Open-source: tutte rose senza spine?

Oggi voglio parlare di un argomento un po’ particolare, che sicuramente farà molto discutere. Un lettore mi scrive che dell’open-source si parla sempre in termini molto positivi; in realtà, però, scrive lui, qualche svantaggio dovrà pure averlo, eppure non se ne parla mai. Allora, prendendo spunto dalla sua lettera, affrontiamo il tema degli svantaggi dell’open-source, visti soprattutto dal lato economico.

Secondo questo filone di pensiero, tra l’altro condiviso da molti programmatori, primo fattore negativo dell’open-source sarebbe uno scarso ritorno economico per le aziende software. In particolare, questo ha come conseguenza i bassi salari, gli scarsi investimenti nell’innovazione e in generale una competizione sul prezzo e una gara al ribasso sul programmatore; il tutto a discapito della qualità. C’è poi una mancanza di una vera rete di assistenza per i prodotti e l’assenza di garanzia sull’utilizzo: per la serie, “che ve ne fate del codice aperto se nessuno ci sa mettere le mani?“.

Nel software open-source ci sarebbe poi una scarsa innovazione: non c’è la selezione naturale dove solo i migliori vanno avanti e quindi non c’è stimolo ad innovare. Ci sarebbero poi i rischi dell’”effetto discount“: si risparmia, spiegano, sugli strumenti a tutti i costi, e fossilizzandosi “si va verso software peggiori e scadenti solo per risparmiare pochi spiccioli in confronto a giornate di lavoro ben più costose”.

“È bene saperlo”, così si conclude la lettera. “Il sistema operativo può anche essere gratis, ma da solo non fa niente. Risparmiare con OpenOffice si può, ma se poi non mi funziona la stampa unione si è presa una sonora fregatura. Il software non è un costo, è un investimento, è il solo investimento che chi offre servizi può fare oggi“. Insomma una vera lettera di protesta da parte dei programmatori nei confronti di un mondo, quello dell’open-source, che ha tanti lati positivi ma probabilmente ne ha anche tanti negativi. Che ne pensate? Mi piacerebbe avere un vostro commento in merito.

2 pensieri su “Open-source: tutte rose senza spine?

  • Ciao, visto che nessuno l’ha ancora fatto, rispondo io al tuo articolo.
    Prima di tutto forse stai facendo confusione tra “Open Source” e “Free”, due concetti molto diversi.

    Open Source non significa gratis, ma solo che il codice viene reso disponibile, talvolta al momento dell’acquisto del prodotto. Quindi tutte le considerazioni del post, che parlano di poco ritorno economico, poca assistenza ed effetto discount evidentemente non hanno riscontro : l’azienda vende il software open al pari di quello closed, e quindi i guadagni sono equivalenti.

    Free, invece, significa gratis.
    In questo momento stò usando un text editor free.
    Ed è quello che si adatta a me, in termini di rapporto peso\velocità\caratteristiche.
    La maggior parte dei software free è una sorta di “donazione” del programmatore alla “comunità umana”, e spesso non pensa nemmeno di poter concorrere con le grandi aziende.
    Oppure ci sono proventi ricavati con pubblicità o altri introiti.

    Alcune volte infine, il software è free e open source allo stesso tempo. Rispondo allora punto per punto alle tue affermazioni :

    – scarso ritorno economico per le aziende software e corsa al ribasso sul programmatore; il tutto a discapito della qualità.

    Non far pagare il software non significa non guadagnare. E’ un preconcetto vecchio di una decade.
    Ci sono modelli di business funzionali e verificati, che si basano su concetti molto diversi da quelli ormai obsoleti di prodotto->ricavo.
    Soprattutto visto che il software è considerabile più un servizio che un prodotto, un’opera creativa, al pari di musica o libri.
    E’ come la differenza tra Televisioni pubbliche e private : in quella pubblica paga lo Stato, in quella privata le pubblicità (anche in quella pubblica, effettivamente, ma solo in Italia… per esempio BBC Prime in Inghilterra è completamente libera da pubblicità.)
    E sfido a dire che la RAI guadagna più della Mediaset.
    Sono modelli di business differenti, tutto qui.

    Sulla qualità cito solo un paio di esempi, a dimostrazione di come sia un altro preconcetto : Firefox, che uso da 2 anni senza alcun problema e non teme confronti con altri browser.
    MySQL, con tempi di risposta e caratteristiche invidiabili anche da alcuni DBMS prettamente commerciali.

