Dall’università di Pisa uno studio innovativo per evitare gli ingorghi sulla rete

Quando progetti e studi italiani raggiungono l’eccellenza e suscitano clamore nel mondo scientifico internazionale è sempre un piacere parlarne. Accade all’università di Pisa, dove uno studio coordinato dal professor Stefano Giordano (docente di Telecomunicazioni del dipartimento di Ingegneria dell’informazione) è stato premiato nel corso dell’International Conference on Communications 2008 di Pechino. Lo studio è tutto incentrato ad avverare il sogno di ogni operatore di rete. Quale? La possibilità di “saltare gli ingorghi telematici della rete nel trasferimento dei dati, stimando i punti critici dei sistemi trasmissivi”.

Il lavoro dell’équipe toscana è stato scelto come “Best paper awards” insieme al altri dieci progetti tra oltre tremila lavori presentati nel corso del congresso delle telecomunicazioni organizzato dall’Institute of Electrical and Electronic Engineers. Focus del lavoro, dunque, la possibilità di riuscire a stimare i punti critici dei sistemi trasmissivi saltando le informazioni di network management degli apparati della rete stessa.

Lo studio, spiegano dall’ateneo toscano, è intitolato “PingPair: a lightweight tool for measurement noise free path capacity estimation“, ovvero “come fare la Tac alla rete e individuare i suoi punti malati studiandola, per così dire, dall’esterno e senza avere accesso alla stanza dei bottoni”. Si tratta di un importante progetto: conoscere i punti critici della rete, infatti, equivale a regolare il traffico in maniera ottimale, il che per gli operatori “può significare servizi migliori e in crescita, un numero maggiore di clienti, riduzione di costi legati alla gestione delle problematiche tecniche, fatturati in lievitazione”.

“Fissato un percorso di rete – ha spiegato il professor Giordano – è di grande interesse per gli operatori riuscire a stimare il punto più strozzato, senza naturalmente poter confidare su informazioni di network management degli apparati della rete stessa”. Complimenti dunque al team di lavoro dell’università di Pisa; come sempre vi terremo informati sugli sviluppi di questa interessantissima tecnologia.

Due università inglesi e una irlandese pubblicheranno gratuitamente le lezioni su iTunes

→ D@di per Downloadblog.it

Due università britanniche (lo University College London e l’Open University) e una irlandese (il Trinity College di Dublino) renderanno le loro lezioni scaricabili gratuitamente via podcast da iTunes, permettendo così agli studenti (ma non solo) di seguire gli studi comodamente da casa. Si tratta delle prime tre università europee che hanno deciso di sfruttare la piattaforma di Apple “iTunes U” per la distribuzione del materiale didattico (qui un video dimostrativo).

Prima di loro, molte università americane tra cui Yale, Stanford, il Mit, Harvard e Berkeley. La Ucl, in particolare, renderà inizialmente disponibili i materiali relativi ai corsi di neuroscienza.

Il Trinity College metterà invece online le lezioni del giornalista Seymour Hersh, dello scienziato Robert Winston, della scrittrice Anita Desai e del politico Alex Salmond. La Open University, infine, pubblicherà 300 file audio/video assortiti tra tutti i corsi dell’ateneo.

Non so come la pensiate, ma di certo mettere online le lezioni universitarie aiuterebbe non solo la condivisione della conoscenza (uno studente italiano, ad esempio, potrebbe approfondire una materia seguendo, oltre alle lezioni della propria università, anche quelle che si tengono in Inghilterra) ma anche la vita pratica di tutti i giorni degli studenti, che riuscirebbero a non saltare le lezioni quando sono malati o quando sono fuori città.

Per quanto riguarda, invece, gli atenei italiani, si attende la localizzazione di iTunes U in altre lingue diverse dall’inglese.

Sbarca anche in Italia Europocket Tv

→ D@di per Downloadblog.it

La provincia di Pesaro-Urbino e la regione Lazio hanno siglato un protocollo d’intesa per dare il via alla versione italiana della web-tv Europocket Tv. Si tratta del primo “canale multimediale giovanile”, nato nel 2006 con il sostegno del Parlamento europeo, che si rivolge ai ragazzi con contenuti interattivi e formati originali.

