio scorso da una mamma e un papà preoccupati dei metodi d’insegnamento di un professore; poi, alla prima denuncia, se ne sarebbero aggiunte molte altre. Secondo i primi accertamenti dei carabinieri sembra che le “navigazioni hard” fossero state riservate a un fortunato e ristretto gruppo di quattro o cinque studenti. Che, però, non sono riusciti a tenersi l’esperienza per sé e hanno voluto raccontarla anche agli altri. Altri che, forse per invidia, hanno fatto scattare la denuncia. Sì, la scuola itaRliana è davvero antiquata e andrebbe proprio riformata!

ACCOLTELLA UN UOMO CHE SEMBRA RIDERE DI LUI. E CHE INVECE AVEVA PROBLEMI AL VOLTO
La notizia con cui iniziamo il primo “Follini ma Vero” del 2009 è rigorosamente vera – come tutte, d’altronde – e viene da Roma. Un uomo ubriaco ha accoltellato la sera del 2 gennaio in un bar un giovane con problemi congeniti alla mimica facciale perché credeva che stesse ridendo di lui. L’ubriaco è stato, ovviamente, arrestato. Ma andiamo con ordine: l’uomo era entrato in un bar di via Palmiro Togliatti, alla periferia Est della Capitale, per chiedere informazioni su quale mezzo pubblico lo portasse più velocemente a una stazione della metropolitana. Il gestore del locale gli ha dato subito tutte le informazioni e lo ha invitato subito ad uscire per non disturbare i clienti. Tra questi clienti c’era, però, un giovane di 31 anni con problemi alla mimica facciale, “colpevole” solamente di sorridere (pur non volendo) a chi lo guarda. L’ubriaco, infastidito dl sorriso, è rientrato nel bar e ha inferto una coltellata al cliente; poi si è allontanato a piedi. Subito raggiunto dagli agenti del commissariato Prenestino, è stato arrestato per tentato omicidio, resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. Il ragazzo è stato ricoverato con una prognosi di 15 giorni.

APPESO ALLA SEGGIOVIA… COL CULO DI FUORI
Spostiamoci ora in Colorado per parlare di un curioso incidente… sciistico. Siamo a Vail, una delle più note località sciistiche statunitensi. Uno sciatore che era appena salio su una seggiovia per ragioni imprecisate è scivolato dal seggiolino, uno degli sci è rimasto incastrato (meno male!) e lui è rimasto appeso a testa in giù per almeno un quarto d’ora… con i pantaloni completamente calati. A diffondere la notizia e soprattutto le fotografie il gestore dell’impianto di risalita veloce del Vail’s Blue Sky Basin. Secondo quanto riferito dalla “vittima”, il seggiolino sarebbe stato difettoso: per questo portava a perdere facilmente l’equilibrio. Resta il fatto che al suo compagno di risalita, un bambino, non è successo niente, mentre lui è precipitato verso il basso a testa in giù. La caduta accidentale, unita al fatto che uno degli sci è rimasto incastrato nell’impianto, ha fatto sì che durante la caduta gli si sfilassero pantaloni, sotto pantaloni da sci e anche i boxer… lasciando l’uomo completamente nudo dalla cintola in giù alla mercè di tutti gli sciatori della pista. I responsabili dei soccorsi hanno avuto non poche difficoltà a raggiungere il seggiolino e a riportare a terra lo sciatore.

“PISCIANO” (SI PUò DIRE PISCIANO?) PER STRADA, PER LORO MULTA DI CINQUECENTO EURO
I comuni italiani sono in bancarotta? A Trieste il sindaco Dipiazza e la sua giunta hanno trovato un modo molto semplice per fare cassa: multando anche chi fa semplicemente pipì per strada. Secondo quanto riferito dagli agenti della Polizia municipale, alcuni giorni fa dieci ragazzi triestini sono infatti stati multati perché in contrasto con la normativa secondo cui “è vietata la lordatura della pubblica via mediante residui fisiologici”. La multa, per ognuno di loro, è stata di 500 euro. E così nelle casse del Comune sono arrivati, in poche ore, 5000 euro da parte di chi “non ce la faceva più”, forse per la temperatura fredda o per i troppi brindisi per le festività. Certo, c’è da dire che i giovani sono stati sorpresi proprio in uno dei vicoli che danno su piazza dell’Unità d’Italia, zona dagli storici caffè ma anche di frequentatissimi locali. I vigili, che hanno scritto sulla multa che i giovani stavano “dando sfogo ai loro bisogni fisiologici” non si sono impietositi perché – come riferito alla stampa da uno di loro – “lo spettacolo era troppo decadente per poter chiudere un occhio”.

Tecnologia in classe? Liguria regione pilota: dal prossimo anno contro il caro libri e il peso degli zaini, e-book gratis per tutti

→ D@di per Geekissimo.com

Oggi parliamo di una novità fresca fresca che arriva dalla Liguria, che con una legge regionale diventa capofila in Italia per un progetto molto innovativo. Il Piano regionale per il diritto allo studio del sistema scolastico e formativo per gli anni 2008-2010 approvato ieri all’unanimità prevede, infatti, per gli studenti delle scuole dell’obbligo la possibilità di scaricare gratuitamente dal Web i libri di testo.

Una scelta che va a migliorare la vita degli studenti (e dei genitori) in due modi. Il primo è che ovviamente gli studenti potranno evitare di portare con sé a scuola libri molto pesanti, soprattutto se costretti ad andare a piedi o a prendere l’autobus. Il secondo riguarda invece i genitori, che potranno scegliere di non acquistare alcuni libri troppo costosi, decidendo invece di scaricarli.

“L’auspicio – ha spiegato il consigliere regionale Roberta Gasco (Udeur), promotore dell’inziativa – è che l’esempio della Liguria possa essere seguito al più presto anche da altre regioni. Sono convinta che attraverso la piattaforma elettronica contenuta nel sito della Regione, e su cui si potranno trovare e scaricare gratuitamente i vari libri di testo redatti dallo stesso ente, si riuscirà a porre rimedio a una situazione che era ormai diventata insostebiile per le famiglie, come il costante aumento dei libri scolastici. Gli studenti, inoltre, potranno scaricare e stampare singolarmente i capitoli delle relative dispense“.