    – C’è poi una mancanza di una vera rete di assistenza per i prodotti e l’assenza di garanzia sull’utilizzo

    Assolutamente falso. Anzi, esattamente l’opposto. Molti dei software open source usano proprio il servizio di assistenza per auto-finanziarsi.
    Alcune volte addirittura l’assistenza è offerta dalla comunità, gratuitamente.
    Comunque quasi tutti i noti sistemi free e open source offrono assistenza a pagamento.
    MySql o OpenSuse ne sono esempio.

    – Nel software open-source ci sarebbe poi una scarsa innovazione:

    Divertente, considerando che moltissime innovazioni vengono dall’ambiente open. Non tutte, sia chiaro, ma una buona percentuale. Il modello open offre infatti la possibilità, per chi ha un’idea, di metterla in pratica tramite la comunità. Provate a chiedere a Microsoft di asggiungere una caratteristica, vediamo cosa risponde.
    Chiedere una feature a Mozilla per Firefox ha decisamente molte più possibilità di esser preso in considerazione. Anche se non ci capite una cippa di programmazione…

    – non c’è la selezione naturale dove solo i migliori vanno avanti e quindi non c’è stimolo ad innovare.

    La mia percezione è esattamente l’opposta, infatti in ambito open e free crearsi un mercato è difficile quanto in ambito closed, in taluni casi anche di più. L’innovazione è, come dicevo nel punto precedente, una caratteristica intrinseca.
    Forse però la frase era riferita a quei progetti che, per mancanza di introiti, di risorse umane o altri problemi, muoiono o vanno avanti a rilento.
    In quei casi allora c’è poco o assente aggiornamento, ma non si può generalizzare.
    Inoltre spesso quelle realtà sono il frutto di un modello di business sbagliato, non di software scadente.

    – Ci sarebbero poi i rischi dell’”effetto discount“: si risparmia, spiegano, sugli strumenti a tutti i costi, e fossilizzandosi “si va verso software peggiori e scadenti solo per risparmiare pochi spiccioli in confronto a giornate di lavoro ben più costose”.

    Il software non è un prodotto come lo yogurt, ovvero latte scarso->yogurt scarso.
    Non è assolutamente vero che il software open è peggio di quello closed. Gli esempi precedenti lo dimostrano (e potrei andare avanti per pagine con l’elenco!).
    Poi, certo, esistono software closed senza rivali (vedi Autodesk AutoCad, a mio avviso il migliore della sua categoria), ma le alternative ci sono : solo che sono ancora troppo giovani. Ma lasciamo tempo al tempo…
    Ubuntu era giovane qualche anno fa, oggi è un sistema operativo adatto alla maggior parte delle attività domestiche… Nonostante ciò credo che Windows XP sia un ottimo sistema operativo, e lo uso quotidianamente.
    Non parliamo di Mac OSX, quello credo sia semplicemente superlativo….

    – “Risparmiare con OpenOffice si può, ma se poi non mi funziona la stampa unione si è presa una sonora fregatura.”

    Anche qui c’è un problema di fondo. Nessuno obbliga nessuno a fare una scelta tra open e closed.
    Ci sono realtà dove il closed è semplicemente insostituibile.
    Ma ci sono molte realtà dove l’open è perfettamente in grado di rispondere alle esigenze.
    MS Office costa 500 Euro.
    OpenOffice è free. Perchè non provare? Puoi sempre acquistare Office se ne hai realmente necessità.
    Ma perchè spendere 500 Euro se magari puoi fare tutto quello che ti serve con OpenOffice?
    Cerchiamo di essere razionali, un software non è un figlio : se non ti piace, lo cambi. Punto.
    Dove starebbe la fregatura?

    Non dimentichiamo che esiste software proprietario di pessima fattura, in settori di nicchia.
    Non dimentichiamo che il closed spesso preclude la possibilità di personalizzazione per chi ha la voglia e le competenze di realizzarle.
    Non dimentichiamo che qualcuno (vedi società individuali, studenti…) non può permettersi enormi investimenti.
    Concludo dicendo che mi sembrano argomentazioni di fine anni novanta, ma ormai siamo quasi al 2010.
    Tutto ciò che ho scritto non è e non vuole essere una polemica, anzi, ma semplicemente un modo di vedere le cose diverso dal solito “yogurt”, tanto per citare l’esempio di prima.

    A presto!

    Abulafio

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