Tra le proposte del palinsesto, notiziari su temi comunitari, magazine audiovisivi e contributi video inviati dagli utenti (visto che ora va tanto di moda). In seguito a quest’accordo, la programmazione internazionale sarà integrata dall’edizione italiana.

Secondo i promotori dell’inziativa, “Europocket Tv offre ai ragazzi un nuovo modo per seguire l’attualità europea ed esprimere il loro punto di vista su temi di vario genere”, dalle elezioni in Serbia al dialogo multiculturale, dalla musica alle diversità linguistiche.

Chat e sms non fanno male al linguaggio dei ragazzi

→ D@di per Geekissimo.com

Chi l’ha detto che il linguaggio delle chat e degli sms è controproducente per i ragazzi? Se è vero che distolgono i giovanissimi dagli impegni di studio, comunque li costringono ad adoperare il linguaggio scritto: è questa la tesi di un’indagine di linguistica pubblicata sul magazine britannico New Scientist, che svela – appunto – che la comunicazione istantanea come le chat o i messenger non deteriora le capacità linguistiche dei giovani, anzi le rinforza, “perché i ragazzi amano sfoggiare le proprie conoscenze quando interagiscono con gli amici in chat”.

Gli esperti, guidati dalla linguista Sali Tagliamonte dell’università di Toronto, in Canada, hanno analizzato milioni di parole scritte in chat da ragazzi tra i 15 e i 20 anni ed altrettante parole scambiate oralmente dai ragazzi, e hanno osservato che nelle chat si comunica con molta più accuratezza e rispettando le regole grammaticali e sintattiche che non nel linguaggio verbale. Sarebbe, dunque, corretta la tesi secondo cui il messaggio istantaneo non deteriora la lingua.

In pratica, ogni forma di comunicazione scritta fa bene, anche quella delle chat e degli sms in cui, come sappiamo, si utilizzano forme come “xché”, “c6″, “cmq” e così via. Interpellato, il linguista Giovanni Adamo ha spiegato che “non si tratta di una minaccia alle strutture portanti della lingua, perché già quando si incidevano segni sulla pietra, o si scriveva sulle preziose pergamene di pelle, c’era l’esienza della brevità, e questa tendenza a ridurre non ha mai intralciato profondamente il linguaggio”.

Che ne pensate? Fino ad ora studiosi e professori si erano quasi tutti scagliati contro il linguaggio usato su internet, spesso considerato pieno di errori, strafalcioni e “bestemmie lessicali”. Personalmente, anche da un mio punto di vista professionale, sono contrario a questa visione del problema, che mi sembra quasi un “contentino“. Per la serie: anche se male, basta che si scriva.

Usa, rubati (altri) due milioni di dati medici

→ D@di per Downloadblog.it

Ennesimo furto d’identità negli Stati Uniti. Questa volta siamo alle prese con il furto di due milioni di dati medici e sanitari avvenuto nella facoltà di Medicina dell’università di Miami. Secondo una prima ricostruzione sei nastri magnetici utilizzati per il backup sarebbero stati rubati a marzo (ma la notizia è uscita solo qualche giorno fa) da un camion che li stava trasportando da un edificio all’altro.

Secondo quanto riferito da Jaqueline Menedez, vice-responsabile delle comunicazioni dell’ateneo, il veicolo della società Archive America Ltd. è stato letteralmente assaltato da un gruppo di ladri (un po’ come succede, di solito, per i furgoncini blindati) ben organizzati che sono andati dritti all’obiettivo, rubando solo le valigette che contenevano i sei nastri.

Le autorità universitarie hanno rassicurato che non trasporteranno più, per il momento, nastri di backup fin quando la situazione non sarà chiarita. Ma perché è così grave che siano stati rubati dei dati medici?

Perché purtroppo, all’interno c’erano nomi, cognomi, indirizzi, numeri di telefono, numeri di sicurezza sociale e informazioni sulla salute dei pazienti ricoverati nella struttura dal 1999 ad oggi; inoltre, c’erano anche informazioni finanziarie (assicurazione, carta di credito, reddito, etc) di circa 47mila (!) pazienti.