Si tratta sicuramente di una scelta tecnologicamente all’avanguardia, e ovviamente speriamo tutti che possa entrare in vigore regolarmente senza problemi di sorta. Ci vengono in ogni caso dei dubbi. I libri a disposizione degli studenti saranno tutti, oppure saranno solo alcuni? Non è che poi scaricando e stampando su carta capitolo dopo capitolo, comunque si spendono soldi e si creano danni per l’ambiente (pur ammettendo che il risparmio economico sarebbe moltissimo rispetto a un libro acquistato in libreria)? Come reagiranno i librai, sempre pronti a dichiarare lo stato di crisi? Quanti alunni potranno permettersi di andare a scuola col portatile?

Chat e sms non fanno male al linguaggio dei ragazzi

→ D@di per Geekissimo.com

Chi l’ha detto che il linguaggio delle chat e degli sms è controproducente per i ragazzi? Se è vero che distolgono i giovanissimi dagli impegni di studio, comunque li costringono ad adoperare il linguaggio scritto: è questa la tesi di un’indagine di linguistica pubblicata sul magazine britannico New Scientist, che svela – appunto – che la comunicazione istantanea come le chat o i messenger non deteriora le capacità linguistiche dei giovani, anzi le rinforza, “perché i ragazzi amano sfoggiare le proprie conoscenze quando interagiscono con gli amici in chat”.

Gli esperti, guidati dalla linguista Sali Tagliamonte dell’università di Toronto, in Canada, hanno analizzato milioni di parole scritte in chat da ragazzi tra i 15 e i 20 anni ed altrettante parole scambiate oralmente dai ragazzi, e hanno osservato che nelle chat si comunica con molta più accuratezza e rispettando le regole grammaticali e sintattiche che non nel linguaggio verbale. Sarebbe, dunque, corretta la tesi secondo cui il messaggio istantaneo non deteriora la lingua.

In pratica, ogni forma di comunicazione scritta fa bene, anche quella delle chat e degli sms in cui, come sappiamo, si utilizzano forme come “xché”, “c6″, “cmq” e così via. Interpellato, il linguista Giovanni Adamo ha spiegato che “non si tratta di una minaccia alle strutture portanti della lingua, perché già quando si incidevano segni sulla pietra, o si scriveva sulle preziose pergamene di pelle, c’era l’esienza della brevità, e questa tendenza a ridurre non ha mai intralciato profondamente il linguaggio”.

Che ne pensate? Fino ad ora studiosi e professori si erano quasi tutti scagliati contro il linguaggio usato su internet, spesso considerato pieno di errori, strafalcioni e “bestemmie lessicali”. Personalmente, anche da un mio punto di vista professionale, sono contrario a questa visione del problema, che mi sembra quasi un “contentino“. Per la serie: anche se male, basta che si scriva.

Il prof è incapace? Segnalalo su internet

È boom per i siti che permettono di scrivere valutazioni sui propri docenti
Il fenomeno esteso in tutta Europa: “Combattiamo per la meritocrazia”
I diretti interessati: “Studenti pronti a dare giudizi senza conoscerci veramente”

ROMA – Una volta c’erano le scritte nei bagni delle scuole e sui muri degli edifici; oggi, invece, per dare giudizi sui propri professori si utilizza la Rete. Una mania che, pionieri gli statunitensi con decine e decine di siti, si sta diffondendo anche in Europa e inizia a far tremare i diretti interessati: i docenti.

In Italia il sito attualmente più gettonato è VotaIlProf. it (rigorosamente in “versione beta”, cioè di prova, così come si usa ormai lanciare tutti i prodotti del Web). Si tratta di un servizio cosiddetto “social”, che permette a ogni studente di votare i propri docenti universitari (e, se non ci sono, di inserire i loro profili con tanto di foto) su voci come “comportamento all’esame”, “aggiornamento tecnologico”, “cortesia”, “disponibilità in orario di ricevimento”, “risposte via e-mail”, “presenza a lezione”. A fianco di ogni voto, gli studenti possono anche lasciare dei commenti: “Persona seria e corretta – si legge in una scheda – oltre ad essere un ottimo docente. Speriamo futuro preside”. Oppure: “Semplicemente il migliore prof che abbia mai avuto! Sempre disponibile e cortese, preparatissimo e simpatico. Magari fossero tutti come lui”.

Di certo più divertenti, ma sempre abbastanza corretti, i commenti negativi: “Da cacciare da tutte le facoltà”, si legge in una scheda; oppure: “Braccia tolte all’agricoltura”. E c’è anche chi racconta aneddoti: “Per lui – scrive un ragazzo a proposito di un docente di informatica – la sigla ‘Rgb’ rappresentava red, green e il famosissimo colore primario beige!” (‘Rgb’ è in realtà un modello di colori – rosso, verde e blu – che viene usato nel digitale per trasmettere le immagini). E ancora: “Disastroso, il peggior professore della mia carriera universitaria. Argomenti totalmente sbagliati e obsoleti. Disponibilità e affidabilità nulle, nessuno lo vede mai in facoltà”.

Nella pagina principale del sito anche due speciali classifiche: la “Top10”, cioè quella dei prof più votati, e la “Flop10”, che racchiude i docenti che piacciono di meno. “L’intento di VotaIlProf – ci spiega l’ideatore Roberto Chibbaro, 32 anni e una laurea in Giurisprudenza – è quello di costruire un database nazionale per conoscere e valutare i docenti universitari, ridimensionando, eventualmente, i pregiudizi e confermando gli elogi degli studenti. L’idea è di superare il ‘sentito dirè con l’utilizzo di un algoritmo per sviluppare uno strumento di rating serio e affidabile”.

