Obama: “Ora la Cia è più importante che mai”. Il mio servizio per Sky Tg24

 

Il presidente per la prima volta in visita a Langley: “L’agenzia è fondamentale per la sicurezza degli Stati Uniti”. Sulle torture: “La diffusione dei documenti è avvenuta perché ormai era stata compromessa la segretezza delle informazioni”

Google tra i finanziatori di un mega-cavo sottomarino tra Usa e Giappone

→ D@di per Geekissimo.com

Alcuni giorni fa è iniziato il progetto definitivo per la costruzione del’Unity Undersea Cable, un cavo sottomarino in fibra ottica ad alta velocità che andrà a collegare, tra qualche anno, Stati Uniti e Giappone e che rappresenta un vero passo in avanti per le telecomunicazioni globali. Un cavo fortemente voluto da Google, che è uno dei partner più importanti, insieme a cinque operatori di telefonia, del progetto.

Il cavo costerà trecento milioni di dollari (circa 190 milioni di euro) e inizialmente conterrà cinque coppie di fibre ottiche (una sarà messa in esercizio, le altre quattro coppie serviranno di backup in caso di malfunzionamento di quella operativa). Ogni cavo potrà sostenere la capienza di circa 960 Gbps (gigabit al secondo) e la capacità totale dell’intero sistema oscillerà tra i 4,8 Tbps e i 7,68 Tbps. In futuro il progetto prevede un’espansione a otto coppie di cavi.

Si tratta, come è facile immaginare, di un progetto importantissimo per le telecomunicazioni globali (e non solo, ovviamente, per le comunicazioni tra Stati Uniti e Giappone) considerato che se si mettono insieme tutti i cavi sottomarini attualmente in esercizio nel mondo, non si superano i 3,3 Tbps di capienza in totale. L’opera entrerà in esercizio nei primi quattro mesi del 2010, se tutto andrà per il verso giusto, e la joint-venture di queste società, spinta soprattutto da Google, potrebbe portare a un’ulteriore espansione negli anni successivi.

Oltre a Google, a finanziare il progetto ci sono l’indiana Bharti Airtel, la malese Global Transit, la giapponese Kddi e le due società di telefonia di Singapore Pacnet e SingTel. La partecipazione di Google è vista da molti come singolare e soprattutto segno dei tempi che stanno cambiando, considerato che fino ad ora solo le grandi compagnie telefoniche si erano interessate alla costruzione di cavi transoceanici sottomarini.

eBay, gli italiani comprano sempre di più dagli Stati Uniti (ma sempre di più, dagli Stati Uniti non si spedisce in Italia)

→ D@di per Geekissimo.com

Sembra davvero un controsenso, ma c’è poco da scherzare. Gli italiani che frequentano eBay acquistano sempre di più da venditori presenti negli Stati Uniti, anche se i venditori d’oltreoceano si fidano sempre meno delle nostre Poste, tant’è che molti vendono i propri oggetti con la clausola “non inviamo in Italia”. Partiamo dai dati, innanzitutto. Secondo eBay, nei primi tre mesi dell’anno gli italiani hanno acquistato dagli Stati Uniti quasi 700mila oggetti, con una crescita del 18 per cento rispetto allo scorso anno.

Gli italiani dagli Usa acquistano soprattutto attrezzature sportive (+63 per cento), accessori e ricambi per autovetture (+56 per cento) seguiti da strumenti e forniture per ufficio e fotografia (+47 e +44 per cento). Va bene anche il settore degli strumenti musicali, con il 42 per cento in più. Per quanto riguarda la spesa, i quasi 150mila italiani che hanno acquistato tramite eBay oggetti dagli Stati Uniti, sempre tra gennaio e marzo del 2008, hanno speso in media 56 dollari (l’equivalente di circa 36 euro) per ogni acquisto. Ma andiamo a vedere, invece, le note negative.