Queste informazioni potrebbero essere utilizzate in molte maniere, dal fare pubblicità ai medicinali fino all’utilizzo dei numeri di carta di credito per frodi online. In ogni caso, spiegano gli esperti, i nastri di backup sono protetti da algoritmi di compressione difficili da decifrare, e nel frattempo tutti i pazienti sono stati avvertiti, in modo da bloccare le proprie carte di credito e sporgere denuncia.

E pensare che la pratica di trasportare fuori dall’università i nastri di backup è stata intrapresa già da qualche tempo per evitare che questi venissero distrutti a causa di disastri naturali come uragani, terremoti e incendi.

Le carte private di Darwin diventano gratuite e digitali

→ D@di per Downloadblog.it

Quando è possibile ci piace parlare di iniziative volte a sfruttare il Web per la diffusione della cultura e per supportare lo studio di migliaia di persone in tutto il mondo.

Da qualche giorno le carte private di Darwin, una delle figure più importanti ed emblematiche della scienza moderna, sono disponibili online in modo gratuito.Il progetto, chiamato “Darwin Online Project” ha portato alla pubblicazione su internet di più di 90mila pagine tra fotografie, scritti privati, sketch, esperimenti, incluse le prime bozze della Teoria dell’Evoluzione.

In passato erano stati già pubblicate delle trascrizioni di questi documenti, ma ora è la prima volta che i manoscritti originali sono resi disponibili gratuitamente al pubblico, e consultare queste opere nella loro versione originale sicuramente per studenti e studiosi è un ottimo punto di partenza per approfondire lo studio e, soprattutto, per toccare con mano quello che si sta studiando.

Non è tutto, perché oltre agli scritti sull’origine della vita e la teoria dell’Evoluzione, è possibile anche esplorare parte della vita privata di Darwin: sono infatti disponibili online anche alcune lettere che l’uomo di scienza scrisse alla moglie Emma, da riflessioni sul destino a ricette di cucina.

A New York cellulari vietati a scuola; in Austria vietati anche sui mezzi pubblici

→ D@di per Geekissimo.com

Dopo aver discusso, la scorsa settimana, dell’opportunità o meno di togliere internet dalle aule universitarie, ecco che sulla stessa scia stanno facendo discutere due notizie: una arriva da New York, l’altra dall’Austria. E in tutti e due i casi si tratta di telefonia mobile.

La prima notizia, dicevamo, arriva da New York, dove la Corte Suprema ha deciso che in tutte le scuole pubbliche saranno banditi i cellulari. Una decisione che preoccupa, più che gli studenti, soprattutto i genitori, che tramite il cellulare potevano controllare i movimenti dei figli ed essere avvisati in caso di emergenza, soprattutto nel tragitto casa-scuola. Secondo il tribunale, però, i cellulari ultimamente sono talmente diffusi che vengono usati per copiare nei compiti, come strumento di intimidazione e per mettere su YouTube video di diversa natura.

L’altra notizia, ancora più incredibile, arriva da Graz, in Austria, dove il sindaco ha deciso di bandire le telefonate dai mezzi pubblici. Non solo sarà multato chi viene sropreso a parlare ad alta voce al telefonino, ma anche chi ha una suoneria molto alta. Tra l’altro un’azione del genere era stata tentata già a Stoccolma, ma poi era miseramente fallita (d’altronde, chi dovrebbe controllare tutti i passeggeri di tutti gli autobus e tram cittadini?).

Si tratta, a mio avviso, di due leggi molto controverse. La prima di sicuro è fatta per il bene degli alunni (che in questo modo non si distraggono e non cadono in tentazioni di varia natura) ma rischia di far precipitare in un baratro di preoccupazione mamme e papà del ventunesimo secolo. La seconda appare, a mio avviso, ancora più incredibile: tra l’altro, lo cito come esperienza personale, l’autobus (a Roma le distanze sono enormi) è uno dei posti in cui faccio più telefonate, magari per sentire amici o colleghi lontani, perché sfrutto un momento in cui non è possibile fare molto altro. L’importante, come in tutte le cose, è non esagerare e non parlare ad alta voce. Che ne pensate? Avete qualche aneddoto simpatico, in merito, da raccontare?