Ma com’è nata l’idea? “Prima – continua Chibbaro – facevo l’avvocato, ma era un lavoro che non mi ha mai entusiasmato. Così con alcuni soci abbiamo deciso di aprire un quotidiano online dedicato al mondo universitario, Unimagazine. it. Poi, un giorno, l’arrivo di una strana e-mail da parte di un gruppo anonimo di docenti che, forse perché aveva apprezzato alcune nostre inchieste, ci proponeva di creare un progetto che si occupasse di meritocrazia e valutazione della didattica. L’idea ci sembrava molto interessante, e così sulla scia dello statunitense RateMyProfessor. com abbiamo creato VotaIlProf. it, online dallo scorso giugno”. Un progetto, prosegue, che “nasce dalla volontà di meritocrazia, per combattere lo schifo di favoritismi e mediocrità che c’è in Italia e cercare, in piccolo, di fermare l’inquietante fuga di cervelli verso paesi che valorizzano di più le persone.

Il sito racchiude al momento 700 schede con oltre 1.500 giudizi e riceve circa mille visite al giorno. La maggior parte degli utenti ha tra i 18 e i 21 anni e si comporta generalmente bene: basti pensare che la media generale è di sufficienza, e che l’alunno non si rivolge a noi solo per denunciare cattivi comportamenti, ma anche per testimoniare la bravura o la correttezza di questo o quel docente. “Abbiamo un codice di comportamento molto stretto – aggiunge Roberto Chibbaro – e cerchiamo di filtrare tutti i commenti che arrivano. Gli utenti stessi, non solo i professori, hanno anche la possibilità di segnalarci gli abusi”. E nel futuro? “Attualmente abbiamo avuto un’importante offerta di acquisto da un grande gruppo industriale. Ora siamo tre soci, ma la nostra speranza è quella di poter assumere del personale e creare occupazione proprio in Sicilia, dove vogliamo restare a operare”.

E i docenti, come si sentono ad essere giudicati sulla pubblica piazza virtuale? “Ci si sente male, molto male”, spiega Marco Lodoli, scrittore, giornalista e insegnante di Lettere. “È terribile per un professionista pensare di essere arrivato a una certa età e dover subire ancora processi, giudizi, valutazioni… rischiando di essere addirittura bocciato. Mi ricordo – continua – dei miei insegnanti, che umanamente erano un po’ un disastro, pieni di difetti, ma che però mi hanno cambiato la vita. Il problema, in questo caso, è che un ragazzo magari comprende l’importanza degli insegnamenti ricevuti anni e anni dopo: come la mettiamo? Già adesso i prof sono una categoria di persone tendenzialmente insicure e depresse, la foto segnaletica su internet non è il massimo. Io, insomma, la vedo ancora di più come una telecamera che ci segue in continuazione pronta a dare giudizi senza conoscerci veramente”.

Fuori dall’Italia quasi ogni paese ha uno o più siti attraverso i quali dare giudizi ai professori, liceali o universitari. Negli Stati Uniti ci sono PickAProf.com, RateMyProfessors.com e RateMyTeacher.com, molti dei quali coprono anche tutto il mondo anglofono arrivando in Canada, Inghilterra, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda. In Francia c’è Jenotemonprof.com, che punta tutto sullo “spirito di dialogo, rispetto e cambiamento”. In Germania, c’è Spickmich.de, sito molto completo dedicato a corsi e docenti di tutte le università tedesche. Tra le voci da votare, giustizia, comprensione, divertimento e sforzo dello studente per ottenere un buon voto. E addirittura è possibile commentare ogni singola lezione.

Marzo, tutti in gita scolastica. Tre milioni di studenti in viaggio

Tra le mete preferite Spagna, Praga, Sicilia e Roma. Dimezzate le visite a Napoli
Ma i docenti accusano: “Una responsabilità enorme per una paga vergognosa”

» GUARDA LA GALLERIA DELLE FOTO D’EPOCA SUI VIAGGI D’ISTRUZIONE

ROMA – I viaggi d’istruzione, le “gite”, come sono più comunemente chiamati, sono probabilmente il periodo più atteso dell’anno da parte degli studenti, felici di trascorrere un po’ di tempo fuori casa, lontano dai genitori e con i propri amici. Si tratta forse delle esperienze più importanti per i ragazzi delle scuole medie e dei licei, che in molti casi proprio grazie alla scuola iniziano ad avere un primo rapporto con il turismo e con luoghi lontani dalla propria città. Un periodo che, al contrario, non è però molto atteso da parte dei docenti, spesso sottoposti a un controllo massacrante, costretti a non dormire la notte e con paghe vergognose.

Le gite riguardano da vicino oltre il cinquanta per cento degli studenti italiani, la maggior parte dei quali si appresta a partire proprio nelle prossime settimane: marzo, infatti, sembra essere il periodo prediletto per allontanarsi per qualche giorno dalle quattro mura della propria scuola. Nel 2007 si sono mossi in media 2,7 milioni di studenti pari a un totale di circa 130mila classi, con un giro di affari che supera i 350 milioni di euro.

Le statistiche. Secondo un’indagine svolta su un campione di oltre 360 istituti scolastici superiori di secondo grado dall’Osservatorio sul turismo scolastico del Touring Club Italiano, la gita scolastica si conferma un appuntamento al quale non rinuncia oltre la metà delle classi italiane e più di due terzi degli studenti. Il periodo dell’anno in cui si concentrano maggiormente le partenze, dicevamo, è il mese di marzo (oltre la metà delle gite), cui seguono aprile, febbraio e maggio. Un dato, spiegano gli esperti del Touring, che se confrontato con quelli del 1999 fa emergere “una tendenza alla destagionalizzazione delle partenze: nel 1999, infatti, le partenze tra marzo e aprile si attestavano all’84 per cento del totale, mentre nel 2007 sono al 77,8 per cento”.

Le mete. Parigi o luoghi manzoniani? Praga o la Grecia? La meta preferita, ovviamente, rimane l’estero, con oltre il 51 per cento delle partenze e con la Spagna al primo posto tra i paesi più gettonati: lì si concentra circa un quarto dei viaggi. A seguire, Francia, Repubblica Ceca e Germania. Tra le città, preferite Barcellona, Praga, Parigi e a sorpresa da qualche anno anche Berlino. In Italia, che pure ha tante meraviglie da scoprire, la regione preferita per i viaggi è la Sicilia, seguita da Lazio, Veneto e Toscana; tra le città, a stravincere è Roma, seguita da Firenze, Venezia e Napoli. A tal proposito, quest’anno a causa dell’emergenza rifiuti in Campania a perdere turisti sarà proprio il capoluogo partenopeo: “Non sono disponibili ancora i dati definitivi – spiegano dall’Unione Industriali di Napoli – ma secondo quanto ci riferiscono le principali strutture ricettive della città durante la primavera dovremmo avere una perdita di clienti pari a circa il cinquanta per cento”.