Come ha dimostrato un’inchiesta di Repubblica la scorsa settimana, “siamo considerati la pecora nera mondiale del commercio elettronico” a causa del nostro sistema postale. La clausola “non spediamo in Italia” sarebbe presente su oltre 37mila inserzioni; tantissime, se comparate a quelle che non spediscono in Francia (3mila), Spagna (700) e Inghilterra (”quasi nessuna”). E addirittura, secondo alcuni utenti il tasso di insuccesso (cioè, il numero di oggetti che effettivamente non arrivano a destinazione) sarebbe quasi pari al cinquanta per cento.

Insomma: come sempre non ci facciamo una bella figura in campo internazionale, e ancora una volta per colpa del nostro carente sistema postale. E a fronte di migliaia di oggetti acquistati ogni mese, poi ci dobbiamo sentir dire che gli altri non si fidano di noi. Che ne pensate? Vi siete mai imbattuti in situazioni del genere? E come vi siete comportati? Avete cercato di convincere il venditore, o non c’è stato nulla da fare?

YouTube dovrebbe censurare Al Quaeda?

→ D@di per Geekissimo.com

Il senatore americano Joseph Lieberman ha chiesto ufficialmente ai vertici di YouTube di rimuovere i video contenenti proclami e rivendicazioni di Al Quaeda che gli utenti hanno postato su internet. Ma i responsabili del popolare servizio di video-sharing gli hanno risposto di no, perché il materiale non vìola le linee guida del servizio. Lieberman, allora, non si è arreso e ha intrapreso una vera e propria crociata contro i video del terrore inseriti online, chiedendo che le linee guida di YouTube siano modificate e rinforzate per far sì che la violenza gratuita e gli estremismi siano eliminati una volta per tutte.

Per Lieberman, insomma, ospitare questi proclami video significa amplificare la potenza del terrore di queste organizzazioni (e sappiamo quanto, negli Stati Uniti, si insista molto su questi temi). YouTube, dal canto suo, ha risposto che il dialogo tra istituzioni e azienda è importante, ma ha anche sottolineato come la maggior parte dei video in questione non contengano scene o linguaggi violenti, e quindi non possono essere rimossi perché non vìolano le linee guida della comunità. Rimuoverli, insomma potrebbe creare un grande precedente a cui poi in tanti potrebbero appellarsi.

YouTube prende dunque posizione nei confronti della libertà di espressione, e anche dei punti di vista meno popolari. “Crediamo – si legge in un comunicato dell’azienda – che YouTube sia la piattaforma di questo tipo più ricca, completa e rilevante proprio perché ospita i più diversi punti di vista“. Ma il senatore torna ancora all’attacco: “Un portavoce di Al Quaeda non può visitare gli Stati Uniti, recrutare personale e costruirsi un consenso: perché può farlo su internet?”.

Tra l’altro, in molti hanno commentato la notizia spiegando che, come sempre, controllare ogni singolo video inviato su YouTube è praticamente impossibile, e che ci sono dei sistemi semi-automatici che identificano materiale coperto da copyright; ma che i sistemi semi-automatici capiscano anche se si stia parlando di terrore è ancora molto difficile. Secondo molti altri, inoltre, togliere materiali del genere solo da YouTube non avrebbe un grande effetto sulla politica del terrore: la maggior parte di questi gruppi, infatti, non utilizza YouTube come canale privilegiato, ma invia direttamente i video a canali televisivi. Che ne pensate? Vi schierate con il senatore americano, o con Google/YouTube?

Oggi l’incontro di Al Gore con i blogger italiani

Chi segue il mio sito sa che non sono tipo da frequentare Barcamp o riunioni di blogger. Ma l’occasione di oggi era particolarmente che ho deciso di non farmela sfuggire. Non come giornalista, ma come blogger.

Oggi, infatti, nasce Current.tv, “canale che informa combinando il linguaggio televisivo e quello di internet” e nel pomeriggio al teatro Ambra Jovinelli a Roma il fondatore della Tv, il premio Nobel nonché ex-vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore incontrerà il popolo della rete italiano e risponderà alle domande.

Su queste pagine, ovviamente, posterò un resoconto dell’incontro. Ecco il comunicato dell’evento, uscito anche sull’Ansa:

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Usa, un disegno di legge per rendere illegale il posting anonimo in internet

Non preoccupatevi: per il momento, almeno in Italia, l’anonimato di chi utilizza internet non è a rischio. Ma forse negli Stati Uniti un pochino lo è. Un politico del Kentucky ha infatti depositato una proposta di legge per rendere il posting anonimo su internet illegale.