Togliere i collegamenti a internet dalle aule universitarie? Di certo non aumenterà l’interesse degli studenti nei confronti delle lezioni

Nella maggior parte delle università italiane, ormai, sono presenti reti Wi-Fi gratuite per gli studenti, che permettono loro di collegarsi a internet, controllare la posta e fare ricerche da qualsiasi luogo (o quasi) dell’ateneo. Ma cosa succede se gli studenti iniziano ad usare internet per chattare, scaricare musica o guardare siti che poco c’entrano con le materie che stanno studiando? E – ancora – come si dovrebbero comportare le università se scoprissero che questo avviene anche durante le ore di lezione, mentre il professore spiega?

È il dilemma che ci viene dopo aver letto la notizia che il preside della facoltà di Giurisprudenza dell’università di Chicago, negli Stati Uniti, ha deciso di bloccare l’accesso a internet nelle aule durante le ore di lezione, perché gli studenti si distraggono troppo. La norma è al momento sperimentale, e sta suscitando, ovviamente, molto clamore in ateneo.. Il problema, spiegano i vertici dell’università, è che non solo si distrae chi usa internet per scopi personali, ma anche coloro che gli siedono dietro, che magari sono tentati dal guardare lo schermo.

Molti professori (e anche studenti) hanno applaudito alla nuova legge; altri, invece, si sono scagliati contro: “I ragazzi di oggi – spiega un docente – sono esperti in multitasking, e fanno mille cose insieme pur riuscendo a seguirle tutte. Tra l’altro – continua – se gli studenti dovessero distrarsi probabilmente non è colpa di internet, ma dei docenti e delle lezioni che sono poco accattivanti“. Secondo altri, invece, la distrazione dovuta a internet è molto peggiore di chi – succede da sempre – si addormenta o si fa gli affari suoi, perché distrae anche gli altri.

Ovviamente la norma può benissimo essere infranta: basti pensare alle connessioni tramite palmare o cellulare che non possono essere controllate dall’università. E poi fatta la legge, trovato l’inganno: in molti aprono decine e decine di pagine Web interessanti prima dell’inizio della lezione; poi, quando internet viene “staccata”, hanno il tempo di leggerle con calma. O al massimo possono giocare a solitario, mettere in ordine la propria galleria fotografica e così via. Sono molto curioso di sapere qual è la situazione nelle università italiane, soprattutto nelle facoltà che richiedono l’uso del computer portatile: come si comportano gli studenti? Si distraggono? E i professori? Come reagiscono?

Il prof è incapace? Segnalalo su internet

È boom per i siti che permettono di scrivere valutazioni sui propri docenti
Il fenomeno esteso in tutta Europa: “Combattiamo per la meritocrazia”
I diretti interessati: “Studenti pronti a dare giudizi senza conoscerci veramente”

ROMA – Una volta c’erano le scritte nei bagni delle scuole e sui muri degli edifici; oggi, invece, per dare giudizi sui propri professori si utilizza la Rete. Una mania che, pionieri gli statunitensi con decine e decine di siti, si sta diffondendo anche in Europa e inizia a far tremare i diretti interessati: i docenti.

In Italia il sito attualmente più gettonato è VotaIlProf. it (rigorosamente in “versione beta”, cioè di prova, così come si usa ormai lanciare tutti i prodotti del Web). Si tratta di un servizio cosiddetto “social”, che permette a ogni studente di votare i propri docenti universitari (e, se non ci sono, di inserire i loro profili con tanto di foto) su voci come “comportamento all’esame”, “aggiornamento tecnologico”, “cortesia”, “disponibilità in orario di ricevimento”, “risposte via e-mail”, “presenza a lezione”. A fianco di ogni voto, gli studenti possono anche lasciare dei commenti: “Persona seria e corretta – si legge in una scheda – oltre ad essere un ottimo docente. Speriamo futuro preside”. Oppure: “Semplicemente il migliore prof che abbia mai avuto! Sempre disponibile e cortese, preparatissimo e simpatico. Magari fossero tutti come lui”.

Di certo più divertenti, ma sempre abbastanza corretti, i commenti negativi: “Da cacciare da tutte le facoltà”, si legge in una scheda; oppure: “Braccia tolte all’agricoltura”. E c’è anche chi racconta aneddoti: “Per lui – scrive un ragazzo a proposito di un docente di informatica – la sigla ‘Rgb’ rappresentava red, green e il famosissimo colore primario beige!” (‘Rgb’ è in realtà un modello di colori – rosso, verde e blu – che viene usato nel digitale per trasmettere le immagini). E ancora: “Disastroso, il peggior professore della mia carriera universitaria. Argomenti totalmente sbagliati e obsoleti. Disponibilità e affidabilità nulle, nessuno lo vede mai in facoltà”.