Calabria, Molise e Abruzzo, poi, sono regioni che non sono state indicate come meta principale di un viaggio d’istruzione con pernottamento: “Un dato che ci sorprende – spiegano dal Touring Club – considerato che Calabria e Abruzzo hanno risorse ambientali coerenti con gli obiettivi didattici e formativi di un viaggio scolastico”.

Mezzi di trasporto, durata e costi del viaggio. Il mezzo di trasporto più gettonato è senza dubbio il pullman (72,6 per cento), pratico per spostarsi anche una volta arrivati a destinazione, seguito dall’aereo, utilizzato quasi esclusivamente per i viaggi all’estero. Tra le strutture ricettive l’hotel fa la parte del leone, mentre la durata media del viaggio è di 3,1 pernottamenti in Italia e 4,9 all’estero. I costi, solitamente il punto più dolente soprattutto per i genitori, lo scorso anno si sono attestati mediamente sui 267 euro per studente (nel 2005 il prezzo medio speso dagli studenti italiani era di 259 euro).

Episodi negativi. Il 17,6 per cento degli insegnanti intervistati ha segnalato che nel viaggio d’istruzione cui ha partecipato si è verificato un evento considerato negativo. Evento che si presenta più spesso nei viaggi all’estero (quasi il 20 per cento del totale) che in Italia (15,5 per cento). Gli eventi più segnalati riguardano la sistemazione alberghiera (servizio o pulizia scadenti, eccessiva distanza dal centro cittadino, isolamento), furti, infortuni agli studenti e problemi organizzativi in generale. Disguidi piccoli e grandi, che se sommati alle responsabilità che i docenti devono addossarsi per tutta la durata del viaggio, stanno portando ultimamente molti professori a negare la propria disponibilità ad accompagnare le classi in gita.

“I ragazzi ormai – spiega un docente di un liceo classico romano – intendono la gita scolastica come occasione di puro divertimento, di sballo, più che di arricchimento culturale. Capita sempre più spesso che si parta con il presupposto di non dormire la notte, e nella mia esperienza ho avuto alunni che sono stati capaci di non dormire anche per quattro notti di seguito, con il risultato che di giorno andavano in giro come ‘zombie’ senza seguire le spiegazioni. È capitato molto spesso, a me come a tanti miei altri colleghi – continua il docente – di aver dovuto soccorrere studenti ubriachi che si sono sentiti male, di essere stata richiamata e umiliata dai portieri d’albergo, di aver passato intere notti ‘in bianco’. Il tutto per cosa? Per una responsabilità di 24 ore su 24 con una diaria vergognosa e offensiva”. In effetti, facendo un po’ di ricerche non mancano racconti di alberghi che sono andati a fuoco a causa di ragazzi disattenti che fumavano nelle camere, di studenti portati all’ospedale per aver mischiato alcol e sostanze stupefacenti, di ambasciate mobilitate nel bel mezzo della notte per cercare questo o quel ragazzo “evaso” dalla finestra dell’albergo, per non parlare, ovviamente, di casi molto più gravi.

Cosa, infine, si potrebbe migliorare? Secondo la ricerca dell’Osservatorio sul turismo scolastico del Tci sicuramente la preparazione degli studenti, che in molti casi si rivela abbastanza scarsa. A seguire, le pratiche di co-finanziamento e le agevolazioni economiche per le famiglie, i rapporti con le agenzie, il numero di studenti che viaggiano insieme (spesso considerato troppo elevato). “Tra le proposte più interessanti – spiegano ancora i ricercatori – alcuni insegnanti rilevano l’opportunità di impostare il viaggio d’istruzione non solo sul ‘visitare e osservare’, ma anche sul ‘fare’, impegnando gli studenti in attività che li aiutino a prendere consapevolezza di cosa significhi un turismo responsabile e attento a non generare impatti negativi sul territorio”.

Classe turistica. Proprio a proposito del turismo scolastico, il Touring Club Italiano in collaborazione con il ministero della Pubblica Istruzione ripropone anche quest’anno il concorso “Classe turistica – Festival del Turismo scolastico”, con l’obiettivo di selezionare i migliori elaborati inviati dalle classi delle scuole secondarie di secondo grado di tutta Italia sul tema, ovviamente, del viaggio d’istruzione. Il concorso, riservato alle prime quattro classi delle scuole superiori, prevede la realizzazione di elaborati di ogni genere, dai racconti e i diari di viaggio a guide, da libri fotografici a reportage, da disegni a spot o corti cinematografici. Un appuntamento che lo scorso anno ha visto circa 700 classi iscritte, per un totale di 14mila studenti e duemila insegnanti.

I giovani della “generazione Google”? Sono impazienti e intolleranti verso il Web

→ D@di per Geekissimo.com

I giovani della “generazione Google” sono impazienti e intolleranti verso internet. Parola dello University College di Londra, che ha svolto una ricerca sull’utilizzo della rete da parte dei ragazzi di oggi. Ventenni che sicuramente si trovano a proprio agio con il computer come nessuna delle precedenti generazioni, ma che forse proprio perché si trovano troppo a proprio agio, si trovano sempre più a commettere degli errori.

È quasi ovvio che i ventenni di oggi diano “del tu” al computer molto più che i ventenni di cinque o dieci anni fa. Poi, però, se leggiamo bene tra le righe della ricerca, capiamo che utilizzare di più il computer non significa essere più inclini all’uso del computer, anzi. “Gli studenti di oggi – si legge – passano molto più tempo al computer, ma mostrano anche un’incredibile impazienza verso la ricerca e la navigazione, e tolleranza zero nei riguardi di qualsiasi ritardo o problema che impedisca loro di soddisfare entro pochi secondi i propri bisogni di ricerca”.