Secondo quanto si legge nella proposta, chiunque voglia scrivere le proprie opinioni su un sito o un blog, deve registrare, su quel sito, il proprio vero nome, cognome, indirizzo fisico e indirizzo e-mail. Non è tutto: quando scriverà un articolo o commenterà un post di qualcun’altro dovrà sempre firmarsi col vero nome e cognome!

Se questa procedura viene infranta, il proprietario del sito dovrà pagare una multa di cinquecento dollari (per la prima volta che si commette il reato) e mille dollari (per ogni altra volta). La proposta di legge arriva dopo numerosi episodi di “bullismo digitale” avvenuti negli scorsi mesi nella parte orientale dello stato Usa.

Difficilmente, a mio parere, una legge simile entrerà in vigore (vi terremo informati sull’iter legislativo), anche perché internet è una rete talmente vasta e globale che la legge finirebbe per essere applicata solamente per i siti i cui server risiedono in Kentucky. In ogni caso mi sembra davvero il modo più sbagliato per risolvere il problema del bullismo. L’anonimato è infatti una delle garanzie-chiave della Rete, che è ormai uno dei pochi posti in cui non siamo ancora obbligati a dover essere per forza identificati attraverso le nostre vere generalità. Siete d’accordo?

Condannato a 9 anni di prigione il super-spammatore mondiale

→ D@di per Geekissimo.com

La notizia sta facendo, piano piano, il giro del mondo. La Corte Suprema della Virginia, negli Stati Uniti, ha condannato a nove anni di carcere Jeremy Jaynes, accusato di aver mandato milioni di messaggi di posta indesiderata ad altrettanti ignari utenti internet. Una sentenza che, sicuramente, entrerà nella storia della Rete.

La vicenda, tra ricorsi e carte bollate, va avanti già dal 2003, anno del primo arresto di Jaynes. L’accusa ha presentato la prova di 53mila messaggi e-mail illegali inviati in soli tre giorni, ma tra luglio e agosto del 2003 pare che l’uomo abbia mandato un milione di messaggi spam al giorno. La difesa, invece, ha basato le sue argomentazioni sul fatto che le leggi anti-spam emanate ultimamente negli Stati Uniti violerebbero i diritti del primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, quando si tratta di anonimato.

La corte, però, ha rigettato quest’ipotesi, considerato che l’uomo utilizzava degli indirizzi e-mail fasulli e, quindi, era impossibile da contattare per chiedergli una cancellazione del proprio indirizzo dal suo database; inoltre, i prodotti pubblicizzati fanno decadere i diritti del primo emendamento sulla libertà di espressione. Il processo si è tenuto in Virginia, proprio perché lì risiedono alcuni server di posta di Aol attraverso i quali sono passati questi messaggi. Il “Computer Crimes Act” della Virgnia proibisce “la trasmissione anonima di posta indesiderata o pubblicitaria, incluso quella contenente messaggi politici e religiosi”.

Secondo molti commentatori si tratta, però, di una decisione molto dura, soprattutto perché la legge esiste solo in alcuni stati degli Usa (come a dire, se vivi fuori dagli Usa puoi spammare liberamente). A mio giudizio, non so cosa ne pensate voi, forse nove anni di carcere sono un po’ eccessivi, ma se i tribunali di tutto il mondo cominciassero a prendere provvedimenti severi contro gli spammer, allora ci libereremmo molto presto di questa brutta piaga che colpisce, indistintamente, le nostre caselle e-mail.

Antigua vince il diritto alla pirateria. Parola del Wto

Oggi vi racconto di una stranissima decisione del Wto (l’Organizzazione mondiale del Commercio, che ha lo scopo di supervisionare gli accordi commerciali tra i suoi 150 stati membri – praticamente quasi tutta la Terra): Antigua, la nazione caraibica, ha vinto il diritto di violare le protezioni di copyright imposte dagli Stati Uniti su film, software e musica. Un riconoscimento che vale più di 21 milioni di Dollari.