Nella pagina principale del sito anche due speciali classifiche: la “Top10”, cioè quella dei prof più votati, e la “Flop10”, che racchiude i docenti che piacciono di meno. “L’intento di VotaIlProf – ci spiega l’ideatore Roberto Chibbaro, 32 anni e una laurea in Giurisprudenza – è quello di costruire un database nazionale per conoscere e valutare i docenti universitari, ridimensionando, eventualmente, i pregiudizi e confermando gli elogi degli studenti. L’idea è di superare il ‘sentito dirè con l’utilizzo di un algoritmo per sviluppare uno strumento di rating serio e affidabile”.

Ma com’è nata l’idea? “Prima – continua Chibbaro – facevo l’avvocato, ma era un lavoro che non mi ha mai entusiasmato. Così con alcuni soci abbiamo deciso di aprire un quotidiano online dedicato al mondo universitario, Unimagazine. it. Poi, un giorno, l’arrivo di una strana e-mail da parte di un gruppo anonimo di docenti che, forse perché aveva apprezzato alcune nostre inchieste, ci proponeva di creare un progetto che si occupasse di meritocrazia e valutazione della didattica. L’idea ci sembrava molto interessante, e così sulla scia dello statunitense RateMyProfessor. com abbiamo creato VotaIlProf. it, online dallo scorso giugno”. Un progetto, prosegue, che “nasce dalla volontà di meritocrazia, per combattere lo schifo di favoritismi e mediocrità che c’è in Italia e cercare, in piccolo, di fermare l’inquietante fuga di cervelli verso paesi che valorizzano di più le persone.

Il sito racchiude al momento 700 schede con oltre 1.500 giudizi e riceve circa mille visite al giorno. La maggior parte degli utenti ha tra i 18 e i 21 anni e si comporta generalmente bene: basti pensare che la media generale è di sufficienza, e che l’alunno non si rivolge a noi solo per denunciare cattivi comportamenti, ma anche per testimoniare la bravura o la correttezza di questo o quel docente. “Abbiamo un codice di comportamento molto stretto – aggiunge Roberto Chibbaro – e cerchiamo di filtrare tutti i commenti che arrivano. Gli utenti stessi, non solo i professori, hanno anche la possibilità di segnalarci gli abusi”. E nel futuro? “Attualmente abbiamo avuto un’importante offerta di acquisto da un grande gruppo industriale. Ora siamo tre soci, ma la nostra speranza è quella di poter assumere del personale e creare occupazione proprio in Sicilia, dove vogliamo restare a operare”.

E i docenti, come si sentono ad essere giudicati sulla pubblica piazza virtuale? “Ci si sente male, molto male”, spiega Marco Lodoli, scrittore, giornalista e insegnante di Lettere. “È terribile per un professionista pensare di essere arrivato a una certa età e dover subire ancora processi, giudizi, valutazioni… rischiando di essere addirittura bocciato. Mi ricordo – continua – dei miei insegnanti, che umanamente erano un po’ un disastro, pieni di difetti, ma che però mi hanno cambiato la vita. Il problema, in questo caso, è che un ragazzo magari comprende l’importanza degli insegnamenti ricevuti anni e anni dopo: come la mettiamo? Già adesso i prof sono una categoria di persone tendenzialmente insicure e depresse, la foto segnaletica su internet non è il massimo. Io, insomma, la vedo ancora di più come una telecamera che ci segue in continuazione pronta a dare giudizi senza conoscerci veramente”.

Fuori dall’Italia quasi ogni paese ha uno o più siti attraverso i quali dare giudizi ai professori, liceali o universitari. Negli Stati Uniti ci sono PickAProf.com, RateMyProfessors.com e RateMyTeacher.com, molti dei quali coprono anche tutto il mondo anglofono arrivando in Canada, Inghilterra, Irlanda, Australia e Nuova Zelanda. In Francia c’è Jenotemonprof.com, che punta tutto sullo “spirito di dialogo, rispetto e cambiamento”. In Germania, c’è Spickmich.de, sito molto completo dedicato a corsi e docenti di tutte le università tedesche. Tra le voci da votare, giustizia, comprensione, divertimento e sforzo dello studente per ottenere un buon voto. E addirittura è possibile commentare ogni singola lezione.