Il Web come sappiamo bene è una grandissima risorsa per cercare informazioni e documentarsi; sembra, invece, che soprattutto i ragazzi di oggi non si soffermino sugli articoli, ma li selezionino secondo chissà quale criterio (probabilmente quello della fretta) scegliendo solo quelli della prima pagina del motore di ricerca. Questo fenomeno l’ho notato anch’io nei confronti di tanti coetanei e ragazzi anche molto più giovani di me, che dicono di “non aver trovato niente” su internet solo perché si sono limitati a guardare la prima pagina dei risultati di Google o ad aver fatto una ricerca semplice su Wikipedia.

Mentre noto, al contrario, che molte persone in avanti con l’età che si accostano a internet, vedono il Web come un libro o come un giornale, e quindi tendono a leggere tutte le righe di tutto quello che gli capiti davanti. Ovviamente non è positivo né il primo comportamento né il secondo; ma chiaramente poi il tempo e la pratica sono gli unici maestri della navigazione e della ricerca in rete. Oggi (per altri motivi) ho visitato per lavoro una scuola elementare di Roma con una splendida aula d’informatica: la mia speranza è che insieme alle “periferiche di input e di output” i bambini e i ragazzi imparino anche come utilizzare e sfruttare al meglio la rete. Avete degli esempi da portarmi? Che ne pensate?

Gli studenti dovrebbero usare Wikipedia. Parola del suo fondatore

Gli studenti dovrebbero utilizzare l’enciclopedia online più famosa, Wikipedia. Parola del suo fondatore, Jimmy Wales, che in una conferenza a Londra ha affrontato l’annoso problema dell’affidabilità dei contributi inseriti nel sito dagli utenti.

Wikipedia, ha spiegato Wales, può essere un ottimo punto di partenza nel fare le proprie ricerche. Poi, se si vuole approfondire l’argomento, è chiaro che è necessario andare a cercare in siti o libri “più accademici”. “È come se vietate ai vostri figli di ascoltare la musica rock” ha spiegato, in un parallelismo un po’ bizzarro. “Loro la ascolteranno comunque. Ecco perché il mio consiglio a docenti ed educatori è questo: lasciate che i ragazzi imparino ad usare il sistema Wiki ed evitate di vietarglielo a priori”.

Wales ha spiegato che ovviamente le informazioni vanno prese “con le molle” e verificate anche su altri libri di testo: “Chi si limita a copiare – aveva detto qualche tempo fa – si merita un brutto voto“. Ma ha poi aggiunto che attualmente il sistema di controllo di Wikipedia si sta facendo talmente avanzato che ci si può davvero fidare.

Wales, durante la conferenza, ha anche annunciato che Wikipedia attuerà un nuovo sistema di licenze all’interno dello schema Creative Commons, che le permetterà di mettersi in linea con gli standard mondiali. Il sistema permetterà di copiare, modificare e redistribuire le informazioni, commercialmente o non-commercialmente.

Hai un blog? Aiuta uno studente

Quando si parla di aiutare gli altri ognuno di noi ha un modo tutto suo. Chi fa beneficienza donando denaro, chi donando del tempo, chi facendo sacrifici. Dal blog di Google arriva una proposta molto particolare che permetterà a tutti di aiutare semplicemente con il proprio blog.

In particolare, il tipo di aiuto è quello dedicato agli studenti e ai docenti. Esiste un sito, infatti, chiamato “Donors Choose”, che permette ai docenti di inserire online il materiale di cui avrebbe bisogno la classe per lavorare meglio (e che la scuola non può permettersi). Come si può aiutare anche solo attraverso la posta elettronica o un blog? Aprendo delle “challenges” (competizioni), una specie di raccolta fondi “condivisa” tra amici, parenti, conoscenti per raggiungere un obiettivo.

E così, ad esempio, si può scegliere di donare alla JC Nalle Elementary School di Washington delle nuove apparecchiature per studiare la topografia della città, oppure dei teli per pitturare alla Bronzeville Lighhouse CS di Chicago, e così via. Ovviamente si può partecipare anche donando uno o dieci dollari. In ogni pagina del progetto si potrà leggere il costo totale e i fondi raccolti fino a quel momento.

Anche l’Italia, forse più degli Stati Uniti, avrebbe bisogno di un servizio del genere. Se è vero che le nostre scuole elementari sono tra le migliori al mondo, sappiamo anche quanto la mancanza di fondi, soprattutto nelle aree più disagiate, non permetta ai bambini di svolgere tante attività. Non sappiamo se è possibile iscrivere una scuola italiana al progetto, ma sicuramente se qualche sviluppatore volesse creare anche da noi un sito del genere credo che farebbe davvero un grande servizio per tutta la popolazione. D’altronde, i nostri figli saranno i leader di domani.

Dagli Usa un videogame per imparare a mangiare

Quando la tecnologia e internet si mettono a servizio delle persone e dei loro problemi è sempre una bella notizia da raccontare. Negli Stati Uniti il problema dell’obesità infantile sta raggiungendo livelli record (circa il 20 per cento di tutti i ragazzi) e così la principale agenzia sanitaria del Paese ha deciso di lanciare un gioco online che possa insegnare ai bambini come nutrirsi correttamente.

Il gioco, “The Incredible Adventures of the Amazing Food Detective” (trad: le avventure incredibili del sorprendente detective del cibo) è stato progettato appositamente per i bambini tra i 9 e i 10 anni e li fa esercitare, in modo da istruirli, sulle buone regole di alimentazione. La vera novità è che invece di tenere incollati i bambini davanti al Pc per ore, però, dopo 20 minuti di tempo il gioco si disattiva, e il bambino non può più accenderlo a meno che non sia passata un’ora.

“I bambini negli Stati Uniti passano moltissimo tempo davanti alla Tv, e i messaggi che ricevono sulle abitudini alimentari sono tutti sbagliati”, ha spiegato un esperto, che ha assicurato che il gioco, scaricabile da qui e disponibile in inglese e spagnolo, ha molta più probabilità di “entrare nella testa” dei bambini che invece una lezione tradizionale.