La storia è più o meno questa: Washington, secondo il Wto, è colpevole di aver impedito ai consumatori americani di poter utilizzare i servizi di gambling online (quindi casino, scommesse, etc) con base nell’isola, permettendo però allo stesso tempo agli statunitensi di scommettere sui cavalli e sui siti americani. Antigua e Barbuda, così, sentendosi danneggiati hanno chiesto 3,44 miliardi di Dollari di danni: basti pensare che l’industria delle scommesse online è la seconda più grande, dopo il turismo, dell’isola. Fin qui una disputa tra due paesi.

In realtà, però, il Wto ha messo in atto una regola fino ad ora poco utilizzata: dando ragione ad Antigua e non sapendo come sanzionare gli Stati Uniti, permetterà ad Antigua di sospendere i suoi obblighi (dettati dall’appartenenza al Wto) nei confronti degli Stati Uniti. Questo significa che Antigua potrà liberamente violare copyright, marchi registrati e altre forme di proprietà intellettuale. Una bella vittoria di Davide contro Golia, insomma, e sicuramente una decisione molto più punitiva, per gli Usa, di una semplice multa.

Il problema, ora, è che questa legge può diventare un precedente al quale appellarsi per tutti quei paesi che si sentono vittime del protezionismo statunitense. Una decisione che potrebbe creare moltissimi problemi soprattutto all’industria della musica, del software e del cinema (perché i cd sono sicuramente uno dei supporti più semplici da “clonare”, e soprattutto perché questi stati lo farebbero senza violare alcuna legge). La questione, ovviamente, è spinosa e molto probabilmente non finira qui: staremo a vedere.

Anonimato e blog. Blogger americano anonimo combatte contro il suo comune per la libertà di espressione

D@di per Geekissimo.com

C’è una storia in questi giorni negli Stati Uniti che sta facendo molto parlare di sé. È la storia di un blogger del New Jersey che sta combattendo disperatamente contro il suo stato, contro la magistratura (e anche contro Google) per vedersi riconosciuto il principio secondo cui i blogger possono scrivere anche in maniera anonima, anche senza rivelare il proprio nome e cognome.

La storia è più o meno questa: il blogger, conosciuto con il nick di daTruthSquad ha criticato un’azione legale del comune di Manalapan (New Jersey), così come i politici che l’hanno voluta intraprendere, nei confronti di un ex-procuratore generale che avrebbe contribuito all’acquisto di un terreno inquinato nel lontano 2005. La decisione ha scatenato un acceso dibattito nella stampa locale e tra i cittadini, e il blogger com’è giusto ha partecipato al dibattito scrivendo le proprie opinioni, in forma anonima, su un blog appositamente creato.

Il blog, in particolare, è stato aperto sulla piattaforma Blogspot, di Google. Il comune, allora, si è rivolto proprio a Google per chiedere l’identità del blogger e tutte le altre informazioni (come l’indirizzo e-mail o i post ancora in bozza!) per risalire a lui. daTruthSquad è attualmente accusato/a di falsa dichiarazione. Anche i blogger, così come ogni altra persona, spiegano le associazioni che lo/la stanno difendendo, possono avvalersi del Primo emendamento, che dà loro il diritto di parlare anche in maniera anonima, giudicando questa invasione della privacy da parte del comune inaccettabile.

Al momento il Comune non ha accolto la richiesta di sospendere la causa contro il blogger, e così il 21 dicembre le due parti in causa verranno ascoltate dal giudice. Una vicenda decisamente spinosa, che porta l’attenzione nei confronti di un fattore: è possibile criticare il potere essendo anonimi? A mio parere sì. Negli Stati Uniti vige il Primo emendamento come da noi esiste l’articolo 21 della Costituzione, che preserva la libertà di espressione e di critica da parte di ogni cittadino. Ognuno può scrivere quello che vuole nel rispetto della legge. In questo caso si trattava di una critica (costruttiva, ovviamente) nei confronti dell’azione del comune: perché sanzionare un’opinione? Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate a riguardo: siete d’accordo con me, oppure pensate che l’anonimato sul blog debba essere vietato?