Usa, un cracker attacca Harvard

→ D@di per Downloadblog.it

L’università di Harvard, una delle più prestigiose del mondo, ha messo in guardia i propri studenti per una falla nei sistemi di sicurezza che avrebbe permesso a un cracker di accedere ai dati personali di oltre 10mila tra studenti, docenti e altro personale che lavora all’interno dell’ateneo.

Il “fattaccio” è accaduto il mese scorso, ma ne è stata data notizia soltanto oggi. Il cracker sarebbe riuscito a penetrare un server della Graduate School of Arts and Sciences, riuscendo a rubare, tra le altre cose, oltre 6.600 numeri di sicurezza sociale, il codice personale simile al notro codice fiscale rilasciato dal governo americano.

Da una prima analisi non erano emersi particolari problemi; solo in un secondo momento l’ateneo ha fatto retromarcia, ammettendo di aver perso un’enorme quantità di dati.

L’università ha promesso che metterà a disposizione gratuitamente delle vittime un sistema di gestione dei dati contro i furti d’identità e offrirà un monitoraggio gratuito delle loro finanze.

Arrivederci, professore

Si è spento oggi Francesco Mattioli, il mio professore di Giornalismo radiofonico all’università e alla scuola di giornalismo “Lumsa News”.

Nato a Genova nel 1938, per oltre 40 anni ha lavorato nei telegiornali della Rai, per i quali è stato corrispondente da New York e Mosca.

I funerali si svolgeranno venerdì mattina alle 11.30 presso la chiesa Santa Maria del Popolo in piazza del Popolo in Roma.

Io vorrei ricordarlo semplicemente così:

Le trasmissioni di Radio Uno proseguono ora a diffusione locale con il giornale radio trasmesso dalle sedi regionali della Rai.

I giovani della “generazione Google”? Sono impazienti e intolleranti verso il Web

→ D@di per Geekissimo.com

I giovani della “generazione Google” sono impazienti e intolleranti verso internet. Parola dello University College di Londra, che ha svolto una ricerca sull’utilizzo della rete da parte dei ragazzi di oggi. Ventenni che sicuramente si trovano a proprio agio con il computer come nessuna delle precedenti generazioni, ma che forse proprio perché si trovano troppo a proprio agio, si trovano sempre più a commettere degli errori.

È quasi ovvio che i ventenni di oggi diano “del tu” al computer molto più che i ventenni di cinque o dieci anni fa. Poi, però, se leggiamo bene tra le righe della ricerca, capiamo che utilizzare di più il computer non significa essere più inclini all’uso del computer, anzi. “Gli studenti di oggi – si legge – passano molto più tempo al computer, ma mostrano anche un’incredibile impazienza verso la ricerca e la navigazione, e tolleranza zero nei riguardi di qualsiasi ritardo o problema che impedisca loro di soddisfare entro pochi secondi i propri bisogni di ricerca”.

Il Web come sappiamo bene è una grandissima risorsa per cercare informazioni e documentarsi; sembra, invece, che soprattutto i ragazzi di oggi non si soffermino sugli articoli, ma li selezionino secondo chissà quale criterio (probabilmente quello della fretta) scegliendo solo quelli della prima pagina del motore di ricerca. Questo fenomeno l’ho notato anch’io nei confronti di tanti coetanei e ragazzi anche molto più giovani di me, che dicono di “non aver trovato niente” su internet solo perché si sono limitati a guardare la prima pagina dei risultati di Google o ad aver fatto una ricerca semplice su Wikipedia.

Mentre noto, al contrario, che molte persone in avanti con l’età che si accostano a internet, vedono il Web come un libro o come un giornale, e quindi tendono a leggere tutte le righe di tutto quello che gli capiti davanti. Ovviamente non è positivo né il primo comportamento né il secondo; ma chiaramente poi il tempo e la pratica sono gli unici maestri della navigazione e della ricerca in rete. Oggi (per altri motivi) ho visitato per lavoro una scuola elementare di Roma con una splendida aula d’informatica: la mia speranza è che insieme alle “periferiche di input e di output” i bambini e i ragazzi imparino anche come utilizzare e sfruttare al meglio la rete. Avete degli esempi da portarmi? Che ne pensate?