Davvero una bella idea, a mio parere. Insegnare ai bambini (e ai ragazzi) parlando il loro stesso linguaggio è sicuramente il modo migliore per suscitare il loro interesse. E se il loro linguaggio passa da internet, computer e videogames, allora ben vengano, anche a scuola, metodi innovativi per spiegare argomenti importanti. E così, per una volta, saranno gli stessi genitori a dire: “Bambini, basta con i compiti, andate a giocare al Pc”.

Olimpiadi d'informatica, 4 medaglie all'Italia

Ho letto sul sito del quotidiano “La Stampa” che si sono concluse a Zagabria le finali internazionali delle Olimpiadi d’Informatica, riservate a studenti di età inferiore a vent’anni. Per l’Italia un buon piazzamento: i quattro ragazzi che rappresentavano il nostro Paese sono stati tutti premiati, conquistando due argenti (Matteo Boscariol, 18 anni di Montebelluna, Treviso, e Giovanni Mascellani, 17 anni di Pisa) e due bronzi (Paolo Comaschi, 17 anni di Genova e Massimo Cairo, 16 anni di Milano).

Con le medaglie conquistate a Zagabria, l’Italia porta a quota 19 il medagliere azzurro delle Olimpiadi di informatica: dodici bronzi, sei argenti e un oro. Le Olimpiadi d’Informatica, che hanno addirittura il patrocinio dell’Unesco, sono promosse in Italia dall’Aica insieme al ministero della Pubblica Istruzione. I confronti “si basano sull’abilità di risolvere problemi al computer e sono riservate agli studenti delle scuole secondarie di tutto il mondo”.

Fuori sede, casa senza ricatti. "Così proviamo ad aiutarli"

Il servizio, gratuito, mette in comunicazione studenti e proprietari d’immobili
L’ente è frutto di un accordo tra Comune, Regione e associazioni di categoria

“Così troviamo casa agli studenti fuori sede”
A Roma nasce l’Agenzia degli affitti

di DANIELE SEMERARO

ROMA – Case fatiscenti, che non rispondono alle aspettative, lontane dagli atenei, con contratti di affitto in nero e prezzi folli. Come ogni anno sta per ricominciare, per gli studenti che frequentano l’università lontano da casa e i loro genitori, la caccia all’alloggio. Innumerevoli telefonate, giri da un capo all’altro della città con in mano il fedelissimo giornale degli annunci, consultazione di bacheche e di agenzie immobiliari. Un problema comune a tutta Italia, che però diventa una vera e propria emergenza a Roma, con più di dieci università tra pubbliche e private e una popolazione studentesca di oltre 275mila persone, di cui 83mila ogni anno alla ricerca di un’abitazione.

Un’emergenza che, almeno in parte, potrebbe essere risolta grazie all'”Agenzia degli Affitti”, un’iniziativa congiunta di Regione Lazio, Comune di Roma, Laziodisu (l’Azienda regionale per il diritto allo studio) e Consorzio polifunzionale Pegaso. Si tratta di un’agenzia immobiliare riservata esclusivamente agli studenti universitari e ai proprietari che vogliono affittare la propria casa ai fuori sede. Un luogo, dunque, dove s’incrociano domanda e offerta d’immobili e dove si offrono, grazie anche alla presenza delle associazioni sindacali di proprietari immobiliari e inquilini (Uppi, Sicet, Sunia, Unifit), consulenza e informazioni in merito ai contratti di locazione. Il tutto gratuitamente.

Il funzionamento dell’Agenzia è molto semplice. Lo studente fuori sede che sta cercando casa deve fornire all’ente i propri dati anagrafici, le informazioni sul ciclo di studi (con certificato dell’università attestante l’iscrizione) e tutte le caratteristiche che la casa dovrebbe avere: distanza massima dall’università, metri quadrati, fascia di prezzo, stanza singola o doppia. Addirittura, è possibile anche specificare la necessità di servizi aggiuntivi, come l’aria condizionata, il telefono, la linea Adsl. I proprietari, dal canto loro, devono fornire una documentazione dettagliata della casa che vogliono dare in affitto, indicando il numero di stanze, il numero massimo di inquilini, l’arredamento presente, i servizi a disposizione e, ovviamente, i limiti (come ad esempio solo uomini o solo donne o solo studenti non fumatori).

Una volta inseriti nel database, sia gli studenti che i proprietari di case vengono poi ricontattati dall’Agenzia nel momento in cui viene trovata una corrispondenza. La graduatoria è stilata esclusivamente in base alla data di presentazione della domanda: non esistono, infatti, altri criteri (come ad esempio il reddito). L’agenzia, oltre a fare da intermediaria, offre anche altri servizi: grazie alla presenza in sede dei rappresentanti delle associazioni di categoria, i contratti vengono verificati uno per uno e, se necessario, viene offerta anche una consulenza di tipo legale. “Non possiamo fare ispezioni a sorpresa – spiega Claudia Zampetti, responsabile dell’Agenzia – ma in casi straordinari lo studente o il proprietario possono chiedere sopralluoghi. E se ci fossero problemi – continua – è nostra facoltà eliminare l’uno o l’altro dai database”.

L’Agenzia, lo dicevamo, accompagna studente e proprietario fino alla firma del contratto, che avviene in sede. “Ormai affittare case in nero non conviene più”, spiega un rappresentante di un’associazione di proprietari d’immobili. “Assenza di contratto – continua – significa, ad esempio, andare incontro ad anni di cause giudiziarie nel caso in cui l’inquilino sia moroso. Ora, invece, con i nuovi contratti di locazione agevolati creati ad hoc per queste esigenze, affittare una casa anche per pochi mesi diventa davvero conveniente”. In effetti, questo tipologia di affitto, ancora poco conosciuto, permette di stipulare contratti di breve durata, di rientrare nel giro di poco tempo (se ce ne fosse l’esigenza) in possesso della propria casa e, soprattutto, di ottenere numerosi vantaggi fiscali. Regolati dalla legge 431/98 e da accordi territoriali, i contratti agevolati prevedono, per i proprietari, sconti del 40,5 per cento sul canone da denunciare sulla dichiarazione dei redditi, una riduzione dell’Ici (che a Roma si attesta al 4,6 per mille) e un’imposta di registro tagliata fino al trenta per cento. La nuova tipologia prevede poi, per i genitori, anche la possibilità di dedurre dalla dichiarazione dei redditi fino al 19 per cento della spesa. Senza dimenticare che i servizi offerti dall’Agenzia sono completamente gratuiti, andando così a eliminare i costi d’intermediazione.