“Volete usare Google o Wikipedia? Allora non frequentate il mio corso”. Parola di docente

“Servizi come Wikipedia e Google sembrano vogliano togliere il lavoro a noi docenti. Per questo se volete usarli, non frequentate le mie lezioni“. Suona più o meno così l’ultimatum dato da Tara Brabazon, docente all’università di Brighton, ai propri studenti, troppo abituati secondo lei a consultare la rete, senza approfondire, quando si tratta di studiare. Eliminare dalle nostre vite (o da quelle degli studenti) le ricerche su internet o sui wiki mi sembra al giorno d’oggi una cosa impossibile. Eppure la professoressa Brabazon non è l’unica a pensarla così: capita ormai sempre più spesso che specialisti di un determinato settore (come possono essere i docenti di storia, leteratura, scienze e così via) vedono il Web come uno spazio aperto e infinito con troppe variabili e troppo pericolo di perdere la bussola.

Per questo, probabilmente, dopo aver speso anni e anni sui libri preferiscono i buoni e vecchi metodi d’insegnamento e apprendimento più che quelli nuovi e ufficialmente “non approvati” dagli enti universitari. Ciò che probabilmente dovrebbero capire, invece, è che i processi di insegnamento e la condivisione di conoscenza si stanno espandendo senza limiti dalla nascita del World Wide Web, con un conseguente enorme afflusso di dati sui computer degli utenti. Sta divenando abbastanza impossibile, quindi, da parte degli studenti accettare quello che chiede la professoressa, senza se e senza ma.

Wikipedia, ad esempio, non è da demonizzare, perché è vero che molti termini non sono esatti al 100 per cento e possono essere di parte, ma è sempre un ottimo punto di partenza per le proprie ricerche e per i propri approfondimenti. Per citare quello che dicono in continuazione alcuni, “è un ottimo esperimento democratico e sociale fatto interamente dagli esseri umani, e così come gli esseri umani non sono perfetti, anche Wikipedia non è perfetta“.

Avevamo già affrontato il problema dell’utilizzo di internet a scuola, e sinceramente mi sembra strano che anche certe rappresentanze del mondo accademico (mondo nel quale, ricordiamocelo sempre, è nata la Rete) si oppongano a internet senza voler sentire ragioni. Non sarebbe meglio – lo andiamo dicendo da tempo, ormai – insegnare agli studenti come fare una buona ricerca, anche con l’utilizzo di internet? Magari spiegandogli come scremare i risultati “utili” da quelli superflui e di parte? Fatemi sapere se siete d’accordo e se vi capita mai, a scuola o all’università, di sentire cose simili: si tratta di un tema molto interessante su cui si deve poter discutere.

Le emozioni delle tue foto con Gladorsad

→ D@di per Downloadblog.it

Il servizio Web che vi segnalo oggi è davvero molto particolare. Si chiama Gladorsad.com (che suona un po’, dall’inglese, come “allegro o triste”) e analizza semplicemente le fotografie che gli “diamo in pasto”, dandoci tutta una serie di statistiche sulle emozioni che, secondo il sistema, la persona sta provando (felicità, sorpresa, disgusto, paura, tristezza, ecc…).

Il servizio, gratuito, è nato in collaborazione con l’università di Amsterdam. Funziona così: noi “uploadiamo” la nostra foto, che va a finire in una galleria. Gli utenti, poi, votano le foto migliori della galleria, e quelle che risultano vincitrici vengono analizzate dal sistema.

È possibile anche giocare con le foto, dando noi dei giudizi: e così ci verranno fatte vedere delle immagini e ci verrà chiesto, ad esempio: “Questa persona ti sembra triste?” e noi dovremo rispondere di sì o di no, in modo che il computer imparerà ancora meglio a riconoscere le foto.

Unica pecca: il sito è olandese e la parte in inglese non è eccessivamente accurata, soprattutto nelle spiegazioni (praticamente assenti) del funzionamento del servizio.

Ah, secondo Gladorsad.com la Monna Lisa era contenta all’83 per cento…