Nata il primo giugno (un periodo relativamente tranquillo, prima del sicuro assalto che avverrà tra fine agosto e inizio novembre), in due settimane l’Agenzia degli Affitti conta già una ventina di appartamenti per un totale di 46 posti letto e 110 studenti iscritti. Sono già in progetto la realizzazione di un portale che permetta a studenti e proprietari di case di visualizzare in tempo reale su internet la domanda e l’offerta e l’introduzione di schede di soddisfacimento, che potranno essere utilizzate come parametro ulteriore per la classificazione degli alloggi.

Attualmente l’Agenzia, che si trova in via Ostilia 38 (zona Celio), è aperta il lunedì, mercoledì e venerdì dalle 10 alle 13.30. Per informazioni si può scrivere all’indirizzo e-mail agenzia.affitti@laziodisu.it o chiamare il numero 06/49707657-8.

Violenza, la scuola è in linea

Il ministro Fioroni presenta i dati legati al numero verde e al sito a disposizione di studenti, insegnanti e genitori: 120 chiamate al giorno e 1100 contatti sul web. Poi l’attacco alla “tv cattiva maestra”

Violenza, la scuola è in linea
una telefonata “smontailbullo”

di DANIELE SEMERARO

ROMA – “Basta parlare della scuola solo in senso negativo e quando accadono episodi spiacevoli”. È l’appello lanciato dal ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni, durante la presentazione del primo bilancio dell’attività del numero verde per l’ascolto, la consulenza e la prevenzione del bullismo. Dati confortanti, che dimostrano una grande attenzione non solo da parte dei genitori, ma anche da parte di presidi e docenti, tutti in prima linea nel combattere un fenomeno che negli ultimi mesi si era fatto sempre più allarmante.

“Durante queste settimane ho ricevuto numerose richieste – spiega il ministro – di persone che volevano sapere come stesse andando il numero verde. Per i primi due mesi di vita possiamo dire che, con circa 120 chiamate al giorno, ci troviamo di fronte a un successo”. Poi accusa: “Il bullismo è un fenomeno rilevante, non si può far finta di nulla e va affrontato a tutti i livelli. Però davanti a otto milioni di studenti e un milione di docenti che ogni giorno frequentano le lezioni con successo, gli episodi di violenza e intolleranza risultano irrilevanti. Ecco perché vogliamo dire basta alla gogna mediatica alla quale ogni giorno è soggetta la scuola: non lo meritiamo. Non vogliamo nascondere i problemi – aggiunge – ma oggi possiamo dire di non avere più paura, di avere assunto una nuova consapevolezza. La cosa importante è che ci sia un sempre più stretto rapporto tra scuola e famiglia, in modo da affrontare insieme i problemi”.

Fioroni affronta poi il tema del cattivo esempio che viene dalla televisione: “I ragazzi restano a scuola per cinque ore, durante le quali ricevono buoni esempi. Poi, però, per il resto della giornata la trascorrono a casa, davanti ai videogiochi o alla televisione. E se lì viene a mancare la presenza di un genitore, ecco che vengono attirati dalla violenza o da programmi pieni di esempi negativi. Ecco perché – aggiunge – ho apprezzato le dichiarazioni di Petruccioli, il presidente della Rai che a partire dal prossimo anno vorrebbe eliminare i reality show dai palinsesti”.

I dati forniti dal ministero fanno trapelare un interesse sempre maggiore nei confronti di un fenomeno preoccupante: “4.437 telefonate dal 5 febbraio al 27 marzo (circa 120 al giorno) al numero verde per la prevenzione e la lotta al bullismo 800.66.96.96 e 1100 contatti al giorno al sito internet www.smontailbullo.it sono sicuramente un ottimo risultato dell’attività svolta fino ad ora”, sottolinea Laura Volpini, docente dell’università “La Sapienza” di Roma e responsabile scientifico del progetto. Per quanto riguarda le chiamate, il 37,5 per cento arriva dai genitori, il 31,4 per cento dagli insegnanti (segno che la scuola ha preso coscienza della gravità del fenomeno), il 23,2 dagli studenti (si tratta soprattutto di vittime che per la prima volta confessano i propri problemi) e il 7,9 da altro personale scolastico.

Il dato più allarmante, e sicuramente nuovo, è che la maggior parte degli episodi di bullismo avvengono nella scuola secondaria di primo grado o, addirittura, nella scuola primaria, con un importante decremento man mano che cresce l’età e che si passa a un grado superiore d’istruzione.

Le vittime di solito sono ragazzi o ragazze che vengono percepiti come vulnerabili per caratteristiche di tipo psicologico (timidi, pochi amici), psicofisico e psicopatologico (handicap), etnico e sociale (non vestono abiti firmati). I maschi sono coloro che vengono maggiormente presi di mira, così come maschi sono i cosiddetti “bulli”. Tra le conseguenze (ma anche tra i sintomi forti di disagio) ansia, insicurezza, crisi di pianto, tic nervosi, mal di pancia, isolamento, calo del rendimento scolastico, paura di parlare con i compagni, rinuncia alle attività extra-scolastiche.

Il call center è costituito da 10 postazioni d’ascolto seguite da esperti in psicologia giuridica e della devianza giovanile che lavorano in collaborazione con il personale del ministero della Pubblica Istruzione, con le associazioni di genitori, di insegnanti e di studenti ed è aperto tutti i giorni dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 19. Tra i testimonial della giornata, oltre a Giuseppe Rosario Esposito, il ragazzo dell’Istituto tecnico industriale “Gadda” di Napoli che il mese scorso scrisse una lettera aperta contro il bullismo a Repubblica.it, anche una delegazione della scuola “Spedalieri” di Catania: “La scuola ha tante responsabilità, è vero – ha spiegato una studentessa – ma possiamo dire a gran voce che la maggior parte dei professori è in grado di trasmettere i giusti valori. Basta studiare in maniera più umana: la letteratura e la filosofia hanno in sé i valori di cui la nostra società ha bisogno”.

Tra le novità per combattere il bullismo anche la firma di una dichiarazione d’intenti con l’Aesvi (Associazione degli editori di software videoludico), “con l’obiettivo di collaborare a una più diffusa conoscenza del codice Pegi che prevede una serie di icone informative sul contenuto dei videogiochi e sull’età sconsigliata” e la crescente collaborazione con la Polizia postale per un costante monitoraggio della rete internet e nella prevenzione e repressioni dei reati.

L'arteterapia contro il bullismo. "Scommettiamo sulla fantasia"

Gli esperti del settore si confrontano in un convegno a Vicenza. L’uso delle nuove
tecniche per arginare i fenomeni della devianza giovanile: “Sfruttiamo l’immaginazione”

L’arteterapia contro il bullismo
“Proviamo a curarli con la fantasia”

di DANIELE SEMERARO

ROMA – C’è chi, come accade nelle scuole dello stato australiano di Victoria, per combattere il bullismo decide di impedire a tutti gli studenti di utilizzare YouTube, il più grande contenitore multimediale della rete, proprio quello nel quale sono andati a finire molti dei video girati anche nelle classi italiane. E chi, invece, da oltre vent’anni crede che per combattere i fenomeni di devianza giovanile si debba “cambiare musica”, cercando di parlare la stessa lingua dei giovani. Sono gli esperti di arteterapia, una vera e propria disciplina che utilizza i materiali, le tecniche e i criteri di decodifica dell’arte visuale per individuare e gestire al meglio il mondo emozionale della persona, con particolare attenzione alle problematiche del disagio psicologico e sociale.

Di disagio giovanile e arteterapia si parla questa mattina in un convegno organizzato alla Fiera di Vicenza che ripercorre tutte le problematiche della deviazione, dal bullismo all’anoressia, dal graffitismo alla pornografia e all’interno del quale intervengono medici, psicologi e psicoterapeuti. “Quello che da diversi anni stiamo cercando di fare – spiega Achille De Gregorio, direttore di ArTea (ArteTerapeuti Associati) e docente all’università di Milano – è capire cosa avviene nella testa del bullo, cosa condiziona e veicola la vita psichica del minore”. È indubbio che gli avvenimenti degli ultimi mesi, dai pestaggi agli stupri filmati col telefonino e poi pubblicati su internet, sono frutto di un’educazione contraddittoria e di una società problematica, con una famiglia che è cambiata e un mondo della scuola sempre più demotivato.

L’arteterapia, però, ha una visione differente della delinquenza e della criminalità giovanile, spiega De Gregorio: “Non vogliamo essere moralisti e nell’approccio con un ragazzo problematico crediamo che egli sia stufo di sentirsi dire cosa deve fare. Probabilmente avrà parlato, oltre che con i genitori, con psicologi, insegnanti, educatori. Noi, invece, cerchiamo un canale diverso, nuovo e probabilmente privilegiato, che è quello delle immagini”. Attenzione, però: l’arteterapia non va a mettere in contatto il ragazzo con l’arte dei musei, bensì con quella che gli è più vicina, dalla computergrafica alla pop-art, passando per la musica rap, i graffiti o anche i più tradizionali matite e pennarelli, andando a creare dei percorsi terapeutici che possono durare anche diversi anni e che, nella maggior parte dei casi, danno i loro frutti.

“È un lavoro psicosociale – continua De Gregorio – e non somministriamo né farmaci né diamo consigli. Cerchiamo invece, con questo canale privilegiato, di parlare la loro stessa lingua, di diventare complici. Alcuni anni fa con il ministero della Giustizia abbiamo mandato avanti un progetto che ha coinvolto due carceri e oltre trecento detenuti, e abbiamo ottenuto ottimi risultati proprio grazie a questa capacità delle immagini di poter bypassare la parola”

Parlando di bullismo, gli arteterapeuti hanno una sicurezza: basta con le dicerie comuni. Non è vero che di solito il bullo è figlio d’immigrati oppure che ha il papà alcolizzato, sono aspetti superati. La maggior parte dei comportamenti di devianza avrebbero invece a che fare con il desiderio: desiderio di farsi una carriera, di far soldi, di avere la macchina potente, di fare sesso. Quello dei “bulli”, insomma, è un agire che ha a che fare con i modelli d’identificazione proposti dalla società violenta, dalle mode, dai soldi facili, dal sesso pubblicizzato, dal bisogno di videofilmarsi.

È il desiderio, insomma, che spinge a forzature, e ultimamente i desideri dei giovani sono cambiati, così come la loro immaginazione. Ed ecco, appunto, che l’arteterapia cerca di lavorare proprio sull’immaginazione, sulle fantasticherie, su quello che passa per la mente al ragazzo. È come se si cercasse di fare luce su aspetti diversi, al di là degli aspetti sociali e di quelli dell’immigrazione. In modo pratico, di solito si incomincia con incontri individuali o di un piccolo gruppo. Si cercano dapprima i materiali e gli aspetti dell’arte intriganti per ogni singola persona: è il momento più delicato e importante, nel quale si crea un’empatia e un’alleanza basata sulla creatività.

Nelle sedute successive si cerca di dare al paziente spazio, lasciandolo da solo davanti a un foglio con i pennarelli o con una bomboletta spray e si vede in che modo reagisce, cercando poi di lavorare su ciò che emerge. Si fa in modo, insomma, di avvicinare il giovane all’immagine analizzandone la qualità simbolica e psicologica, proponendo poi percorsi di tranquillità o emancipazione. “È un’attività senza sconfitte: i giovani non scappano mai quando c’è da disegnare”.

In italia esistono cinque grosse associazioni che si occupano dell’arteterapia, che è una competenza in più che si studia solitamente dopo la laurea e si abbina a una professione esistente. La maggior parte degli studiosi sono neolaureati oppure educatori, psicologi, fisioterapisti, medici.